Paolo Granata – Bob Dylan. Poeta errante

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Paolo Granata
Bob Dylan. Poeta errante
Edizioni Castel Negrino, 2021
pag. 134
euro 14,50

dall’INTRODUZIONE

Sarà che in America i tempi sono davvero cambiati, e nel vento soffiano risposte equivoche; fatto sta che alla fine lui l’ha spuntata alla grande: Bob Dylanpremio Nobel per la letteratura. L’Accademia di Svezia ha avuto il coraggio di una scelta ambiziosa. I giudici di Stoccolma avranno pensato, forse con qualche anno di ritardo – era dal 1993 che il Nobel per la letteratura non andava a un autore americano –, che fosse giunto il momento di riconoscere gli orizzonti d’avanguardia di una certa tradizione d’oltreoceano forse mai pienamente apprezzata. Lui, recalcitrante ad ogni conformismo, il premio lo ha accettato, ma lo ha anche snobbato, un po’ per proteggersi dalla mercificazione della sua stessa fama – come d’altronde ha sempre fatto – un po’ per via di quella sua endemica avversione nei confronti di ogni forma d’egemonia culturale, anche quella imbellettata dei premi letterari. In molti hanno interpretato questo fatto come una sorta di resistenza all’idea di doversi definire a tutti costi un poeta – e il Nobel di fatto come tale lo ha consacrato. La stessa motivazione con la quale l’Accademia di Svezia ha accompagnato la decisione di assegnare il Nobel recita: «Per aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana». Eppure, una volta giunta notizia dell’ambìto rico- noscimento, e del suo inaspettato destinatario, parte della critica si è spinta ben oltre le consuete polemiche sulla scelta, appoggiandosi alle più svariate equazioni: i versi scritti per essere cantati non sono poesia; le parole in musica non sono letteratura; un cantautore non è uno scrittore; e via dicendo. Nella stessa lettera di ringraziamento destinata ai membri dell’Accademia svedese, il nostro autore ha am- messo con un certo disincanto: «Non una volta ho avuto il tempo di chiedermi: “Le mie canzoni sono letteratura?”». Per fortuna, nel corso della sua lunga carriera, in molti altri se lo sono chiesto, e questo libro è in fondo un’umile testimonianza di come l’opera di Dylan, in fin dei conti, abbia non solo agito come agisce la letteratura, funzione vitale dell’immaginario collettivo, ma è stata anche capace di riconfi- gurare l’idea stessa di poesia nel secolo del rock, nel secolo dei media. Le parole di nessun altro cantautore sono state studiate, analizzate, interpretate quanto quelle di Dylan, la cui influenza nell’ambito del- la musica del Novecento è stata indubbiamente profonda e tutt’oggi indiscussa. È stato definito più volte un portavoce della sua generazione, prima grazie al folk revival del Greenwich Village, poi attraver- so la protesta contro la guerra in Vietnam e altre vertenze sociali. Ma ha saputo anche andare oltre: la svolta rock, la conversione mistica e la successiva disillusione. A lungo è riuscito a sfuggire a domande e indagini, rifugiandosi in una sorta di fragilità arrogante, talora sno- bistica, spesso urtante. Terrore, impotenza, impenetrabilità, allusioni misteriose, il tutto a formare una trama senza chiave di cifratura: tutto questo è stato, ed è ancora oggi Bob Dylan.

Paolo Granata

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Paolo Granata insegna Ecologia dei media e Critica della cultura all’Università di Toronto. Ha insegnato per quindici anni all’Università di Bologna, conducendo ricerche nel campo dell’estetica dei media, dell’arte contemporanea e della comunicazione museale. Ha pubblicato diversi saggi e libri tra cui Arte in rete (2001), Arte, estetica e nuovi media (2009), Mediabilia (2012), Ecologia dei Media (2015). Dal 2011 è McLuhan Centenary Fellow presso il McLuhan Centre for Culture & Technology dell’Università di Toronto. www.paologranata.it

 

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