Piazza Fontana. La strage che non finisce mai…

L’articolo che segue è stato pubblicato venerdì scorso, 6 aprile, sul settimanale Altri.

La redazione

LA MADRE DI TUTTE LE STRAGI
E LA TEORIA DEL FRATTALE CHE NON FUNZIONA

Ideali e crimini, misteri e dossier, spionaggio e depistaggi, incroci pericolosi di ambienti politici radicali opposti e sentenze definitive che definitive non sono mai: in assise, in appello, in cassazione e poi di nuovo e daccapo. Tassisti che testimoniano e muoiono. Una bomba, due bombe. Fini eteronimi. Fascisti infiltrati nei circoli anarchici e viceversa. Anarchici che volano dalla finestra e commissari di polizia che non fanno una bella fine. Giudici che arrivano a un soffio dalla verità, con testimoni fermati da ictus improvvisi. E poi piste nazionali e piste internazionali che, incrociando, si deviano reciprocamente verso fondali di abissi inarrivabili. Tutto sembra chiaro e tutto ridiventa impreciso e contraddittorio. Una storiaccia dove tutti possono essere vittime o carnefici; eroi e martiri oppure infami servitori al soldo dello straniero o dei servizi segreti nazionali fedeli nei secoli. Nel suo piccolo e nel suo orrendo (perché, poi, non dimentichiamolo: su quella bomba si contano morti innocenti) la strage di Piazza Fontana potrebbe apparire come il frattale della storia dell’Unità d’Italia, dove da 150 anni in qua di un’unica cosa siamo certi: il fascismo è stato il “male assoluto” e i fascisti sono tutti delinquenti. Per il resto, tutto è rimesso alla più o meno libera e circostanziata interpretazione di parte.

Il 12 dicembre 1969, giorno della strage di Piazza Fontana, avevo 12 anni. Giocavo a pallone, frequentavo la terza media, rubavo susine e nespole nei giardini condominiali, andavo in curva sud a vedere le partite della Roma. Neanche lo sentii il botto di quella bomba o, almeno, non me ne accorsi. L’eco mi arrivò solo l’anno dopo quando, con l’iscrizione all’Istituto tecnico nautico, cominciai l’esperienza della mia militanza politica. E da quel momento, a tutt’oggi, rimasi considerato complice di tutti i complotti e i crimini nazi-fascisti, o presunti tali, che si erano verificati prima e si sarebbero verificati dopo quella strage. Da Marzabotto alla strage di Bologna, dall’olocausto alla strage di Brescia, dall’omicidio dei fratelli Roselli all’Italicus. Insomma, tutto il nefasto mi è imputato, se non personalmente, di sicuro per l’appartenenza ideale a una vicenda che dalla storia di una sconfitta militare sigillata nel 1945 si è protratta nella cronaca degli anni 70 ed ultra ed ultra.

Il fatto era che intorno a me, negli ambienti che frequentavo, nelle sezioni del Msi, nelle assemblee di scuola o nei raduni di piazza, conoscevo tanta gente. C’erano studenti, impiegati, operai, casalinghe, qualche onesto professionista, piccoli commercianti, parecchi picchiatori (quelli che non si facevano scrupolo a usare mani e mazze per difesa e/o offesa… ma non credo fosse, e non era in realtà, un’esclusiva dell’area neofascista, vero?). Ma non ho mai incontrato nessun simpatizzante, e tantomeno praticante, della bomba indiscriminata. Per quel che vedevo con i miei occhi, insomma, potevo continuare a considerare me i miei camerati attori designati, e a prescindere, di ogni nefandezza accadesse nel Paese per insindacabile discriminazione messa in atto dai nostri persecutori ideologici, democratici e antifascisti. Persino quando eravamo noi le vittime. Eclatante, in tal senso, l’eccidio dei fratelli Mattei a Primavalle dove, nonostante le prove schiaccianti di colpevolezza a carico di alcuni militanti di Potere Operaio, per mesi si tentò di alimentare il sospetto della faida interna. Ce ne era abbastanza, insomma, per continuare a mantenere un barlume di quella età dell’innocenza che per anagrafe mi apparteneva. Non eravamo santi, questo no. Ma mi rifiutavo di accettare e ancora lo rifiuto che fossimo la quinta essenza di ogni maleficio, i “boia” di ogni esecuzione sommaria si realizzasse in Italia. Anzi, fino ad un certo punto, riuscii pure a considerarci antropologicamente diversi e migliori rispetto ai nostri antagonisti: noi, per Dna e per cultura, per tradizione storica e per vocazione all’eroismo eravamo immuni dall’orrore di poter commettere stragi indiscriminate.

Fino ad un certo punto, appunto. Nel 1973, le mie certezze sulla impossibilità che un fascista potesse macchiarsi di un delitto stragista vacillarono, fino a cadere. L’occasione fu l’attentato messo in atto da Nico Azzi sul treno Roma-Torino. Per imperizia o per caso, l’ordigno che stava innescando gli scoppiò in mano nel bagno del vagone in cui si era rinchiuso. Restò ferito e fu arrestato in flagranza di reato. Nico Azzi, morto qualche anno fa per cause naturali, era un camerata di sicura fede. La sua azione, quindi, anche non conclusa secondo le ipotizzabili stime, doveva essere ascritta al nostro ambiente senza se e senza ma. Era l’inizio della fine della mia personale presunzione d’innocenza: anche noi potevamo essere esecutori di quelli che consideravo e considero autentici abomini. In quella occasione non ci furono morti, è vero. Ma nessuno può affermare che non ci sarebbero state vittime se l’operazione criminale non fosse stata inficiata dalla imperizia tecnica di chi stava per compierla.

Il secondo episodio che mise fine ad ogni mia illusione sulla impossibilità per un fascista di compiere una strage, avvenne nel 1972. Mi riferisco alla strage di Peteano, dove a morire furono tre carabinieri, e altri due restarono gravemente feriti, per lo scoppio di un’autobomba, presso la quale i militari erano stati attirati da una telefonata anonima. Dico che si tratta del secondo episodio, anche se cronologicamente è precedente all’attentato di Nico Azzi, perché la verità venne a galla solo nel 1979, con la confessione dell’autore, Vincenzo Vinciguerra, già militante di Avanguardia nazionale e Ordine nuovo, poi condannato all’ergastolo che, a quanto mi risulta, ancora sta scontando. E qui al problema della strage come metodo di lotta non estraneo al neofascismo subentra il problema degli intrallazzi che la destra radicale usava coltivare con i servizi di stato. Le indagini, infatti, furono subito depistate dal colonnello Dino Mengarelli, braccio destro del generale Giovanni De Lorenzo, verso ambienti di sinistra e lo stesso Vinciguerra fu aiutato dai servizi, risulta ancora per sua confessione, ad espatriare nella Spagna di Franco caudillo. Tant’è che il colonnello Mengarelli venne condannato per l’opera di depistaggio. Dunque, non solo l’ambiente nazional-rivoluzionario era più duro di quanto io reputassi necessario, ma non era neanche così puro come ritenevo doveroso.

Tutto risolto nel sillogismo fascisti=criminali=stragi? Sarebbe comodo ma, oltre a non essere bello, può condurre molto lontano dalla verità. Così come sta emergendo, ormai anche a sinistra, nella vicenda che vuole colpevoli ad ogni costo i Nar Mambro, Fioravanti e Ciavardini per la strage di Bologna. La storia della lotta politica in Italia, dalla fine della Seconda guerra mondiale ai giorni nostri, presenta molti coni d’ombra. Se le stragi erano funzionali ad un piano eversivo, come non tenere conto che, per esempio, il generale De Lorenzo, citato sopra a proposito della strage di Peteano, e grande architetto del cosiddetto “Piano Solo”, veniva dritto dritto dalla lotta partigiana? O che l’altro orditore di trame golpiste per quanto “bianche”, Edgardo Sogno, fu addirittura medaglia d’oro al valor militare della Resistenza? O che il golpista “nero” per antonomasia, il principe Junio Valerio Borghese, comandante della X Mas, nell’epilogo della Repubblica sociale, evitò per un pelo l’arresto (e probabilmente la fucilazione) su ordine diretto di Mussolini per intelligenza col nemico anglo-americano?

Ma torniamo alla strage di Piazza Fontana. Fu opera di fascisti al servizio idiota di superiori e inindagabili fini cospirativi, probabilmente di segno ostile alle proprie idealità dichiarate e originali? Credo di averlo già lasciato intuire: al di là dei nomi che ricorrono, non mi sento più di escluderlo. Ma non mi sento nemmeno di accettare verità date per scontate senza un attento e sereno vaglio critico e giudiziario su tutto ciò che è accaduto in Italia, dal Dopoguerra a oggi. Non so se ne verremo mai a capo, ma l’estensione della teoria dei frattali, ovvero la ripetizione identica della struttura di un oggetto su scale diverse, trasferita dalla geometria alle aule di tribunale e da queste alla storia non mi convince per niente.

miro renzaglia

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