Canto II – L’iniziazione

lettera CCosa che fosse allor da lei ricetta,
mia madre a servo d'un segnor mi puose.
Lunga la barba e di pel bianco mista,
la sua testa è di fin oro formata.
Quando mi prese, dicendomi: «Forse
di quel peccato ov'io mo’ cader deggio,
cosa non fu da li tuoi occhi scorta...
Tratto t'ho qui con ingegno e con arte:
volgiti in qua e vieni, entra sicuro:
lo tuo piacere omai prendi per duce.
Ma dimmi quel che tu da te ne pensi».
E io: «Maestro, i tuoi ragionamenti
mi son sì certi e prendon sì mia fede,
che li organi del corpo saran forti
a tutto ciò che potrà dilettarne.
Non sbigottir, ch'io vincerò la prova:
vien dietro a me, e lascia dir le genti».
Prima che sia, a guisa di fanciulla,
la bocca mi basciò tutto tremante.
Le gambe con le cosce seco stesse
diventaron lo membro che l'uom cela...
Quivi mi cinse sì com'altrui piacque.
Mentre che tutto in lui veder m'attacco,
con la test'alta e con rabbiosa fame,
su per la punta, dandole quel guizzo,
torcendo e dibattendo 'l corno aguto,
un diavolo è qua dietro che m'accisma.
Pensa, lettor, se io mi sconfortai:
io nol soffersi molto, né sì poco;
io ebbi vivo assai di quel ch'i' volli.
Né, sì chinato, lì fece dimora...
Or quel che m'era dietro m'è davanti:
perché, appressando sé al suo disire,
facea me tener le labbra aperte...
Poco portai in là, volta la testa,
l’uccel divino più chiaro appariva.
«Mettine giù, e non ten vegna schifo...»,
così mi disse, e indi si raccolse...
E io: «Tanto m'è bel, quanto a te piace:
tanto mi piace più quanto più turge.
Tu se' segnore, e sai ch'i' non mi parto
dal tuo volere, e sai quel che si tace».
E le labbra ingrossai quanto convenne...
Com'io l'ho tratto, saria lungo a dirvi.
Libero fui da ogne altro disire:
esser basciato da cotanto amante.
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