Canto VII – La mala sposa

 

lettera CCiò ch'io dicea di quell'unica sposa,
 di quella ch'io notai di più bellezza,
 che più parea di me voler contezza
più non dirò, e scuro so ch'io parlo.
Io vedea lei, ma non vedeva in essa.
 Ciò mi tormenta più di questo letto
lo qual dal mortal mondo m'ha remoto.
E così, figurando 'l paradiso,
io non m'accorsi del salire in ella
spirito ed acqua fessi. E con angoscia,
ciò che pria mi piaceva, allor m'increbbe:
ché tutta ingrata, tutta matta ed empia,
cambiò onesto riso e dolce gioco
e poi distese i dispietati artigli.
Più nel suo amor e più mi si fè' nemica:
ogni primajo aspetto ivi era casso.
Così lo rimembrar del dolce riso
fu frequentato già in su la cima
fertilmente. Ed ora è tutto vano.
L'età dell'oro e suo stato felice
mi pesa sì che a lagrimar m'invita.
Ora conosco come s'innamora
dinanzi all'uno, e tutto a lui s'appiglia,
che l'umana natura mai non fue 
né fia qual fu in quelle due persone,
sì che due bestie van sott'una pelle.
Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio 
quando drizzo la mente a ciò ch'io vidi:
veder sovresso una puttana sciolta...
Io non so più chi è, né per che modo
lo nostro amore, onde operar perdési
là dove bolle la tenace pece
che, pur, di male in peggio si travasa. 
Perch'io sia giunto, forse alquanto tardo,
a guerir de la sua superba febbre,
è ch'i' son stato così sottosopra 
com'occhio per lo mare, entro s'interna:
in pelago nol vede e, nondimeno,
è lì, ma cela lui l'esser profondo. 
Pur ier mattina le volsi le spalle:
e, discarcate le nostre persone,
de l'ultima dolcezza che la sazia, 
in obbrobrio di noi, per noi si legge:
«Bene è che sanza termine si dogliachi, 
per amor di cosa che non duri,
 
etternalmente quello amor si spoglia».  


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