Alessandro Carbone – Stanley Kubrik. Odissea nell’incipit

dall’INTRODUZIONE

 

La leggenda narra che quando Jonathan Ive, il capo designer Apple, bussò alla porta di Steve Jobs nell’autunno del 2006, avesse bisogno di una risposta semplice a un quesito non banale. Dopo aver posato due prototipi di iPhone sul tavolo chiese a Steve di che colore volesse fosse lo schermo del magico rettangolo quando era spento: «Nero o Grigio?». Alcuni sostengono che passò diversi minuti con i due iPhone in mano accendendo e spegnendoli contemporaneamente. Prima dell’ultima accensione si soffermò qualche secondo in più su quello nero per poi sentenziare dietro uno dei suoi indecifrabili sorrisi: «Nero». Ive non chiese spiegazioni, si limitò a ripetere quanto fatto da Jobs nel suo studio. Volava capire cosa avesse visto di differente Steve nei due prototipi. Solo dopo qualche minuto gli fu tutto chiarissimo: l’iPhone dallo schermo nero rifletteva il volto del proprietario per qualche istante prima di accendersi e prendere vita. Quel piccolo monolite nero non era solo un freddo pezzo di silicio, quello era uno specchio, meglio un passaggio, un ponte tra la nostra anima e il mondo magico e potente dello strumento di comunicazione più rivoluzionario del mondo. Quel volto riflesso era l’incipit umano di una odissea tecnologica. Lo schermo grigio ovviamente emanava solo un riflesso pallido e sbiadito. Chissà se a Steve, prima di prendere la decisione, sia passato per la testa anche 2001 Odissea nello spazio, l’era primordiale, il monolite nero che le scimmie fissano prima di dare l’incipit a quella che sarà la razza umana. Forse solo coincidenze tra visionari, ma bellissime.

Vi prometto che in queste pagine dedicate a Stanley Kubrick, non interrogheremo nessun monolite nella pia illusione che ci sveli il perché, il percome o cos’è che le scimmie hanno visto nel rifles- so nella lucida superficie di pietra nera. In molti altri libri troverete esercizi medianici nel tentativo di evocare il fantasma del regista o di psicanalizzare la sua vita facendolo sdraiare su un lettino di pagine bianche. Non racconteremo uno dei creativi più illuminati dello scorso Secolo cercando di passare dal cesto sporco della biancheria. Proveremo invece a farlo passeggiando tra alcuni libri che sono stati certamente sul suo comodino.

«Se può essere scritto, o pensato, può essere filmato». Lo aveva detto in diverse interviste, nell’idea del cinema di Kubrick il testo letterario è un cardine fondamentale, non soltanto per l’importanza che il lavoro di sceneggiatura aveva all’interno dell’impianto estetico del film, ma anche per la varietà di suggestioni che il regista trasse da molte opere di narrativa riuscendo a trasformarle in modo genia- le in racconti cinematografici. Kubrick aveva una cultura letteraria sterminata, e anche laddove il riferimento non fu seguito «alla lettera» è possibile rintracciare tantissime suggestioni.

Ben undici dei tredici lungometraggi realizzati da Kubrick furono tratti da romanzi o racconti: Rapina a mano armata (1956) tratto dal libro omonimo di Lionel White, Orizzonti di gloria (1957) tratto dal romanzo di Humphrey Cobb, Spartac (1960) celebre romanzo storico di Howard Fast, Lolita (1962) alla cui sceneggiatura collaborò lo stesso Nabokov, II dottor Stranamore (1964) da Peter George e il suo Allarme Rosso, La sentinella è il racconto di Arthur Clarke da cui Kubrick trasse ispirazione per 2001: Odissea nello spa- zio (1968), Arancia Meccanica (1971) tratto dall’omonimo romanzo di Anthony Burges, Barry Lyndon (1975) tratto da Le memorie di Barry Lyndon di William Makepeace Taccherai, Shining (1980) è l’incredibile adattamento del omonimo romanzo di Stephen King, Full Metal Jacket (1987) fu ispirato al romanzo Nato per uccidere di Gustav Hasford ed Ey Wide Shut (1999) tratto dal romanzo di Arthur Schnitzler Doppio sogno. Kubrick era un bibliofilo, un lettore seriale, centinaia i libri che passarono tra le sue mani, risparmiava denaro per acquisire i diritti dei libri che lo emozionavano di più, eppure solo undici di questi colpirono la sua macchina visionaria al punto di voler trasformare le parole in immagini. Cosa catturò la mente del regista in quelle pagine? Su quale esatta pagina si tolse gli occhiali e si stropicciò seriamente le palpebre nel tentativo di abbinare volti di attori a lui noti ai personaggi letterari? Ci piace pensare che sia tutto merito degli incipit di quei romanzi, che l’innesco fosse sicuramente dentro le prime pagine.

Alessandro Carbone

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Alessandro Carbone nasce a Roma nel 1974. Si laurea in Sociologia (Comunicazione di massa) con Franco Ferrarotti. Dopo il corso di specializzazione Rai in sceneggiatura e drammaturgia dal 2005, svolge l’attività di Story Editor e Producer presso Rai Fiction. Tra i titoli di maggior successo: Il Bene e il Male (2006), Lo Scandalo della Banca Romana (2010), Mia Madre (2011), K2 La montagna degli italiani (2012), Trilussa (2013), Gli anni spezzati (2014), Rocco Schiavone (2016/2018/2019), I mille giorni di Mafia Capitale (2017), Scomparsa (2017), Il Cacciatore (2019). Nel 2003, ha pubblicato il suo primo romanzo Web Site Story (Storie nella rete) edito da Novecento GeC.

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