Miro Renzaglia – Vasco Rossi. Se più di Nietzsche poté Leopardi

VASCO ROSSI INTERO

Miro Renzaglia
Vasco Rossi. Se più di Nietzsche poté Leopardi.
Edizioni Castel Negrino
Collana PreTesti
2021
Pag. 166
Euro 14,90

 

 

 

UN IMMAGINARIO SPERICOLATO

Che Vasco Rossi stia a pieno titolo nell’immaginario nazionale (e linguistico) italiano è un fatto assodato. Lo attesta la stessa Enciclopedia Italiana Treccani, arrivata a dedicargli una voce specifica: «Tra i più rappresentativi artisti della musica italiana, ha saputo creare un originale modello di rock influenzato anche dalla canzone d’auto- re, entrando nell’immaginario collettivo del nostro paese». Come se non bastasse, il nostro è stato chiamato a scrivere nel 2019 la voce “spericolato” per l’altrettanto autorevole Dizionario Zingarelli. Chi d’altronde, meglio del rocker che nel 1983 al Festival di Sanremo cantava “voglio una vita spericolata, come quella dei film”, poteva firmare la “Definizione d’autore” per la nuova edizione del più celebre Vocabolario della Lingua italiana? D’altronde, dopo la sua canzone, il termine “spericolato” è entrato prepotentemente nell’immaginario con un’accezione nuova, collegandosi quasi in automatico alle note di quel brano. Vale la pena leggersi ciò che, in quel dizionario, ha scritto Vasco: «Spericolato, rischioso, avventuroso. Nel senso che dice Nietzsche, vita vissuta pericolosamente e pienamente, accettandone le sfide, i rischi, le fatiche, le gioie e le sofferenze. Cercare di prevenire e affrontare gli ostacoli, non evitarli. Rifiutai un lavoro sicuro in banca per inseguire il mio sogno di vivere di Musica e Parole, una vita non garantita, non omologata, indipendente. Fare cose spericolate significa fare esercizio, ripetere e imparare. Rischiare, ma portare sempre a casa la pelle»1.

In queste poche righe, il riferimento a Nietzsche, che Vasco ripeterà in più occasioni e più interviste, è esplicito ma – anche alla luce del lavoro che introduciamo e che è condotto su una rigorosa anali- si testuale e dei rimandi letterari dell’opera del cantautore e rocker – forse si tratta più di un ancoraggio ad alcune suggestioni esistenziali del filosofo tedesco che di un’assimilazione letteraria e filologica della sua opera. Semmai – è ormai un dato storico – negli anni Ottanta era nell’aria il fatto di sentirsi “nietzschiani immaginari”. Sul piano della cultura “alta” i presupposti erano stati introdotti da Giorgio Colli e Mazzino Montinari con la traduzione Adelphi dei testi originali del filosofo depositati negli archivi di Weimar nell’allora Germania Est. Contemporaneamente, avevano cominciato a interessarsi di Nietzsche pensatori e studiosi inattesi come Gilles Deleuze, Pierre Klossowski, Michel Foucault e Gianni Vattimo. E via via la Nietzsche-renaissance, dal finire degli anni Settanta in avanti, sostituendo in popolarità il filosofo di Zarathustra all’invecchiato Marx, andava a colmare in qualche modo i deserti del riflusso nel privato e nella depressione che il clima del fallimento delle pulsioni rivoluzionarie degli anni di piombo e il conseguente disimpegno collettivo stava lasciando nelle nuove gene- razioni, disorientate da una sempre più ingombrante assenza di scopo nella vita. Lo spiega bene lo stesso Vasco Rossi: «Lo dico e ridico: sono un vero e proprio sopravvissuto. Sono sopravvissuto agli anni di piombo, alle Brigate Rosse, alla Lotta Continua e al Potere Operario. Tutti sembravano dei matti…»2. Qualcosa sembrava invece cambiare in quegli anni Ottanta, quelli che Vasco Rossi considera «i più belli e divertenti […] gli anni irriverenti di Colpa d’Alfredo, di Ogni volta, Vita spericolata e di Bollicine. I favolosi e più fantastici anni…»3. Il cantautore di Zocca intuisce che attorno a lui c’è un’intera generazione che non ha più l’alibi di totem ideologici in cui credere, che ha bisogno di verità più disincantate, che invece di sacrificare la propria esistenza a un progetto rivoluzionario preferisce “vivere”, sperimentare situazioni e affetti, divertirsi, uscire la sera, far tardi la notte tirando fino al mattino… Negli anni Ottanta stava tornando più facile incontrarsi con gli altri, senza più i pregiudizi e le gabbie dei Settanta, fino a liberarsi perfino di se stessi, delle maschere, delle armature, dei muri e dei recinti in una situazione in cui l’oscillazione tra riflusso, normalizzazione e riscoperta dell’individuo e dell’avventura era nel novero delle possibilità. Era un contesto di cui il narratore Pier Vittorio Tondelli sottolineerà la profonda sintonia con Vasco Rossi: «In anni in cui tutto stava andando verso la normalizzazione, il carrierismo, il perbenismo Vasco, con la sua faccia da contadino, la sua andatura da montanaro, la sua voce sguaiata da fumatore, il suo sguardo sempre un po’ perso, diventava l’idolo di una diversità, di un farsi i fatti propri, di un non volersi irreggimentare che trovarono pronta e osannante una moltitudine di ragazzini»4.

Un clima, quello degli Ottanta, in cui nella dimensione culturale ci si poteva nuovamente imbattere in autori e pensatori sino ad allora rimossi, dimenticati e occultati come, per tornare a noi, l’autore dello Zarathustra. Il quale comincia ad andare di moda, a essere citato, a venire studiato nelle università e a entrare nell’immaginario diffuso. «A essere onesti – ha riconosciuto infatti Vasco un decennio dopo – io Nietzsche ce l’avevo già dentro»5. Ammettendo così senza mezzi termini di non averlo comunque letto, almeno in quegli anni. Vasco sostiene che il suo primo libro è stato I ragazzi della via Paal. Quando ha scritto Albachiara leggeva solo fumetti, andava pazzo per Topolino e Alan Ford. «A noi dell’istituto di ragioneria – ha raccontato a Ranieri Polese – nessuno ci parlava mai di filosofia, e io, molti anni dopo, per curiosità e per protesta ho scoperto i grandi pensatori. Anche se, onestamente, dico che se allora a scuola i professori si fossero messi in mente di farmeli studiare, gli avrei sparato. In quegli anni di scuola, fra Modena e Bologna, io rifiutavo tutto quello che mi proponevano gli insegnanti. Mi ricordo Cristo si è fermato a Eboli: non l’ho mai potuto sopportare»6. Così, fino a un certo momento, di libri (e di autori) nella storia di Vasco ne appaiono davvero pochi. Figuriamoci i filosofi…

Fatto sta che istintivamente e magari inconsapevolmente il rocker di Zocca stava a pieno titolo dentro lo spirito dell’epoca. Ce l’ha spiegato, ed era il dicembre del 2003, il suo collega cantautore Francesco De Gregori: «Vasco mi piace molto. È figlio della sua epoca, i primi anni Ottanta»7. Intervistato da Aldo Cazzullo, l’autore di Rimmel e Generale provava anche a delinearne possibili ascendenze intellettuali: «I suoi testi esprimono suggestioni individualiste, superomiste, futuriste»8. Poi, come spesso accade, l’incontro con la lettura di Nietzsche sarebbe arrivato. Ma dopo, solo anni dopo, quando le sue canzoni e i suoi versi circolavano già da un decennio: «È accaduto […] quando avevo già fatto tutto, o almeno moltissimo»9.

Intanto, nell’estate del ’90, c’era stato un altro incontro “filosoficamente” decisivo: quello con Søren Kierkegaard. Accadde questo: Vasco acquista un libro, forse solo per il titolo che lo attira subito, Aut-Aut. Il testo lo sconvolge e ammette che solo dopo quella lettura compren- de che ciascuno nella vita è responsabile di quel che gli succede: «Se le cose non vanno, la colpa è sua. O meglio, non deve continuare a dare la colpa agli altri, a dire che non dipende da lui. Se la situazione non funziona, uno deve reagire partendo da se stesso. Provando a capire, ma sapendo che la responsabilità, la colpa sta in lui stesso»10. È con Kierkegaard, quindi, che comincia la stagione “filosofica” di Vasco. E poi, solo poi, quando il suo amico Zucchero canta Nietzsche, che dice?, arriva la voglia di leggere finalmente i testi del solitario di Sils-Maria. «Oramai, io volevo leggere, scoprire, capire. Nietzsche, tra l’altro, scrive breve, stringato, pensieri corti, su cui ci si può fermare, a cui si ritorna per leggerli di nuovo, provando a capirli in un altro modo. E io Nietzsche lo leggo quando voglio uscire fuori da qualche situazione, quando ho bisogno di affrontare qualcosa. Perché ti cambia la prospettiva, ti fa pensare in un altro modo. Lui isola la prospettiva del malato che ama la propria malattia, te la fa vedere. E così ti costringe a cambiare»11. Quale opera nietzschiana in particolare? Umano troppo umano, innanzitutto. Così parlò Zaratustra comincia a leggerlo, poi lo lascia lì, per riprenderlo solo più avanti. Ma Nietzsche è stato fondamentale per la seconda fase della produzione di Vasco: «Grazie a lui ho investito su uno stato di lucidità permanente. Il pensatore che annuncia la morte di Dio, che ti fa capire che non c’è senso nelle cose, che di fronte al caso conta solo la tua scelta: questo è il mio Nietzsche»12.

Proprio questa chiave è del resto l’ispirazione, andando avanti negli anni, del suo album Vivere o niente, del 2011, un lavoro indubbiamente più filosofico dei precedenti e in cui il rocker è ritratto in copertina su una macchina in fuga.

All’uscita dell’album, appariva evidente che la metafora riguardava tutta un’intera generazione, quella di cui Vasco ha continuato a essere la storica bandiera. Una generazione che è intanto cresciuta e invecchiata, che spesso si lecca le ferite, che misura il bilancio delle promesse mantenute o disattese ma, fedele allo spirito degli anni Ottanta, conti- nua a guardare il mondo con leggerezza, ironia e disincanto. A chi gli chiedeva di una canzone contenuta nell’album e intitolata Manifesto futurista della nuova umanità, Vasco rispondeva che ormai occorre basare tutto sul principio della responsabilità personale essendo il pri- mo comandamento sempre quello di venire a patti con le emozioni. Una consapevolezza in linea con tutta la sua storia e la sua produzione: «Ho scritto un nuovo Manifesto futurista – spiegava – dopo quello di Marinetti […] Se lavori su quello, sull’avere rispetto per te stesso, è già il primo passo per andare avanti molto meglio in questo mondo, sapendo quello che siamo»13.

Una suggestione, anche questa, che conferma Vasco come l’icona del libertario disincantato, dell’artista non irreggimentabile e non classificabile. «La politica – ha detto una volta – la faccio con le mie canzoni, ecco la mia rivoluzione […] Mio padre era socialista e non essere schierato con i comunisti o i preti in quegli anni non pagava»14. Un contesto familiare che non poteva che condurre alle convinzioni più profonde del nostro: «La libertà – ammetterà – implica il coraggio di affrontare l’imprevedibile. La dipendenza, la costrizione, è invece molto più comoda e semplice, implica la mera esecuzione di qualche direttiva altrui o di un ordine dall’alto. Ma solo la libertà ci rende uomini, la dipendenza ci fa restare animali. La dipendenza ci rende schiavi e sudditi. Senza la libertà non siamo niente»15.

Insomma, per capire nel profondo Vasco vale quanto ha annota- to a suo tempo Edmondo Berselli: «Ciò che fa lo stile di Vasco è la sua totale mancanza di cultura, malgrado un’iscrizione a economia e commercio e qualche frequentazione di magistero. È incontaminato, non gli sono rimaste addosso tracce intellettualistiche».16 Certo, va poi detto che come accade in tutti gli artisti e le opere, anche in Vasco, autori, testi e filosofie penetrano comunque attraverso l’immaginario e lo spirito dell’epoca (e il lavoro che segue ne ricostruisce e collega al meglio ascendenze e connessioni). Ma nonostante tutto, le parole definitive sul rocker di Zocca le ha scritte Fernanda Pivano: «Vasco, dolcissimo Vasco, può darsi che tu non sia un guru, ma mentre fischi un’aria per farti coraggio (come faceva Hemingway da ragazzo, trafitto a diciott’anni in un ospedale da seicentonovanta schegge della guerra) le tue mani grondano di immaginario collettivo, il tuo istinto fa capire le cose al volo senza dare esempi che sarebbero corrotti; e la tua sincerità? La tua sincerità ti fa amare da 100mila ragazzi per volta»17.

Luciano Lanna

1 V. Rossi, Vocabolario Zingarelli, Zanichelli, 2019.
2 V. Rossi, Se non sono un sopravvissuto io…, “Vanity Fair”, 18 novembre 2020. 3 Ibidem.
3 Ibidem
4 V. Tondelli, Cuor di provincia, “L’Espresso”, 2 luglio 1989.
5 V. Rossi, I filosofi spericolati, (a c. di) R. Polese, “Corriere della Sera”, 28 agosto 1998.
6 Ibidem.
7 F. De Gregori, Mi hanno rubato troppe canzoni. Non suonerò più per la politica, (a c. di) A. Cazzullo, “Corriere della Sera”, 5.12.2003.
8 Ibidem.
9 R. Polesi, op. cit..
10 Ibidem.
11 Ibidem.
12 Ibidem.
13 V. Rossi, La versione di Vasco, Chiarelettere, 2011.
14 Ibidem.
15 Ibidem.
16 E. Berselli, Canzoni. Storia dell’Italia leggera, il Mulino, 1999.
17 F. Pivano, I miei amici cantautori, Mondadori, 2006.

 

 

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