Miro Renzaglia, De André e i suoi maledetti poeti…

L’articolo che segue, di Luciano Lanna,
è stato pubblicato il 24 marzo 2017
sul quotidiano “Il Dubbio

Miro Renzaglia

Miro Renzaglia

 

 

 

IL DUBBIO fondo magazine di miro renzaglia

 

 


DE ANDRE’ E I SUOI POETI

A proposito delle polemiche successive all’assegnazione del Nobel a Bob Dylan, più volte a chi scrive è venuto in mente di tirar fuori la sua antologia scolastica di liceo. L’autore, o curatore che dir si voglia, era Enzo Striano, lo straordinario compianto autore del romanzo Il resto di niente. Si intitolava Chi siamo (Loffredo editore, edizione 1974) e dentro c’erano sì Bob Dylan (col testo del brano Chi ha ucciso Davey Moore?) ma anche l’italiano Fabrizio De André, di cui si citava La guerra di Piero. E più che interessante è quanto veniva lì riportato dello stesso De André: «Il mio mezzo di espressione, la canzone, è molto più diretto di altri. Contiene infatti sia poesia sia musica – sosteneva il cantautore – due generi più difficili da capire, più impegnativi, se separati… Non ci sono arti minori, non ci sono arti maggiori e arti minori, anche se è successo che, purtroppo, alla canzone si sono rivolti artisti minori per cui è a volte scaduto il valore tipo di espressione…».

Una prova, anche questa, che già nei primi anni Settanta i cantautori fossero da subito considerati poeti tout court e che le antologie scolastiche avessero già inserito i loro testi nell’ambito della letteratura. Tanto che Fernanda Pivano, prima della scomparsa di De André, in occasione dell’assegnazione di un premio, arrivò a dire direttamente al cantautore genovese: «Ero sempre più convinta – ha poi raccontato la celebre critica – che Fabrizio era il nostro poeta più bravo, bravo al punto di non avere paragoni, Brassens o non Brassens, e mentre io parlavo lui mi ascoltava con un’ironia che solo la mia devozione mi ha permesso di sopportare. Ma quando gli ho detto: “Dicono che Fabrizio è il Bob Dylan italiano. Oh, nel dargli questo premio, d’amore più che di potere, vorrei che fosse Bob Dylan a venire chiamato il Fabrizio americano”, la sua ironia per un istante era finita e ci siamo abbracciati con gli occhi un po’ troppo lucidi». In effetti, sin dagli anni Settanta si era cominciato a parlare e scrivere di “De André poeta” così come della necessità di considerare il suo lavoro alla pari di quello dei massimi poeti italiani del Novecento. «È possibile pensare – ha annotato Giorgio Vasta in Deandreide (Rizzoli, 2006) – all’intero corpus delle sue canzoni come a una specie di piccola epica, sulla falsariga dell’epica omerica e virgiliana, dell’Iliade e dell’Eneide… Solo che l’epica di Fabrizio De André è un’epica volta in chiave minore, ma non qualitativamente minore. È un epos di narrazioni più defilate di quelle che raccontano dei grandi eroi, più discrete. Le narrazioni dei personaggi ai quali, storicamente, non è mai stata data la parola, quei personaggi che sono stati costretti, o che hanno scelto, un destino apocrifo: i “nascosti”, potremmo chiamarli».

Del resto, c’è anche chi, come Massimiliano Lepratti, ha scritto di come De André sia riuscito «a proporre una poetica musicale completamente nuova per l’Italia e un modo di scrivere canzoni che segnerà tutto il suo tragitto e buona parte della storia successiva della musica leggera del nostro paese». E non è mancata negli anni una bibliografia sulle sue specifiche fonti letterarie e poetiche, di cui si segnalano almeno Fabrizio De André, il rispettoso bardo della donna di Liana Nissim e Fabrizio De André-Storie, memorie ed echi letterari di Silvia Sanna. Studi dai quali emerge il vasto e complesso tipo di relazione che il cantautore genovese sviluppa con la letteratura in termini di citazioni letterali, di ispirazioni da opere specifiche e di influenza di poetiche. Un approccio che viene ulteriormente approfondito e analizzato da un libro appena pubblicato: Fabrizio De André. Maledetti poeti  di Miro Renzaglia (Castel Negrino, 2018, euro 14,90), saggista, critico letterario, blogger e, a sua volta, poeta. Un libro che oltretutto inaugura una collana, “pre-testi”, tutta dedicata alle fonti e agli autori di scrittori e non solo. «Il significato di pretesto – si legge in premessa – è: occasione, motivo di approfondimento. Con una leggera forzatura linguistica, però, può essere letto come: ciò che viene prima del testo. La collana, pertanto, vuole essere l’una e l’altra cosa: approfondire un autore risalendo alle sue fonti (i suoi pre-testi) e segnalandone ascendenze di gusto e di stile. Ogni volume presenterà un’introduzione critica degli autori di riferimento scelti con rigore filologico, una curata antologia dei testi-fonte e un breve cenno bio-bibliografico dei chiamati in causa».

Che Fabrizio De André fosse un poeta, esordisce Renzaglia nel suo saggio, non è certo tema di discussione, «semmai, De André, con la sua cura divinamente maniaca per il testo della canzone, suo o di altri, tradotto e/o reinventato, ci ricorda che la poesia (purché sia poesia, purché non sia porcheria) è già musica, perché è già ritmo di suo: a metterla in canzone è solo questione di orecchio». Per l’antologia del volume, Renzaglia sceglie gli autori più evidenti e dichiarati, tranne un paio di casi: Jacopone da Todi e Olindo Guerrini. E anche per i singoli testi si attiene ai riferimenti espliciti del genovese e, là dove assenti o parziali(come nel caso di Pier Paolo Pasolini), si orienta per la via della deduzione comparativa. E quindi a sfogliare il libro procedono i nomi e i versi di Pseudo Giacomo il Giusto, Aristofane, Jacopone, Cecco Angiolieri, François Villon, Edgar Lee Masters, Oswald De Andrade, Olindo Guerrini, Riccardo Mannerini, Pier Paolo Pasolini, Fernanda Farias de Albuquerque e, infine, Àlvaro Mutis: «La formazione è di quelle – osserva Renzaglia – sporche, cattive e perdenti… Siamo in piena zona retrocessione di quel campionato a girone unico (senza ritorno) che chiamano vita. Bari e falsari, carcerati, esiliati, suicidi, gay e transgender, assassini e assassinati, drogati e alcolisti, condannati al patibolo, scomparsi nel nulla, morti di cancro…». Quella che viene fuori dalla loro produzione è la “poetica della sconfitta e degli ultimi”, dell’ingiustizia, del carcere, della vita ai margini, della «estraneità dal buon senso dove la maggioranza sta». Infine, sullo sfondo, la grande sintonia tra Faber e Pasolini: «Cantori estremi e critici – osserva efficacemente il poeta Renzaglia, e appare evidente anche la sua personale assonanza con questi due “suoi” autori – di quella “mutazione antropologica” che prendeva le mosse sul finire degli anni Cinquanta, la lista dei topoi condivisi è lunghissima: un certo cristianesimo, la direzione ostinata e contraria ai cliché che omologano modi d’essere individuali e culture, critica al consumismo, predilezione per le periferie metropolitane e per i confini di qualsiasi impero, amore per il dialetto. E poi, di nuovo, l’adesione e l’attenzione alle vicende degli sconfitti nei quali ritrovano l’umanità del vero».

Luciano Lanna

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