Mario Grossi – Tim Burton. L’oscura stanza dei giochi

BURTON

 

 

dalla INTRODUZIONE

Tutto parte dall’infanzia che, come un treno fantasma, percorre, con le sue angosce, ossessioni, visioni, l’età adulta: da Washington Irving, alle strip di Johnny Hart, al romanzo gotico; dai fratelli Grimm a Franz Kafka; da Batman ai romanzi per ragazzi di Roald Dahl; da Edgard Allan Poe ai racconti per bambini del Dr. Suess; dal cinema espressionista, che noi trasleremo nella poesia di Gottfried Benn, Georg Trakl e Carl Einstein, fino alle figurine di Mars Attack! Eccolo qua, in un sommario certamente incompleto e provvisorio, quel tipico continuo su e giù (cultura “alta e bassa” – si diceva) della poetica di Tim Burton che, pur per inevitabile appros- simazione, intendiamo riferire al paziente lettore.

Certo, non deve essere stato facile per un bambino, introverso e fantasioso, sopravvivere in quel deserto ordinato e perfetto di Burbank, sua città natale. Tim  nasce in una famiglia puritana, bigotta, conformista, della middle class americana. Siamo nei primi anni Sessanta, e Burbank è uno di quei sobborghi residenziali wasp, vicini a Hollywood, fatto di villette a schiera pulite, ordinate, omologate, che Burton immortalerà in uno dei suoi film più riusciti Edward mani di forbice6, dove i residenti sono per lo più i dipendenti dei colossi dell’animazione Walt Disney e Warner Bros: «Una città estrapolata da qualsiasi riferimento spazio-temporale dove si con- suma il dolore del bambino che vi risiede». È da questa cittadina che bisogna partire e da quel bambino che da subito ne ebbe in odio la calma piatta e ordinata. L’adolescente problematico entra presto in conflitto con il suo mondo di riferimento. A partire dai genitori: all’età di tredici anni si trasferisce dalla nonna e già a sedici va a vi- vere per conto suo. Tuttavia, a Burbank: «C’erano cinque o sei sale cinematografiche e in alcune potevi vedere con lo stesso biglietto tre film come Scream, Blackula Scream, Dr. Jeckill and Sister Hide e Distroy all Monsters. Quelli furono bei giorni di cinema, quei grandi biglietti per tre film. E io ci andavo da solo o, a volte, in compagnia di un paio di ragazzi del vicinato».

Nulla di strano: il giovane Tim Burton s’industria con quello che trova a portata di mano per riem- pire i buchi vuoti tra una lezione e un’ora di sport e sfuggire, così, alla monotonia del vivere in provincia. E da subito s’innamora dei mostri: «I miei genitori mi hanno raccontato che prima ancora di cominciare a parlare stavo ore davanti ai film di mostri, senza averne alcuna paura. L’emozione più forte l’ho provata la prima volta in cui ho visto precipitare King Kong dall’Empire State Building. Ancora oggi quando alla fine di un film il mostro muore, mi commuovo sempre. Perché nel corso della proiezione siamo diventati amici».

Mario Grossi

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Mario Grossi è nato a Pisa, nel 1958. Dopo la maturità classica, si è laureato in Scienze Geologiche. Ha collaborato con il Circolo Culturale Ezra Pound di Frascati nell’organizzazione di manifestazioni, mostre, incontri culturali. Collabora assiduamente al Magazine on-line “Il Fondo” (www.mirorenzaglia.org) con interviste, articoli e recensioni. Sporadicamente, suoi interventi sono comparsi su altre testate on-line. Lettore incallito e onnivoro, ha scelto per una volta l’altra parte della barricata.

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