In morte di Antonio Pennacchi

Antonio pennacchi il fondo magazine di miro renzagliaL’intervista che segue non mi è stata mai rilasciata. O meglio: mi è stata rilasciata in bianco. Era l’8 dicembre 2010 e Antonio Pennacchi aveva appena pubblicato Canale Mussolini. Il giornale per il quale all’epoca occasionalmente scrivevo mi chiese di intervistarlo. Conoscevo Antonio già da qualche anno, grazie a un incontro piuttosto casuale a casa di Luciano Lanna, che merita di essere raccontato. Immediatamente dopo le presentazioni, intuimmo d’essere reciprocamente  empatici ma lui pretese  farmi il test ultimativo  per capire se lo eravamo fino in fondo: «Senti compà, che sei fascio lo posso sopportà, ma non sarai mica pure della Lazio, eh?». Prima di me, per  me, intercesse a garanzia Luciano: «No… no, Antò, tranquillo: è romanista come te». Il riconoscimento interfacciale fu definitivo. Questa intervista – dicevo – mi è stata concessa in bianco, nel senso che quando lo chiamai mi rispose grosso modo: «Senti, Mì, famme ‘na cortesia che oggi ‘sto ‘ncasinato: scrivitela da solo ‘st’intervista che de te me fido». Così fu. Il giorno dopo, mi squilla il cellulare e all’apparire del suo nome sul display, fibrillo un po': sta’ a vedere che ho scritto qualche cazzata e adesso mi fa il contropelo. Rispondo e: «Te possin’ammazzatte  ma che me leggi nel pensiero? La prossima volta che me chiedono un’intervista, li mando direttamente da te: tanto rispondi tale e quale». Fu lui a convincermi, io che non andavo nemmeno a votare da almeno 30 anni, a candidarmi nella sua lista “fasciocomunista” per le comunali di Latina. Recalcitrai ma era impossibile dirgli di no. Fu il momento più intenso della nostra frequentazione: quasi ogni giorno per un mese, andammo battendo case vicoli piazze e osterie della sua “Littoria/Latina”, come avrebbe voluto rinominarla in caso di una molto assai improbabile vittoria. Alla fine, esposi come una medaglia al merito lo zero assoluto nella casella preferenze a fianco del mio nome: almeno quello. L’amicizia, no però: quella non si ridusse mai a zero. Un’amicizia che volle suggellare a modo suo  mettendo il mio nome fra i ringraziati per il romanzo che gli diede il Premio Strega. Generosamente, molto generosamente, come sapeva essere. Ciao, Antò: se ribbeccamo, eh…

m.r.

 

UN’INTERVISTA IN BIANCO

Uno dice Antonio Pennacchi [nella foto] e la mente va a Latina-Littoria, o meglio all’Agro pontino, tanto l’uomo e lo scrittore sono in simbiosi intima con quella città e col suo territorio. E con la sua storia. Soprattutto con quella delle origini: la bonifica delle paludi e la fondazione urbana. Perché sarà pur vero che oggi Pennacchi preferisce darsi del compagno e votare Pd, ma provate a toccargli uno dei pochi eucaliptus rimasti o una pietra di un qualche muretto della città fondata e ve lo ritroverete in piazza a sguainare  muscoli e corde vocali contro chi s’azzardi al sacrilegio. Tutta la sua opera è in realtà un solo libro: il libro della geografia storica e sentimentale delle “terre redente” dal fascismo e dei personaggi che l’hanno popolata e che la popolano. L’intero edificio narrativo costruito a partire da Mammut (1994) trova la sua pietra angolare oggi, nel 2010,  con questo Canale Mussolini (Mondadori, pp.460, € 20,00) in odor di Premio Strega. Ivi si narra la vicenda della migrazione della famiglia Peruzzi, mezzadri, dal Veneto al basso Lazio, dove divennero, a bonifica finita, padroni della terra e del loro lavoro. «Bello o brutto che sia, questo è il libro per cui sono venuto al mondo», dice. Qualcuno lo ha definito romanzo epico (e i nomi dati dall’Autore ai personaggi, Paride, Temistocle, Pericle, Armida, etc. sono una freccia direzionale in tal senso). Lui lo definisce storico…

…e io – gli dico – ci aggiungerei popolare.

E vedi un po’ che non fosse popolare: io mica scrivo per i Zorzi Vila (nel romanzo, i proprietari terrieri veneti che sfruttano il lavoro dei mezzadri, ndr) o per i Caetani (i veri proprietari originari delle paludi pontine, ndr). Io scrivo per la gente mia che è tutta figlia del popolo. Sì, romanzo popolare me sta bene. Ma nun te scordà de di’ che è pure storico: perché i nomi dei personaggi me li so’ inventati, ma la vicenda è tutta vera. Io scrivo solo quello che ho vissuto o che ho imparato da chi l’ha vissuta, la storia. E se nun so quarche cosa o quarche cosa nun me torna, prima de di’ fregnacce me documento, io…

In effetti, credo che ci siano pochi appunti da fare al libro sul piano della corrispondenza alla verità. Solo che ti dovrai sorbire la cicuta di quelli che “la storia non si revisiona”.

Che vor di’?

Dài, lo sai meglio di me: il fascismo, male assoluto, non può essere rivalutato storicamente. E tu, volente o nolente, racconti di un fascismo che prima toglie la terra ai ricchi, poi la bonifica e infine la regala ai contadini.

Senti, il fascismo ha fatto un sacco de puttanate, dalle leggi razziali alle guerre contro sto mondo e quell’altro. Ma mica gliel’ha ordinato nessuno de fa’ le bonifiche e de fondà le città. L’ha fatto perché pure questo c’era nel suo Dna. Anzi c’era più questo delle puttanate che ha fatto. A me che me ne frega de quelli che vonno restà attaccati alli pregiudizi loro? La storia del fascismo è pure quella delle bonifiche. E io la racconto. Nun je piace? E nun la leggessero…

Al di là del contesto storico, il libro restituisce uno spaccato di vita rurale. E si sente che è un ricordo a te caro. Sei un nostalgico delle lucciole, come Pasolini?

No, figurate che io so’ per la riapertura della centrale nucleare a Borgo Sabotino (frazione di Latina, ndr). E’ vero che per me quella è un’epopea quasi maggica, ma nun soffro de torcicollo storico. Però me piace pure nun dimenticamme niente de quello che un tempo valeva: la cultura rurale, le grandi famije contadine. Che c’avranno avuto pure un sacco de difetti, ma nun erano quer ritrovo de nevrotici che so’ diventate le famije de oggi.

Sei sicuro di non averla idealizzata troppo la famiglia dei bei tempi andati?

No, nun me sembra: hai visto che combinano ad Armida quando, disperso il marito Pericle nella guerra d’Africa, rimane incinta del nipote Paride? Er parentado je leva i figli.

Armida. Secondo me è lei la vera eroina del romanzo.

Sì. Ma avrai pure capito che nel racconto so’ sempre le donne a fa’ la trama. Gli uomini fanno il lavoro sporco e le guerre ma so’ loro, le donne, che tengono in piedi la famiglia e la guidano. C’hai presente come se conclude il romanzo?

Sì. Tutta la famiglia si trova di notte, mentre a piedi evacua dalla zona di guerra, su un campo di mine. Salta per aria la cagnetta e tutto il convoglio rimane bloccato. Serve un volontario che preceda il gruppo. Si offre Armida, la reproba, che va avanti seminando il terreno di farina per lasciare agli altri la traccia sicura da seguire.

E nun te sembra la metafora perfetta de chi guida chi verso la salvezza?

A proposito di metafore. Ho letto che Franco Cordelli sul Corriere di martedì scorso cita le tue “digressioni tecniche”, quasi fossero un limite alla spontaneità del testo.

Sì, vabbeh. Allora è un limite pure la terzina in endecasillabi a rima alternata di Dante. Ma che razza de critica è? Se uno pensa che pe’ scrive’ un romanzo basta l’ispirazione e invece la tecnica, il mestiere, il montaggio del testo so’  un impiccio, me dici de che stamo a parlà? Te lo dico io: a quello nun j’è andato giù che ho scritto che Ezra Pound era un fasciocomunista. Dài, chiedo pietà.

A proposito di pietà. Anzi, di pietas: mi sembra questa la misura etica del tuo romanzo.

Certo. Tu, compà, nun sei niente se nun te senti parte del tutto, della famiglia, della società, dello stato, del mondo, dell’universo e pure der nemico tuo. Te sei “uno” co’ tutto. E pe’ sentitte “uno” co’ sto tutto, devi esse’ giusto e clemente anche co’ chi te sembra che te sta contro. Vedi che nel romanzo, dopo la guerra, zia Bissola va in una sezione socialista, dove si esalta il valore della resistenza locale al tedesco e rivendica che la resistenza l’ha fatta pure lei, ma agli americani però. A quella, proprio nun j’era entrata nella testa l’idea che il male stava tutto da una parte e il bene tutto dall’altra. Ecco, per me questa è la pietas: la partecipazione al tutto, la clemenza verso gli sconfitti.

Poco prima della chiusura del romanzo, Paride riparte per il Nord, volontario nella Rsi. Tu lasci intendere che tornerà vivo nell’Italia “liberata”. E’ l’anticipo del tuo prossimo libro?

Pò esse’. Però prima famme vince er Premio Strega co’ Canale Mussolini… Poi ce comincio a ragionà su…

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