Luca Bonanno – Mario Gioda. Armare i cervelli e temprare gli spiriti

Mario Gioda_ Fondo Magazine

Luca Bonanno
Mario Gioda. Armare i cervelli e temprare gli spiriti
Edizioni Eclettica, 2021
pag. 654
euro 20,90

 

 

L’autore ci racconta tutta la vita di questo tipografo torinese che attraversa come una scheggia impazzita l’ambiente socialista, repubblicano, anarchico fino a diventare un seguace di Mussolini.

Un giornalista autodidatta con la passione di Hugo (amando la “lotta” di Valjean contro Javert), Zola, Balzac («Vorrei gridarlo dai tetti, dirlo a tutti che nelle pagine sue ci siamo tutti e che in esse si vive come si vive tutti i giorni»), Maupassant. Ma anche un giornalista allergico al sistema partitario tanto da affermare, nel 1903: «Lo spirito di partito è la gramigna che non perdona e sfascia l’energia dell’uomo. […] Non è vero che le minoranze non possono agire. Ci ammaestri la storia, ci ammonisce il presente».

Mario Gioda è anche lo scrittore di un piccolo libro Torino sotterranea illustrata (appena ristampato dopo oltre cent’anni) dove racconta le brutture della sua città, con l’obiettivo, ispirandosi al naturalismo francese, di portare il pubblico nella Torino sotterranea dove il moralista «si copre gli occhi e rifugge».

Con l’avvicinarsi della Grande Guerra diventa interventista e riesce, dopo essere stato riformato, ad arruolarsi. Nel libro sono presenti molte citazioni del diario, mai pubblicato, durante quell’esperienza. Da quest’ultime si evince il suo forte legame con la moglie, l’Italia e anche della comicità come quando, scrivendo alla moglie, si rammarica di aver dovuto buttare un eccellente risotto del pranzo poiché “saponificato” avendo lavato, per sgrassarla, la gavetta col sapone per le mani.

Dopo la guerra abbraccia il fascismo, arrivando ad essere definito «la trinità vivente del fascismo torinese»: corrispondente valoroso e sagace del “Popolo d’Italia”, battagliero direttore del “Maglio”, segretario politico del Fascio di Torino […] fascista del primo germoglio. Fu il fondatore del primo Fascio sorto in Italia dopo quello di Milano ed ebbe soltanto cinque compagni quando la prima volta scese in piazza al grido di «Fiume o morte».

Gioda era un uomo che non dava importanza al ruolo, un uomo che detestava la violenza fine a se stessa e la prevalenza del partito sullo Stato, un uomo a cui bastava «la stima del capo di Milano», l’affetto della sua gente e, soprattutto, la libertà di poter scrivere ed esprimere sempre e comunque le proprie convinzioni, come farà, riprendendo già a giugno del 1919, una vecchia polemica iniziata nel 1916, in pieno conflitto, contro i padroni della Fiat lucratori di sopraprofitti di guerra.

Nel 1924 viene eletto deputato, solo le forti insistenze di Mussolini lo convincono ad «ingoiare il rospo schedaiolo, e, allegramente, mettermi in croce sul ridicolo calvario elettorale». Il 28 settembre dello stesso anno muore per il peggioramento del suo stato di salute (già di salute molto cagionevole, contrasse anche la leucemia che lo spense).

Redazione

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