Adolf Hitler: analisi di una mente criminale…

“Er war ein schlechter Mensch…”

La copertina di un libro è una delle vie d’accesso al testo. Supporto iconografico del titolo ne rafforza il senso e talvolta lo supera. I tipi della Hobby&Work devono saperlo assai bene, perché la copertina dell’ultima loro pubblicazione, il saggio di Riccardo Dalle Luche e Luca Petrini, Adolf Hitler: analisi di una mente criminale, è un piccolo capolavoro.

Piccolo capolavoro perché, da un’immagine del Fuhrer usata e abusata da tutti, con una sovrapposizione che, come un vortice, mentre ti risucchia all’interno del testo, ne fa affiorare, in dissolvenza, un’altra che ne costituisce il substrato.

Il titolo è in rosso contornato di bianco e fa da piedistallo, i nomi degli autori sono in bianco e sono appesi in cima, sullo sfondo, ma centralmente, una foto in bianco e nero del Fuhrer in cui risalta quello sguardo vacuo e magnetico che ne costituisce il tratto somatico più evidente.

Guardando la copertina quel rosso del titolo si spande, il bianco del nome degli autori diventa un disco al centro della macchia rossa, il volto di Hitler si trasforma in una croce uncinata. Sale in superficie la bandiera nazista, così come la descrive, nel Mein Kampf, Hitler: sfondo rosso per il socialismo, disco bianco per il nazionalismo, croce nera uncinata per la missione di combattere per il trionfo della razza ariana.

Questi tre colori li ritroveremo nel testo quando saranno descritti gli ingredienti della miscela esplosiva del Nazionalsocialismo: rosso per l’ideologia collettivista, bianco per il sentimento popolare, nazionalista e revanscista su cui s’innesta, nero per la cultura esoterica e irrazionalista che erompe come portato proprio dell’abnorme personalità di Hitler e dei suoi.

Il magnetismo vacuo e bovino del suo sguardo che si traduce in una liquidità inquietante mi ha fatto pensare all’acqua e al libro che ho tra le mani. Con l’acqua ci si può dissetare così come ci si può affogare e, a prima vista, il saggio appena pubblicato potrebbe essere scambiato per l’ennesima goccia che alimenta il colossale oceano di testi che sull’argomento sono stati pubblicati.

L’intento dei due autori, uno psichiatra e uno psicologo, è quello di riassumere e catalogare le principali diagnosi psicologiche e psicopatologiche che nel corso degli anni sono state proposte, da diversi studiosi americani e europei, e che in qualche modo, stratificandosi, hanno reso la comprensione del “paziente” assai difficoltosa.

Il tentativo è meritevole, perché districarsi nel ginepraio dei testi e delle interpretazioni, senza un filo d’Arianna amico, è pressoché impossibile. Poter usufruire di un compendio che li metta insieme e ne faccia affiorare le ipotesi in maniera neutra è opera meritoria che nasconde però notevoli insidie.

Insidie note ai due autori e che, come una costante immodificabile, affiorano quando si parla di Hitler e di Nazionalsocialismo. La prima insidia è la vastità di documentazione e di scritti sull’argomento. Il profluvio d’informazioni, che spesso si citano a vicenda creando un vortice tendenzialmente autoreferenziale, crea una cortina appannante che copre il nitore dei fatti. Nitore già appannato dall’argomento, visto che si parla di “mente”, terreno scivoloso e non così ben definito.

Le altre sono tutte contenute in quel delirio generalizzato che continua a ruotare intorno a Hitler, fin dai suoi esordi. Da un lato la difficoltà di reperire uno straccio di referto medico diretto da cui poter partire. Nessuno ha mai analizzato Hitler e i referti medici che qualcosa potevano dire, sono stati ricercati e distrutti dalla Gestapo (come nel caso di quelli relativi all’ospedalizzazione di Hitler a Pasewalk durante la Prima Guerrra Mondiale), per volere del Fuhrer nel tentativo di gettare una cortina fumogena intorno alla sua vita precedente all’ascesa al potere.

Le diagnosi quindi si basano su informazioni di seconda mano, su descrizioni e racconti di testimoni oculari la cui attendibilità e imparzialità è tutta da verificare. A questo si aggiungono le relazioni e le diagnosi che spesso risentono del clima e dei pregiudizi del tempo in cui furono scritte e che talvolta furono redatte per confermare tesi precostituite o per motivi processuali e politici. Di fronte a tutte queste insidie il compito dei due appare dunque impervio e votato alla sconfitta.

La lettura del saggio, non sempre facilissima e scorrevole in quanto la scrittura dei due (per un orecchio dilettante volto alla narrazione) talvolta si ammanta di gergalità che ne appesantiscono il fluire, così come la descrizione delle varie diagnosi in qualche punto si avvita in un’elencazione faticosa, dissipa questo timore.

I due autori riescono a muoversi in quest’intrigo con agilità e offrono un panorama quanto mai variegato di ipotesi e diagnosi, anche le più bizzarre e datate, ricostruendole storicamente e contestualizzandole da un punto di vista medico, senza negarsi però il piacere di inserire e commentare testi come il romanzo Le Benevole di Littel che non è propriamente un testo scientifico.

Questo restituisce la vera atmosfera che permea il saggio: un sostanziale stupore, un’incredulità nei confronti di una successione di fatti che hanno al centro la figura di Hitler, proiettata all’interno del suo contesto temporale.

I grumi attorno ai quali tentano di condensarsi i punti fermi da cui dipartono le diagnosi sono noti: l’infanzia di Hitler culminata con i suoi ripetuti insuccessi scolastici, il periodo viennese da barbone, la Grande Guerra che lo strappò da quell’inanità costituita appunto dalla vita sospesa di Vienna, il ricovero a Pasewalk a seguito di un avvelenamento da Iprite con momentanea cecità, la morte oscura dell’amante/nipote Geli Raubal e le presunte perversioni sessuali, le ire furibonde, le figure di cui si circondò (o che a lui si aggregarono come molecole attratte da una personalità limitrofa), lo strano rapporto con il medico curante Morell che lo spinse ad un abuso di anfetamine, la fine nel bunker.

Tutti questi grumi (li chiamo così perché attribuirgli lo status di fatti mi sembra eccessivo) conservano un alone di irrealtà, sono accaduti ma le circostanze al contorno non sono nette, documentate a sufficienza, alcune sono addirittura il frutto di deduzioni prive di una base scientifica solida, come nel caso delle presunte perversioni sessuali di Hitler.

Da questa materia vischiosa, oscura, reticente, ridondante, deforme e deformata, i due autori sanno trarre un filo di seta, come i più esperti tessitori sanno cavare dalla bava informe dei bachi che la vomitano, che seguìto permette un percorso lineare (per quanto possibile) per fare un po’ di luce sulla condizione mentale di Hitler.

Non raccontano nulla di eclatante, nulla che già non si sappia ma  compongono un ordinato e logico percorso che alla fine rende più chiaro il quadro. Non descrivo, lascio al lettore il suo compito, le varie diagnosi elencate che vanno dalla “personamlità necrofila” di Fromm, al Daimon come vocazione maligna innata di Hillman, dalla schizofrenia, alla sindrome bipolare, dal profeta paranoide, alla diagnosi di Jung che mi pare, seppur controversa, la più evocativa e che vede in Hitler, deprivato del suo Io, una sorta di automa vuoto, riempito dalle istanze del popolo tedesco e proprio per questo privo di quei tratti d’umanità riconoscibili in ogni uomo.

Nel saggio poi vengono affrontati altri temi correlati alle diagnosi psicopatologiche su Hitler. In particolare sono passati in rassegna i profili psicologici dei suoi principali collaboratori, così come quelli dei molti quadri intermedi che fisicamente si resero responsabili dei crimini.

Un capitolo è dedicato alla psicologia delle masse e come questa possa essere influenzata fino al fanatismo collettivo. Un altro ancora è imperniato sul ruolo svolto dai medici sotto il Nazionalsocialismo, in cui viene investigato il motivo per cui molti professionisti ed accademici si siano prestati a certe pratiche con passione e convinzione, oppure perché non si siano opposti, nascondendosi in quel cono d’ombra conformista che gli permetteva una sopravvivenza al sicuro.

Infine, perché nel quadro generale non possono essere trascurate, anche le psicologie dei sopravvissuti che servono a chiudere cerchio. Ne esce una visione che si orienta verso una diagnosi che individua in Hitler una “personalità psicotica”, definizione contraddittoria e paradossale che spiega però molto meglio di altre la sua condizione mentale.

La condizione di «un individuo che, senza apparentemente aver perso il contatto con il reale, lo manipola con dei meccanismi molto primitivi e arcaici, perdendo i riferimenti normativi, etici, relazionali e sociali. Funziona dunque come una personalità abnorme, ma le sue convinzioni, che prima o poi deve imporre a chi lo circonda per averne il consenso, sono improntate da spiccate valenze megalomaniche e persecutorie, devianti dalla realtà, irriducibili e inconfutabili come un delirio, anche se non si possono considerare veri e propri deliri in senso psicopatologico».

Insomma una persona ancora in contatto con la realtà che utilizza meccanismi basali, primitivi ed arcaici e che perde i suoi riferimenti etici e la socialità. Una personalità regressiva che da mammifero torna a essere rettile (io associo il suo vacuo sguardo magnetico a quello del pitone che ipnotizza le sue vittime).

Alla fine del saggio però, come era prevedibile, restano in sospeso le domande più angosciose e ricorrenti: chi era veramente Hitler? Come è potuto accadere ciò che è successo? E soprattutto: potrebbe oggi ripetersi? I due autori propendono per un no. Anche se germi di tale malattia, in microcosmi ristretti persistono, la nostra società, aperta, informata, difficile da intruppare, non sarebbe terreno fertile per ideologie totalitarie come quelle novecentesche.

Io non ne sarei così convinto perché, nei miei incubi notturni, ne scorgo tracce cospicue in quell’ideologia onnipervasiva che è il capitalismo globalizzato, anche se riproposte in forme modernizzate e morbide e perché, come allora, il ruolo della Tecnica, algida e spersonalizzata nella sua deificata efficienza elevata a Moloch, ha echi sinistri e persistenti nell’oggi che viviamo.

Trovo che abbia ragione Giorgio Galli, che gli stessi autori citano: «Ha ragione lo storico e politologo Giorgio Galli quando invita a ripensare il nazismo non come un’aberrazione della società e della cultura occidentale, ma proprio, come il prodotto di una serie di istanze e di idee insite nel pensiero occidentale».

Forse è meglio non abbassare la guardia e continuare a interrogarci anche con l’aiuto di libri come questo.

 Mario Grossi

 

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