Canto VI – Il lenzuolo

 

lettera E

Era così com’era nata. Vergine,
a tredici anni e d’amore assetata,
come son le fanciulle a primavera. 
I’la vidi ne la casa de’ suoi,
con l’ago in mano fare di ricami 
i fiori sul lenzuolo della dote 
e sospirare, pensando a l’or quando
quel vel di lei avrebbe svelato il cielo
che già fremea d’essere annuvolato.
I’ non m’osava imaginar nemmeno 
quel che l’occhio già languiva disìar:
ché aveo già passato la trentina. 
Fu ella che dall’incanto mi disciolse:
«Non si ristìa signor – mi disse – più
sul suo passo fermo ma s’avvicini 
a mirar dappresso questo ricamo
che con giudiziosa mano ho punto».
Mosso più da lei che dalla su’ arte,
i’ m’assediai al suo fianco ed ella stese
il lino sul grembo suo e sulle mie
gambe. Sicché, la rosa ricamata
posando combaciò con quel che all’om
convien tener celato. Ella allor sopra
mi mostrò, con il suo indice leggiero,
la corolla fregiata a trama fine
e poi l’intera pianta con la palma 
accarezzò. Ma il carezzo, però, 
poco dopo si fe’ pressione e quello 
che sotto era fin lì molle, divenne 
duro ferro da lavoro. Sentendo 
carne farsi osso, ella non desiste.
Anzi: da sopra a sotto il lino passa
la mano. Ed ivi giunta non disdegna 
d’aprir la patta onde quinci s’insinua, 
entrando nel convento del piacere.
Pochi movementi ed un lieve bacio
tra bocca e labbro furono bastanti
a far de li miei succhi un sol travaso
che, sgorgando, deh! tutto il fiore innaffia. 
Ma poiché col mio piacer volevo ‘l suo,
e crinar non volli l’intatto imene,
m’inginocchiai ver’ la rosa ‘n carne 
e, sotto al lenzuol nascosto, la lingua 
tesi agogno il punto esatto lì dove 
Eraclito ridea la sua bontate... 
...e di scioglilingua anche lei languì.
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