Canto IV – Nel nome del padre


lettera E
Ei fu al mondo persona orgogliosa.
Benigno a' suoi e a' nemici crudo, 
perch'ad un fine fur l'opere sue.
E sanza cura aver d'alcun riposo,
l'anima sua, , con la sua persona,
mover si volle tornando al suo regno.
Venendo qui, è affannato tanto!
Per ciò mi piacque consolare alquanto
la cara e buona imagine paterna,
cantando come donna innamorata:     
«O santo padre, e spirito che vedi
ciò che credesti sì, che tu vincesti
quelli che vince, non colui che perde.
Dolce armonia da organo mi viene,
orando a l'alto Sire, in tanta guerra!».
Cotanto gloriosamente accolto,
tanto contento di mirar sua figlia,
turbato un poco, disse: «Or vedi, figlia:
io fui uom d'arme, e poi fui cordigliero.
Tal mi fec'io di mia virtude stanco.
Tu m'hai con disiderio il cor disposto
dal primo giorno ch'i' vidi il tuo viso
in questa vita, infino a questa vista.
E se non fosse ch'ancor lo mi vieta
di domandar, sì del troppo si teme,
veggendo il cielo a te cos’è benigno,
dato t'avrei, a l'opera conforto,
l'acqua di fuor del mio interno fonte».
«Che è quel, dolce padre, a che non posso?
Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice!
S'esser vuoi lieto, assai prima che stanco,
tanto che l'ombra del beato regno
segnata nel mio corpo io manifesti,
intra per lo cammino alto e silvestro,
nel primo aspetto de la bella figlia.
Or vien, ch'un sol volere è d'ambedue:
venite, benedicto pater meo,
da questa parte onde 'l fiore è maturo,
per che la voglia mia saria contenta
d'intender qual fortuna mi s'appressa.
Non ti fia grave, ma fieti diletto
quanto natura a sentir ti dispuose».
Ed elli a me: «L'amor del bene, scemo
del suo dover, quiritta si ristora».
Così li dissi. E poi che mosso fue,
risonò per le spere un ‘Dio laudamo’.
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