Federica Minarelli – Luigi Tenco. Io sono uno… e nessuno

Luigi Tenco appartiene alla prima ondata di quel cantautorato italiano che, nato come fenomeno musicale sul crinale degli anni 50 del Secolo scorso, fu fortemente influenzato dalle contemporanee atmosfere francesi, musicali e non. E fu Tenco, forse un attimo prima degli altri, sicuramente non dopo, a rompere gli schemi di musica e testi del nostro panorama canzonettistico. Educato dall’ascolto e dall’esecuzione jazzistica, lui raffinato sassofonista2, saranno soprattutto i testi, per quanto la sua scrittura poetica possa definirsi da un punto di vista formale di primo grado, a tracciare definitiva- mente il solco fra la canzone italiana in un prima e dopo Tenco. E su questi indagheremo, non senza difficoltà, per arrivare a dama dei suoi pre-testi culturali ma, anche – come vedremo – nelle pieghe della sua controversa personalità. Sarà, infatti, che amava parlare poco di sé; sarà che sono anche poche le interviste da lui rilasciate e, quelle poche, mai incentrate sull’argomento che qui interessa; sarà che di norma preferiva che fossero le sue canzoni a coincidere con il suo pensiero e quindi a rivelarlo; il fatto certo è che a noi sono pervenute tre sole dichiarazioni inconfutabili sulle sue fonti di ispirazione: Carlo Mercantini, del quale cita due versi che comunque scompaiono nella versione ufficiale di Ciao, amore ciao, e i trasposti Boris Vian e Bertolt Brecht. Nella ricerca dei suoi pre-testi ci avvar- remo, pertanto, della via deduttiva delle associazioni e dei rimandi a quegli autori che appaiono più probabilmente affini alla temperie culturale e alla sensibilità poetica del Nostro. Un metodo paradig- matico, quindi, nel senso che al paradigma ha dato Aristotele: in- dicare il noto per illustrare il caso meno noto o del tutto ignoto. Ci avvarremo, inoltre, delle frecce direzionali accese da alcuni buoni studiosi del personaggio e della sua indole artistica. Uno di questi è certamente Aldo Fegatelli Colonna che ci fornisce una prima map- patura ideo-poetica che va da Sartre e Camus «Ma è la ragione esistenzialista di Sartre e Camus che può meglio dispiegare la complessa personalità di Tenco»; da Baudelaire, Rimbaud «La rabbia e il senso di rivolta di Tenco, genuini e sofferti, lo portarono ad essere un maudit» a Céline «di cui lesse molto presto, a diciassette anni, il capolavoro Via io al termine della notte». In questa geografia poetica largamente francese, vedremo come non risultino estranei i paesaggi italiani di Pirandello, Leopardi, Pascoli, Foscolo. Vedremo anche se, come hanno affermato alcuni suoi amici di adolescenza in un’intervista televisiva, il giovane Luigi avesse una qualche frequentazione letteraria con il classico Ovidio dell’Ars Amatoria e, in caso affermativo (e il nostro avviso è che lo sia), in che modo può essergli tornato utile nella confezione dei suoi testi. Su tutti, comunque, staglia deciso Cesare Pavese che: «lo affascinava, e lo affascinava il mondo evocato dalle sue pagine e il tormento dell’uo- mo»7. Registreremo, inoltre, le “affinità elettive” e le somiglianze biografiche con Carlo Michelstaedter, il giovane studente goriziano, morto anche lui suicida giovanissimo, appena dopo averci lasciato una gemma preziosa del pensiero novecentesco. Ci azzarderemo, infine, e per quanto possa sembrare impervio, a verificare se alcune sue evoluzioni concettuali espresse nei testi delle canzoni, possano aver contiguità con le riflessioni di Martin Heidegger, e con alcune schegge poetanti di Friedrich Nietzsche. E proprio usando un’immagine di Heidegger, seguiremo Tenco su quelli che a buon titolo possiamo considerare i tematici “sentieri interrotti” (siamo debitrici a Graziella Corsinovi per l’immagine di accostamento) delle sue canzoni: l’esistenza (rapporto fra io e solitudine), l’amore (rapporto fra io e l’altra/o incatenati in un anello di “amorosi sensi”), l’impegno civile, soprattutto in chiave antimilitarista (rapporto fra io e gli altri).

Federica Minarelli

 

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