Canto IX – Tali eravamo tutti e tre allotta

 

lettera QQuesta a peccar con esso così venne.
Dissemi: «Qui con più di mille giacqui
con lo mio sposo ch'ogne voto accetta.
A tanta altezza non è maraviglia
s'io m'intuassi, come tu t'inmii.
E come specchio l'uno a l'altro rende,
sì che, guardando verso lui, penètri
ad artigliar ben lui e amendue.
Fai di noi centro e, di te, fai corona
la sposa di colui ch'ad altre grida,
voci m’ha messa!». Dicea: «Surgi e vieni:
ché, s'amore è di fuori a noi offerto,
ti torrà questa e ciascun'altra brama:
mira quel cerchio che più lì è congiunto;
e sappi che 'l suo muovere è sì tosto
che mai da circuir non si diparte
perché si fa, montando, più sincero.
Se li suoi diti non sono a tal nodo
sufficienti, non è maraviglia: 
l'animo mio, per disdegnoso gusto,
produce e spande il maladetto fiore». 
Tosto che questo mia segnor mi disse,
da questo passo vinto mi concedo
per l'affocato amore ond'ella è punta
Per l'altrui membra avviticchiò le mie:l
e natiche bagnava per lo fesso 
e per colui che 'l loco prima elesse. 
Ed ella a me:  «Però: che tu rificchi 
qui, e altrove, quello ov'io v'accoppio».
E io li sodisfeci al suo dimando  
e sì tutto 'l mio amore in lui si mise.
Tali eravamo tutti e tre allotta.
Così quel lume: ond'io m'attesi a lui, 
poscia rivolsi a la mia donna il viso,
e quinci e quindi stupefatto fui...
Poscia ch'io l'ebbi tutta da me sciolta, 
porsila a lui aggroppata e ravvolta.
Quel ch'era dentro al sol dov'io entra'mi,
l'altro prendea e dinanzi l'apria. 
I’ andava col sol novo a le reni
e in dietro venir a el convenia
pur a quel ben ferire ond'ella è ghiotta.
Salvo che, mossa da lieto fattore,
co’ l'uccel ch'a cantar più si diletta,
anzi 'l primo pensier del suo venire, 
noi pur venimmo al fine in su la punta.
Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks