“Diaz” e “Romanzo di una strage”. Il cinema parla di noi…

E’ forse tornato il cinema italiano civile e di denuncia dei decenni passati? Quello di Le mani sulla città, Salvatore Giuliano? Questa è la domanda che mi sono posto prima di andare a vedere due film usciti di recente e di cui si è detto tutto ed il contrario di tutto, vale a dire Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana e Diaz – don’t clean up this blood. di Daniele Vicari.

In tutti e due i casi gli attori sono molto bravi, nel caso di Giordana sono anche quanto di meglio offre il cinema italiano di oggi, le storie sono ben congegnate, il ritmo incalzante e alcune trovate sceniche molto intriganti, compresa la struttura narrativa incentrata sui flashback e sul racconto corale dei diversi soggetti in campo.

È senz’altro meritoria l’intenzione, comune ai due autori, di narrare pagine poco conosciute della nostra storia, si tratti delle pagine poco raccontate della “macelleria messicana” di cui si rese colpevole la polizia italiana alla scuola “Diaz” durante il G8 del luglio 2001 a Genova, o delle pagine scritte e riscritte fino alla nausea nel caso della strage di piazza Fontana, con sentenze contradditorie, l’ultima delle quali nel 2005 non individuava gli esecutori materiali, ma l’ambiente da cui erano partiti, vale a dire la cellula neofascista veneta di Freda e Ventura, indicati come respondabili ma non più processabili in quanto assolti in via definitiva in precedenza, un esito che non è propriamente il trionfo della giustizia, ma forse del cerchiobottismo.

Io sono andato a vedere i due film e dico che vanno visti, perché pur con molti limiti parlare del proprio passato, soprattutto di quello più oscuro, è sempre una buona cosa, ma in tutti e due i casi vi sono dei “limiti” nelle due pellicole che in un Paese sempre più senza memoria, o dalla memoria a senso unico, come il nostro l’esito non è detto che sia dei più riusciti discutibili, almeno dal mio punto di vista.

In Romanzo di una strage, la scelta di Giordana di spiegare la strage affidandosi alla ricostruzione del libro Il segreto di piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli, e alle sue teorie non  dimostrate sulla responsabilità degli anarchici in alcune bombe, dimostrative, a differenza di quelle messe da fascisti e ambienti Nato che cercavano invece la strage, assieme al ritratto agiografico, anzi alla santificazione, del commissario Luigi Calabresi, fa sì che il risultato finale di “Romanzo” rientri più nella disinformazione che nella controinformazione, per usare due termini molto in voga in quegli anni.

Se Calabresi non fu affatto il responsabile della morte di Pinelli, non dimentichiamo che fu responsabile del suo fermo e del suo interrogatorio senza sosta di oltre settanta ore, un atto illegale visto che allora la legge prevedeva una durata massima di 48 ore senza l’autorizzazione del magistrato. Evitare il minimo riferimento a questo aspetto non dà un quadro completo della realtà che si vorrebbe rappresentare ma contribuisce alla rappresentazione di Calabresi come di un eroe senza macchia, quando la realtà è un po’ più complessa. Il risultato finale di “Romanzo di una strage” è così un mix tra realtà e fantasia che offre delle risposte di fantasia che finiscono per inficiare l’intento “pedagogico” che dovrebbe avere il film nelle intenzioni del regista.

In “Diaz” di Vicari, la situazione è invece diversa, si parla poco del prima, ancora meno del dopo: mentre l’attenzione è tutta incentrata sull’irruzione della polizia alla scuola Diaz e sul bestiale pestaggio dei manifestanti disarmati che vi dormivano dentro per opera di centinaia di agenti di polizia, per passare poi alle successive torture di cui gli arrestati furono vittime nella caserma di Bolzaneto. Crimini senza alcuna giustificazione, condannati successivamente dalla magistratura che ha emesso condanne per 27 degli agenti che fecero irruzione alla Diaz, molti dei quali di grado elevato, per lesioni, falso, calunnie, per un totale di oltre 98 anni di reclusione, ma nessuno dei colpevoli è stato sospeso dal servizio o allontanato dalle forze dell’ordine come dovrebbe succedere in un Paese normale.

Molti, anzi, sono stati promossi o assegnati a incarichi di massima responsabilità, stesso discorso per i responsabili delle successive torture degli arrestati alla caserma di Bolzaneto. Le immagini sono molto forti, utili per far capire ad un popolo disinformato e poco attento, cosa realmente avvenne la notte del 21 luglio 2001 a Genova, fatti che giustamente Amnesty International definì come «la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale». Il limite del film sta nel concentrarsi solo sulla “macelleria” tralasciando le verità che emersero dopo al processo.

Forse togliere all’impianto narrativo qualche minuto di brutali pestaggi e schizzi di sangue, per dedicarli invece alle coperture politiche successive da parte delle forze politiche del centrodestra, alle scandalose omertà di cui si resero colpevoli  quasi tutti i funzionari di polizia coinvolti, per non parlare poi delle loro brillanti carriere che non ebbero alcun rallentamento o interruzione nonostante le condanne ricevute, avrebbe veramente fatto un grande servizio alla collettività, costringendo noi tutti ad interrogarci su quello che resta il grande problema di questa vicenda, domandarci non tanto “come è potuto succedere?”, quanto “siamo sicuri che non possa succedere mai più?”.

Domanda più che lecita visto che molti dei protagonisti in divisa delle violenze e delle torture, dei depistaggi e delle menzogne, dai semplici graduati agli alti funzionari di Polizia, nonostante le condanne sono ancora al loro posto di lavoro in numerose questure d’Italia.

Raffaele Morani

.

.

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks