Francesco Benozzo – David Bowie. L’arborescenza della bellezza molteplice

Francesco Benozzo
David Bowie. L’arborescenza della bellezza molteplice
Edizioni Castel Negrino, 2021
pag. 144
euro 14,90
david-bowie-l-arborescenza-della-bellezza-molteplice

 

dall’INTRODUZIONE

I

Una vita ispirata, ossessionata e imprendibile. David Bowie volle costantemente ridiventare ciò che era prima di essere, e questa è la sua arte. Ciò che è diventato, la sua bellezza molteplice, la sua eleganza decadente e solitaria, il firmamento malinconico delle sue canzoni, la prolissità ri- dondante ma impeccabile delle sue provocazioni ricordano meno gli esteti e i dandy dell’Europa tardo-moderna che gli asceti orientali di un redivivo Medioevo iniziatico. Al pari di Hafez, Rāmānanda, Huineng, egli è stato l’artista dell’incompiutezza prismatica che si fa voce, il folgorato po- eta dell’esasperazione tecnologica, il non sospetto interprete della postmodernità senza scampo.

II

Ascolto le sue canzoni come inoltrandomi in un paesag- gio sconosciuto, e non le comprendo. Io non comprendo David Bowie, la sua arte mi pone domande mentre ne fru- isco. Non mi appaga ma mi interroga. Il suo io esuberante l’arborescenza della bellezza Moltepliece ed elegantemente irritante non smette di sopraffarmi. Scrive Cioran: «Morire è cambiare genere, è rinnovarsi…». Io sento dentro questa frase un’essenza di Bowie. Confondere la sua natura poliedrica con una propensione camaleontica o addirittura opportunistica equivarrebbe a confondere la consapevolezza poetica della morte con una posa strategica e studiatamente “estranea”, rivolta alla vita e alla sua natu- ra effimera. Nell’oro dei giorni e degli anni, nello shining dell’esistenza rivelata, c’è sempre un’ombra che ne rappre- senta l’altra essenza, come il suggello di un’alleanza mistica, precedente, archetipica: «Run for the shadows, run for the shadows / Run for the shadows in these golden years – Corri verso le ombre, corri verso le ombre / corri verso le ombre in questi anni dorati» [Golden Years, 1975].

III

La “stranezza” di Bowie, la sua “estraneità”, è invece un dialogo sotterraneo, non importa quanto consapevole, coi classici. La sua Oddity non può prescindere dall’Odissey. Di Kubrik e Clarke, certo, e dunque di Omero. Ma, a differenza del rimpatriato Ulisse e del tormentato capitano Dave di Odissea nello spazio, il Maggiore Tom, nel suo perdersi «tranquillo» (very still) e malinconico nel vuoto («Planet Earth blue / and there’s nothing I can do – Il pianeta terra è triste / e non c’è nulla che io possa fare» [Space Oddity, 1969]), a più di centomila miglia da un possibile approdo della memoria, galleggiando cioè verso la propria morte, dentro il ritmo sua- dente e pacato della canzone che sta cantando, indica senza di- sperazione – in quello che qualcuno ha definito un mirabile e pianificato suicidio nel cosmo – lo stupore solitario a cospetto della materia come unico destino di quiete

IV

Questo alieno neoclassico, questo cavaliere errante nei regni dell’ambiguo, col suo spudorato narcisismo, col suo agitato pudore, con le sue maschere spersonalizzanti e autorevoli, ha creato di continuo mondi che prima non c’erano. Poiché le sue enormità artistiche sono realmente accadute, ogni cosa che possiamo immaginare dopo di lui può davvero esistere. Questo è un potere donatoci dai grandi creatori di immaginario, uno dei motivi per cui l’arte di Bowie ci chiama a sé anche quando non la comprendiamo del tutto. Ci sono artisti che consolano e diventano un rifugio, altri che irrompono nelle certezze e indicano nuove direzioni. Bowie incarna l’artista a monte di queste categorie: egli è un generatore di mondi, un demiurgo eterogeneo che non cessa di trasformarsi. Ogni realtà diventa possibile dentro di noi grazie alle realtà create dalla sua arte, che, come in un viaggio 11 iniziatico, indica soglie e si fa soglia percettiva. Dopo di lui, poiché quello che ha fatto è esistito in una realtà fruibile, possiamo anche immaginare che Dio sia esistito o esista, e pensare che parli francese o cinese; possiamo domandarci se ciò che incontriamo nei sogni sia invece la realtà; e possiamo guardare la nostra mano e avvertire che il sangue che vi scorre si muove al ritmo di Sons of the Silent Age.

Francesco Benozzo

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Poeta, musicista, linguista, Francesco Benozzo insegna filologia romanza all’Università di Bologna e ha all’attivo dieci CD (realizzati in Italia, Gran Bretagna e Danimarca) e oltre 600 pubblicazioni (tra volumi accademici, poemi, articoli scientifici e prose). Insignito nel 2017 del titolo di “bardo honorário” dall’Assembleia da Tradição Lusitana, è considerato uno dei più accreditati interpreti contemporanei dell’arpa celtica, e come filologo dirige alcune riviste accademiche internazionali, dove si fa portavoce di un’idea libertaria, anarchica e anti-autoritaria degli studi umanistici, culminante nella disciplina di sua invenzione chiamata “etnofilologia”. Da alcuni anni è candidato al Premio Nobel per la Letteratura.

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