La “politica” nell’era Monti…

Ecco, ci siamo. Dopo aver perso tutte le sue altre funzioni, la politica politicante ha perso anche quella di spettacolo, nel momento in cui i più o meno rissosi comitati d’affari che amministravano lo stato-fantoccio della nostra zona coloniale hanno visto la loro amministrazione commissariata – o, per essere più precisi, ammessa al concordato preventivo. Il ruolo di tali vecchi comitati sembra perciò ormai ristretto, al modo di una sorta di Senato nel Basso Impero, alla funzione pseudo-notarile e pseudo-costituzionale di approvare infiniti decreti-legge, conferire infinite deleghe o passare sotto le forche caudine di infiniti voti di fiducia. E tutto ciò è immancabilmente e pedissequamente approvato da una maggioranza bulgara del novanta per cento, i cui stanchi battibecchi interni televisivi, del pluralismo o dell’affrontarsi di diverse concezioni della società non danno più neppure l’impressione.

Così, tanto per il gusto di andare controcorrente, torno ad occuparmi di quello che da lunghi anni mi interesso ben poco proprio nel momento in cui sta cessando di interessare a tutti gli altri. E faccio il (magro) l’appello dei partiti che ancora si agitano sulla scena al di fuori del costituendo, ossimorico, Partito del Popolo Democratico della Libertà Per il Governo dei “Tecnici”, senza stare però a sprecar fiato sui rimasugli di quelli che si collocano dichiaratamente in un’estrema destra da cui mi separa tutto, e che in mancanza di una destra di potere opposta ad una “sinistra” si vede ridotta ad un sparuto gruppo di personaggi in cerca d’autore.

Cominciamo dalla Lega, il principale – l’unico? – partito parlamentare di opposizione, cui almeno parte dei miei venti lettori sanno che sono sin dall’origine (criticamente, sempre più criticamente) vicino. Nelle presenti condizioni, e a fronte dell’“alleanza”, forzosa o meno che sia, di tutto il resto della cosiddetta classe politica, il movimento avrebbe negli anni novanta veleggiato verso il 30% su base nazionale, e altrettanto bulgare sarebbero state, almeno al nord, le maggioranze elettorali contrapposte a quella parlamentare. Ora, la Lega sembra smarrita, divisa daglie manovre del cosiddetto “cerchio magico” in vista di un possibile dopo-Bossi, logorata da un’esperienza di governo all’insegna del meno peggio e dove ad un qualche limitato potere di veto non è mai corrisposto un potere di cambiare qualcosa nelle questioni effettivamente strategiche. E resta da vedere quanto riuscirà ad approfittare di una situazione in cui teoria dovrebbe bastarle stare seduta sulle mani, dire di no, ed incassare l’assegno del malcontento crescente e dell’appiattimento di tutte le altre forze sul governo della BCE e del FMI.

Ma per chi ha posizioni identitarie, federaliste, antimondialiste, comunitariste, etc., non è che realisticamente restino molte altre scelte, benché personalmente io continui a restare molto più “a sinistra” della Lega in campo sociale o internazionale, e deplori la tendenza di tale ambiente a cadere nella trappola dello “scontro di civiltà”, tanto peggio se accreditando di valenze identitarie un cristianesimo immaginario, e delegittimato in primo luogo proprio dalla gerarchia cattolica. La galassia  di gruppuscoli extraparlamentari che orbitano intorno alla Lega come eredità delle mille espulsioni e mini-scissioni che ne hanno accompagnato l’evoluzione, e che oggi sembrano rialzare la testa, ricordano infatti sin troppo da vicino i limiti di quelli che accompagnavano dalla fine degli anni sessanta il PCI-PSI o il MSI. Con l’aggravante che non è neppure chiaro se questi gruppi, come nel caso della recente iniziativa del “quotidiano online” l’Indipendenza si propongano di essere l’Avanguardia Operaia o l’Avanguardia Nazionale della Lega, o piuttosto il PSDI di Saragat o la Democrazia Nazionale di De Marzio nell’ambito del mondo federalista e padanista.

Parlando di “sinistra”, d’altronde, se da sempre condivido l’anticlericalismo conseguente e molte posizioni pratiche in materia di giustizia o bioetica o proibizionismo dei radicali di Pannella e Bonino, e resto pronto a considerarli compagni di strada sulle relative questioni, da costoro, che il “manovrismo” degli ultimi dieci anni sembra aver ormai condannato alla irrilevanza, continua ovviamente a separarmi l’abisso creato dal loro persistente schierarsi su posizioni turbo-atlanto-capital-liberal-mondialiste. Anche se non mi pento tuttora del mio (tiepido) appoggio ad Emmatar alle regionali del Lazio rispetto alla insopportabile Polverini.

Ma, intanto che D’Alema, forse per esorcizzare i suoi peccati di infanzia, è in prima fila a raccontare al PSE e all’Internazionale Socialista come non solo lo stalinismo e il comunismo, ma anche il socialismo e la socialdemocrazia (per questa ritrovando paradossalmente gli accenti che nel suo giro già andavano di moda ai tempi di Stalin!) vadano rottamati una volta per tutte a favore del vago atteggiamento liberal del partito americano omonimo al suo, è proprio nel travaglio del (disastrato) mondo socialista in senso stretto che oggi mi sembrano emergere gli spunti più interessanti di quel che resta della sinistra politica italiana. E non parlo qui solo delle posizioni, “unitarie” sin che si vuole, ma certamente “eretiche”, del quotidiano Rinascita di Ugo Gaudenzi, già direttore dell’Umanità, su cui ogni tanto scrivo anch’io. Ma di ambienti strettamente post-craxiani come la Fondazione Nenni, il cui blog è oggi una sede elettiva per i ripensamenti critici, spesso di sorprendente lucidità e radicalismo, dei vari Pellicani, Tamburrano, Campa, Crisafulli, Emiliani, e in cui intervengo con frequenza crescente.

C’è altro? Le aree rispettive di Sinistra Ecologia e Libertà o di Rifondazione-Comunisti Italiani fanno qualche strillo, ma non mordono, fiutando un futuro recupero in area governativa o almeno parlamentare; e anzi qualche volta fanno e dicono anche di peggio del mainstream dominante, in termini ad esempio di moralismo d’accatto o neoprimitivismo ecologista o entusiasmo per la progressiva omologazione generale ad una political correctness planetaria. Beppe Grillo e i suoi condividono molti difetti di questi ultimi, ma almeno sembrano un po’ più permeabili a qualche riflessione sulla struttura contemporanea del potere (ivi compreso per ciò che riguarda finanza, banche e controllo della moneta), sulla partecipazione, e sulle politiche di ricerca. Certo, al momento per le riflessioni stesse rappresentano più un’onesta pensione familiare, dove si propone tra le altre cose l’insegnamento dell’inglese dall’asilo (!) ed un giustizialismo quasi dipietrino, che un movimento a Cinque Stelle. Per trovare perciò qualcosa di un po’ più coerente ed alternativo bisogna spingersi dalle parti di Ferrando – vi ricordate quello che in Senato rifiutava di votare a sostegno dell’invio di ascari italiani  in appoggio alle avventure militari altrui? – e del Partito Comunista dei Lavoratori: politica industriale, superamento del capitalismo, Europa dei popoli, modernizzazione, denuncia del potere clericale, ricerca, opposizione all’imperialismo occidentale, senza se e senza ma (d’accordo, con qualche equivoco in politica internazionale, ad esempio sulle “primavere arabe”). Ma, ehi, quando il marxismo-leninismo ha partorito alcune posizioni, linguaggi e riflessi lo ha fatto innovando sulla politica precedente. Siamo davvero sicuri che rideclinarli dogmaticamente all’infinito tali-e-quali ci possa portare da qualche parte e non rappresenti in fondo un tradimento (se non altro) del suo stesso spirito?

All’orizzonte, i Pirate Party. Nati come movimenti monotematici in un’epoca in cui comunque singole campagne dimostrano spesso, con la loro trasversalità, più capacità di aggregazione che i movimenti monolitici, esiste qualche flebile indicazione che, anche sull’onda dei recenti e crescenti successi nel Nord Europa, possano evolvere in un programma più comprensivo e magari orientato su direttrici anti-establishment e tecnofile, se non transumaniste, di cui si sente un gran bisogno in un momento sempre più marcato dall’invadenza crescente del neoluddismo proibizionista e del controllo sociale da parte di un sistema di potere che si esprime anche attraverso il dominio sull’informazione. Certio che l’insistenza sulla sovranità popolare dei loro omologhi italiani si concilia sino ad un certo punto con i lip services prestati nel loro programma all’ONU, e ai “diritti dell’uomo” sulla cui base vengono giustificate buona parte delle cose cui il partito dice di opporsi.. Chi vivrà, vedrà.

Stefano Vaj

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