Pierre Mac Orlan. Il porto delle nebbie

 «E Mac Orlan allora? Aveva già visto tutto, capito tutto, inventato tutto!». È in questa dichiarazione, buttata lì quasi per caso in mezzo ad una delle sue tirate febbricitanti, fuori contesto e non più ripresa, che è racchiuso tutto il senso di un autore sfuggente e sfuggito finora alla lettura del grande pubblico. La dichiarazione così ultimativa, tanto da apparire ubriaca, è di Louis Ferdinand Céline che di Mac Orlan fu amico ed estimatore.

Basterebbe questo per correre in libreria, colti da irrefrenabile curiosità, e acquistare Il porto delle nebbie che la solita (solita a questi ripescaggi, se vogliamo un po’ snob ma benefici) casa editrice Adelphi ha sfornato nello scorso marzo, facendolo riaffiorare dall’oblio in cui era cascato, grazie anche a un fraintendimento che il film con Jean Gabin, gettando un’ombra sul romanzo, aveva alimentato stravolgendone l’ambientazione seppur rispettandone gli umori.

Che cosa avesse visto, capito, inventato l’autore si espliciterà al lettore nella sua solitaria lotta ingaggiata con un testo ammantato da ombre, impercettibili a prima vista, ma che incombono come una nube plumbea carica di cupi presagi.

La storia è ambientata a Parigi, sul colle di Montmartre, in una bettola, che diventerà poi negli anni famosa per aver ospitato artisti di tutti i generi e che lo stesso Mac Orlan, all’epoca squattrinato, frequentava. Oggi è meta di turisti che al Lapin Agile ci vanno in pellegrinaggio, facendosi spennare e trattare male, per inseguire il sogno mediocre di sentirsi per un attimo Apollinaire.

In una notte fatta solo per gli assassini e per i ladri, nel pieno di una gelida bufera di neve, cinque personaggi si ritrovano appunto al Lapin Agile che li ospita rifocillandoli.

Sono cinque marginali che sembrano fondersi con la tormenta che li avvolge. Degli stracci sballottati dall’infuriare del vento, delle carni morte che cercano di riscaldarsi un poco, nell’illusione che la bufera che li gela possa essere allontanata da un tepore fittizio, provocato dal vinaccio che gli viene propinato dall’oste.

I cinque: il giovane intellettuale, tarlato dai dubbi, Jean (lo stesso Mac Orlan?), una giovane prostituta Nelly, un pittore visionario in caduta libera, un soldato pronto a trasformarsi in disertore, un macellaio reietto dalle mani grevi e lorde di sangue si raccontano le loro vite, in una sorta di confessione a più mani spinta dal vino e dal tepore. Una volta lasciata l’osteria ognuno andrà incontro al proprio destino o meglio, sarà risucchiato dal gorgo avvolgente di una sorte già segnata nei loro animi. La sola che la farà franca è Nelly che ritroveremo, sul finire del racconto, in un locale alla moda nel tentativo di cavalcare l’onda di una giovinezza che le sfugge e che la costringerà, forse un giorno, a soccombere. L’autore la sorprende in un presente, senza ricordi, senza futuri aneliti, in un semplice sopravvivere che forse è la vera chiave di volta di tutto il romanzo. «Nelly passava attraverso l’esistenza come una foglia morta, una foglia bionda spazzata dal vento. Non vedeva niente, non ricordava niente».

Romanzo della dissoluzione di una società, colta sul limitare del suo splendore decadente. Romanzo che narra il lato oscuro di quel mondo della boheme che riluceva durante i rutilanti anni della Belle Epoque che saranno spazzati via dalla Grande Guerra.

A fianco delle grandi luci, delle feste, della bella società s’annidava un sottobosco oscuro di marginali: artisti, poeti, intellettuali, puttane, spostati che solcavano, come un rivolo carsico, le apparenti solide rocce calcaree su cui si fondava la grande illusione. Ciò che sarebbe stato era già fissato in questo humus cancrenoso che di lì a poco sarebbe esploso con l’inizio delle ostilità belliche e avrebbe sommerso, come un pus maleodorante, tutti i sorrisi e le presunte spensieratezze.

È proprio questo il senso del secco giudizio su Mac Orlan da parte del suo amico Céline. Prima che tutto accadesse, Mac Orlan lo aveva già intravisto e descritto in maniera ultimativa.

Questa abitudine alla decomposizione è ciò che lo accomuna intimamente a Céline.

Ma mentre Mac Orlan è come un avvoltoio, nel senso che riesce, volteggiando, ad annusare la morte prima di vederla, Céline è come una iena che si scaglia sulla preda quando è ormai cadavere.

Mac Orlan ha narici raffinate che gli permettono di seguire una scia di profumo e di cogliere quell’attimo, quel breve refolo, quella bava d’odore ancora dolcissimo ma che in un attimo virerà al rancido e che segna la traccia odorosa del limite della vita prima ancora che ne sopraggiunga la fine, come succede al gelsomino stordente, nella sua breve fioritura, che porta già con sé quel retrogusto di morte.

Céline ha narici anestetizzate che gli servono per non soccombere al tanfo delle stanze mortuarie, dove la dissoluzione dei cadaveri si accompagna alla decomposizione dei fiori che dovrebbero addolcire la scena e che invece la fanno raccapricciante.

Entrambi hanno quindi annusato la morte e la raccontano attraverso il processo della disintegrazione. Disintegrazione dei corpi che è dissoluzione a tutto tondo, quando il loro occhio vigile e vitale si sofferma sulla società tutta, colta in Mac Orlan nell’attimo splendente in cui il soffio della vita è ancora presente ma già si preannuncia la fine, in Céline quando ormai la decomposizione è in atto e ti investe con tutta la sua potenza visiva, olfattiva e uditiva e i vermi brulicanti già preannunciano la rinascita.

I due descrivono la morte da due punti d’osservazione diversi ma sostenendo la stessa cosa. La morte che descrivono è foriera di nuova vita e la loro scrittura di decomposizione ha la stessa funzione che assolvono i vermi su una ferita in cancrena, seppur orripilanti, aiutano a ripulirla.

È in questo festante banchetto che risiede la vita e la bellezza della scrittura di Céline, così come in quell’attimo che precede, ancora vitalissimo, lo spegnersi di ogni energia e che è la cifra della scrittura di Mac Orlan.

È per questo che Céline tributa a Mac Orlan una primogenitura ed è per questo che tutti gli amanti di Céline non possono non leggere Il porto delle nebbie di Mac Orlan.

Una scrittura mortifera che è inconsapevolmente(?) un inno alla vita.

 Mario Grossi

 

 

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