Etienne de La Boétie. Discorso sulla servitù volontaria…

Verrei volentieri a trovarti nella tua tana:
ma vedo molte orme di animali chi si dirigono verso di te,
ma non vedo nessuna nel senso contrario.

Esopo

È dalla copertina vintage, di cartone color avorio, senza immagini ma con un decoro in inchiostro rosso un poco stinto che fa da cornice e con il nero tetro del titolo, che si comprende il senso primo di questo brevissimo saggio di alta densità. È come quando si osserva un piccolo lingotto d’oro, le cui minuscole dimensioni non fanno presagire il suo peso che ci stupisce.

Chiarelettere, nella sua collana Instant Book, pubblica il Discorso sulla servitù volontaria di Etienne de La Boétie, un testo scritto nel 1500 e che, a prima vista, stride un po’ all’interno della collana. In genere un instant book è costruito e pubblicato quasi in contemporanea con il fatto che analizza, mentre qui si parla di un testo cinquecentesco. Ma è questo il fascino sottile di tutti quei libri che vengono intruppati sotto l’etichetta di “classici”, sono buoni per tutte le stagioni, per ogni età dell’uomo, per tutte quelle situazioni che incessantemente si ripetono nella Storia che sembra incapace di insegnare checchessia agli uomini che ignari l’attraversano senza acquisire un briciolo di consapevolezza da quello che il passato gli ha rovesciato addosso.

Tutta la divagazione parte da quella che sembra proprio una domanda retorica, riportata in copertina come sottotitolo. Si chiede l’autore «Com’è possibile che tanti uomini sopportino un tiranno che non ha forza se non quella che essi gli danno. Da dove prenderebbe i tanti occhi con cui vi spia se voi non glieli forniste?».

Domanda retorica perché nel lontano Cinquecento i testi sulla tirannia, sul potere, sui meccanismi a loro soggiacenti già costituivano una biblioteca sterminata.

Qui però il punto di vista è rovesciato, sul banco degli imputati non c’è il tiranno ma tutti quelli che a diverso grado sono, consapevolmente o non, suoi complici.

«Se due, se tre, se quattro cedono a uno solo è cosa strana, ma comunque possibile… Ma se cento, se mille sopportano uno solo, non si dirà forse che non vogliono, e non già che non possono affrontarlo, e che non è per viltà quanto per abiezione e mancanza di dignità?».

In fin dei conti il tiranno è uno, mentre gli asserviti sono milioni e allora non può essere una questione di paura. Certo, chi si presenta come tiranno è molto più risoluto dei molti che lo dovrebbero soverchiare, ma non può essere solo un mero rapporto di forza fisica il motivo del suo dominio. È il castello che lo sorregge che gli dà una forza abnorme. Risiede nella servitù volontaria il piedistallo che gli permette di dominare incontrastato.

È, in buona sostanza, sul consenso di molti che fonda la sua potenza.

Il tiranno costruisce intorno a sé, meglio dire sotto di sé, una piramide di solidarietà perversa che gli permette di avere, non solo i suoi due occhi, che nulla potrebbero vedere, ma milioni di occhi che gli permettono di invadere tutti gli spazi. Di avere, non solo le sue due braccia ma milioni di braccia pronte ad agire ed eventualmente reprimere le minoranze lunatiche che ipotizzano ribellioni.

Gli strumenti per creare questa piramide di consenso e connivenze sono vecchi come il cucco ma sempre micidiali. Prebende, titoli onorifici, guadagni facili, poteri distribuiti con saggezza perversa e che garantiscono una forza inimmaginabile per uno solo e che sono il privilegio di chi sceglie di far parte di questo meccanismo che si fa sempre più pervasivo.

«Insomma grazie  a favori o vantaggi, a guadagni o imbrogli che si realizzano con i tiranni, alla fin fine quelli cui la tirannide sembra vantaggiosa quasi equivalgono a quelli che preferirebbero la libertà».

Viene così delineata una società divisa in due blocchi quasi numericamente paritetici, oggi potremo dire gli insider e gli outsider. Gli inclusi e gli esclusi. Due categorie entrambe assai eterogenee ma la prima tenuta insieme da un collante potente: l’interesse che ogni singolo individuo ha all’interno del meccanismo di potere e che gli garantisce insieme al censo il soddisfacimento dei suoi desideri: «coloro che sono rosi da sfrenata ambizione e da non comune avidità, si raccolgono attorno a lui e lo sostengono per avere parte al bottino e comportarsi a loro volta da tirannelli sotto il grande tiranno».

Per gli outsider non c’è via di scampo se non quella di tentare di far parte anch’essi del sistema che sostiene il tiranno. Troppo eterogenea la loro composizione, troppo arduo un compattamento che possa generare una rivolta.

L’autore, anche se in modo poco convincente, accenna alla possibilità, attraverso la disobbedienza individuale, di recuperare spazi di libertà di cui si è stati privati, ma la soluzione appare più consolatoria che realistica.

Altre sono poi le armi e gli strumenti su cui il tiranno può far leva. Ci sono i panem et circenses, la suadente voluttà nel soddisfare la pancia e nel darsi al divertimento che fungono da poderoso oppio dei popoli.

Un esempio classico lo illustra. Ciro dopo aver conquistato la capitale della Lidia, Sardi, e dopo aver catturato il re Creso venne a sapere che i suoi abitanti si erano ribellati. Invece che marciare contro la città per sottometterla nuovamente «concepì un espediente straordinario per assicurarsene il possesso: fece aprire bordelli, taverne e sale da gioco, e fece pubblicare un’ordinanza che autorizzava i cittadini a servirsene». In seguito non fu mai più necessario neanche un colpo di spada contro gli abitanti della Lidia.

Ma c’è anche una forma di autolesionismo inconsapevole che fa del servo volontario un corpo privo di volontà alla mercede del tiranno. Un’inclinazione dell’animo che si chiama abitudine. Il paragone con Mitridate è quanto mai calzante. Chi nasce sotto la tirannia non ha termini di paragone e non può quindi nemmeno immaginare che cosa sia una vita libera, chi la subisce, dopo aver perso la libertà, si abitua rapidamente a una nuova forma di vita coatta, anche perché questa è accompagnata dai piccoli privilegi che alla servitù volontaria sono collegati.

Attraverso una subdola manipolazione della verità poi il potere del tiranno crea il clima che gli serve per prosperare. E per ottenerlo e annullare ipotetiche pulsioni di ribellione ricorre alla propaganda e lotta con tutti i mezzi contro libri e istruzione: «Il Gran Turco si è reso ben conto del fatto che i libri e l’istruzione più di ogni altra cosa danno agli uomini il sentimento e l’intelligenza di riconoscere se stessi e d’odiar la tirannide».

Il saggio si dilata, e in questo risiede la sua forma più radicale di ragionamento, a ogni forma di potere. Quello che vale per il tiranno, vale ovviamente per il re e per le monarchie, così come per le oligarchie e per la democrazia.

Perché il sistema funziona assai bene anche quando ci si trova a confrontarsi con il “miglior dei possibili sistemi di governo”. Anzi in un regime di questo tipo la corruzione, le conventicole, i privilegi prendono forme che possono diventare omnipervasive. E la frattura tra insider, i protetti dal sistema e gli outsider, gli emarginati, s’allarga a dismisura, coperta dalla melassa formale sparsa ad arte per coprire la realtà cancrenosa della sostanza.

È in queste considerazioni sulla democrazia, vista come un sistema congruente, da questo punto di vista, agli altri analizzati, che risiede, da un lato, il pensiero radicalmente anarchico di Etienne de La Boétie e, dall’altro, l’attualità del saggio che con intelligenza viene riproposto oggi.

Come non leggere negli ultimi avvenimenti convulsi della nostra storia patria un’attualizzazione di quanto scritto cinquecento anni fa?

Certo non è facile riconoscere in Monti il tiranno classico. Ma se si pensa alla sua presa di potere, coincidente con lo svuotamento terminale degli ultimi vagiti politici dei nostri partiti. Se si pensa ai beneficiati dal tiranno, che oltre a non incidere, se non marginalmente e strumentalmente, sui loro privilegi, ne rinsalda altri offrendo allo strapotere di banche, finanzieri, imprenditori, politici fiancheggiatori, boiardi statali e dirigenti ministeriali nuove forme di prebende (non ultima quella di scaricare tutto l’onere della crisi sulle tasche esangui di coloro che a vario titolo non sono inseriti nel circolo vizioso della connivenza al tiranno). Se si pensa a tutto questo, non si può che ravvisarne analogie con quanto indicato da de La Boétie.

Anche gli strumenti sono analoghi e tra questi l’ultimo e più subdolo: quello del ricatto. Una volta dettata (stravolta?) la verità, che ci vuole o consenzienti o condannati al baratro, al default, alla Grecia, la condizione capestro è quella di seguire muti il volere del tiranno o farsi corresponsabili del disastro.

Il ricatto potenziato dalla riprovazione sociale per i dissenzienti, visti come degli immorali, è un’arma letale.

Un governo tecnicamente tirannico che ci racconta non l’ultima verità ma la penultima, come nel romanzo di Phil Dick in cui, gli uomini-yance hanno costretto i plumbei, a loro asserviti, a vivere come degli insetti in formicai sotterranei facendogli credere che la superficie della Terra, devastata dall’ultima guerra nucleare, è un luogo infetto e radioattivo in cui è impossibile vivere, solo per poterselo accaparrare e lasciare nella condizione di schiavitù tutti coloro che non sono omologhi al loro professorale, accademico, marcio e mortifero mondo di riferimento.

Il problema della penultima verità e dei suoi sacerdoti è però che esiste un’ultima verità, che una volta svelata…

Mario Grossi

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

Frascati, 6 aprile 2012

 

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