Miro Renzaglia. Fabrizio De André – Maledetti poeti

DALL’ INTRODUZIONE

Non siamo qui per celebrare il poeta De André e nemmeno la sua poesia. O meglio, siamo qui per celebrare la poesia del genovese, attraverso i suoi poeti e le loro poesie: quelle che, in un modo o nell’altro, hanno rifornito di humus e linfa il suo linguaggio poeti- co. Chi si stupirà dei molti debiti da lui contratti non sa che solo per Omero, con il quale inizia la storia della letteratura dell’intero Occidente – quella scritta, per intenderci – è impossibile risalire alle fonti (il che non significa che anche lui non ne abbia avute, per quanto orali). Per chi è venuto dopo il Grande Cieco, non c’è scampo: il genio, anche quello assoluto, non nasce mai dal niente. L’intera letteratura è una catena cui ogni singolo anello rimanda a qualche altro precedente. Vale per tutti, anche per le eccellenze. Un esempio illustre? Il poema dei poemi della lingua italiana, la Commedia di Dante, è dato come assai probabilmente influenzato – anche – dall’islamico Libro della Scala, ove si narra l’ascensione celeste del Profeta Maometto. Volete, dunque, che De André faccia eccezione? Dio che domanda retorica: come se non fosse lui stesso a dichiarare ascendenze e debiti formativi, suggestioni e referenze. Per l’antologia di questo volume ho scelto gli autori più evidenti e dichiarati (tranne un paio di casi: Jacopone da Todi e Olindo Guerrini, dei quali dirò più avanti). Anche per i singoli testi mi sono attenuto ai riferimenti espliciti del genovese e, là dove assenti o parziali (come per Pasolini), ho praticato la via della deduzione comparativa.

Pseudo Giacomo il Giusto, Aristofane, Jacopone da Todi, Cecco Angiolieri, François Villon, Edgar Lee Masters, Oswald De Andrade, Olindo Guerrini, Riccardo Mannerini, Pier Paolo Pasolini, Fernanda Farias de Albuquerque, Álvaro Mutis. La formazione è di quelle sporche, cattive e perdenti. Tutt’altro dall’ungarettiana “Petrarchesca” che puntava in alto. Qui siamo, invece, in piena zona retrocessione di quel campionato a girone unico (senza ritorno) che chiamano vita. Bari e falsari, carcerati, esiliati, suicidi, gay e transgender, assassini e assassinati, drogati e alcolisti, condannati al patibolo, scomparsi nel nulla, morti di cancro. Solo l’«illustre cugino»  Oswald De Andrade (e forse Aristofane, per il poco che se ne sa) se l’è cavata da quella maledizione frequente che colpisce i poeti: ve la siete voluta e così sia. Quella che viene fuori dalla loro produzione è la poetica della sconfitta e degli ultimi; dell’uomo e della sua miseria, quasi sempre senza orizzonte di salvezza né di redenzione, e della sua estraneità da quel buon senso dove «la maggioranza sta». Una poetica mutante nelle forme e ossessiva nei temi, in linea – credo – con quella di De André che di se stesso pronunciava: «Ho sempre avuto poche idee, in compenso fisse»

m.r.

Miro Renzaglia è nato a Roma. Ha pubblicato Controversi (E.C.D.P, 1988), I rossi e i neri (Settimo Sigillo, 2002), A spese mie (I libri de Il Fondo – Gedi, 2009), Un popolo di debitori (Safarà, 2014), Bitcoin senza fiducia (Castel Negrino, 2018), Residui di Stato (Castel Negrino, 2018), Fabrizio De André – maledetti poeti (Catel Negrino, 2018), La parola a Ezra Pound (Passaggio al Bosco, 2020). Nel 1990 ha fondato e diretto fino al 1999, la rivista di testi e immagini “Kr 991″. Suoi testi poetici sono presenti in antologie riviste e dvd. Come saggista socio-politico, critico letterario e di costume, ha collaborato a siti web, periodici e quotidiani. È autore e performer del concerto di musica-poesia Radiografia di uno sfacelo (2003). Dirige il magazine online “il Fondo” e, per Castel Negrino, la collana editoriale “Pre-Testi”.

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