Articolo 46 della Costituzione/4. L’odierna concezione

Nel quadro degli studi preparatori per la proposta di legge applicativa dell’art. 46 della Costituzione italiana, che Il Fondo intende intraprendere, proponiamo degli estratti dalla tesi di laurea di Gianluca Passera. Quello che segue, è il 4° paragrafo del III Capitolo.

La redazione

 

A questo punto occorre analizzare alcuni concetti di base che abbiamo dedotto sino ad ora, nell’odierno mercato del lavoro, che è il risultato di anni di politica sindacale e industriale sicuramente non condivisibile ma assai ben condivisa e sfruttata, la concezione di collaborazione viene unicamente ricondotta nell’alveo della contrattazione collettiva, sminuendone sicuramente la portata ideale e i possibili sviluppi legislativi.

La gestione aziendale intesa come amministrazione dell’azienda, nel senso si attività normativa e direttiva del processo produttivo nell’interesse dell’impresa, potrebbe sembrare essere intesa come riconoscimento di parità del lavoro col capitale nel contribuire all’esistenza e all’andamento dell’azienda, ma è annullata dall’accezione “in armonia con le esigenze della produzione”: è ovvio che le esigenze della produzione debbano costituire il motivo centrale della politica economica, perché se esse fossero trascurate, ne sarebbe danneggiato anche il lavoro, ma è altrettanto chiaro che in un sistema capitalistico come il nostro, in cui l’imprenditore è pienamente titolare dell’azienda, la sua scala d’interessi collegati alle esigenze della produzione sarà indirizzata a portare a lui stesso un maggiore profitto in relazione al progresso tecnico, ai mercati, alla situazione finanziaria e all’offerta di lavoro, determinando azioni speculative in chiaro contrasto con gli interessi nazionali e della classe operaia.

In quest’ottica l’articolo 46 è indirizzato ad assegnare alle organizzazioni sindacali riconosciute, un potere di controllo e condizionamento dell’imprenditore, esercitato principalmente all’esterno degli organi decisionali dell’azienda. La concezione di collaborazione e partecipazione organica ha lasciato il posto a una elaborazione riduttiva della materia, sacrificata in un’ottica che vede solo la contrapposizione dei differenti interessi di cui sono portatrici le classi sociali rappresentate dalle loro organizzazioni, anche perché a ulteriore danno delle classi lavoratrici, il possibile intervento legislativo volto ad armonizzare il grado e le forme della collaborazione del lavoro alle esigenze della produzione non si è mai avuto.

Rimane evidente come nel nostro paese le forme collaborative si siano sviluppate di conseguenza secondo un modello conflittuale, definitivamente tramontata la stagione dei Cdg., i rapporti tra lavoratori e datori di lavoro rimangono improntati alla cura degli interessi personali o al massimo di categoria. Successivamente tale situazione conflittuale, dopo una stagione di battaglie fu assorbita e formalizzata nello “Statuto dei Lavoratori”, che supera l’impianto normativo del c.c., favorendo un modello di gestione del mercato del lavoro incentrato sullo schema della contrattazione sindacale, ritenendo in tal modo che la gestione comune o i Cdg. non potessero prevalere a discapito della concezione basata sulle rappresentanze sindacali conquistate con lo Statuto dei Lavoratori agli articoli 9 e 19. Il sindacato in sintesi sceglieva volontariamente una politica conflittuale che aveva come scopo principale quello di aumentare il proprio peso dal punto di vista politico e programmatico, sacrificando oltre ad un’eventuale possibilità partecipativa all’interno dell’unità produttiva, anche tutti i possibili sviluppi legislativi dell’articolo 46, almeno alla luce delle esperienze storiche sociali dei periodi precedenti.

Il sistema voluto dalla maggioranza dei Costituenti, è un sistema di democrazia progressiva, che attraverso contrasti di classe e lotte sociali, tende a realizzare una forma di socialismo, in cui i mezzi di produzione essenziali siano di proprietà della collettività (principio quasi mai raggiunto) o da essi indirettamente amministrati e gli altri siano controllati allo scopo di inserirli in una più grande e generale programmazione nazionale. Altri intravedevano un’ampia democrazia economica, con profonde correzioni del sistema esistente. I Costituenti miravano a realizzare un testo aperto ad ogni evoluzione democratica, che non chiudesse in una camicia di forza le vivaci lotte di classe tendenti verso una radicale trasformazione della società italiana.

La lotta di classe premeva ed era riapparsa vivace ben prima della fine della guerra. Nelle città e nelle fabbriche si rivendicavano aumenti salariali, miglioramento generale delle condizioni di lavoro, più potere di decisione dei lavoratori nell’ambito dell’impresa, secondo i criteri che abbiamo visto. Tale situazione portò il progetto costituzionale, da un iniziale accordo di massima di tutti i partiti del CLN, al naufragio del principio partecipativo in Assemblea Costituente come abbiamo visto.

Il documento elaborato il 20 novembre del 1945 firmato da tutte le parti componenti il CLNAI, riporterà una serie di emendamenti e di annotazioni dei vari partiti, da cui traspare indubbiamente, lo scontro ideale e le diverse posizioni politiche sulla visione generale delle attribuzioni dei Cdg., che determineranno in Assemblea Costituente la loro abolizione di fatto. Lo scontro, infatti, come si può notare si consumò sulla determinazione del presidente del Cdg.: che i partiti liberali volevano ricondurre al capitalista, mentre i partiti socialisti e comunisti volevano collegare a una convalida da parte dei rappresentanti dei lavoratori in Cdg. con una probabile diretta esclusione del capitalista dalla vita decisionale dell’azienda.

L’altro punto di forte tensione si giocava sull’attribuzione dei poteri al Cdg. ed anche in questo caso i partiti liberali puntavano a un ridimensionamento delle attribuzioni a favore del capitalista, contrariamente al partito comunista che propendeva per un allargamento di tali poteri. Il trascorrere del tempo auspicato dalla Costituente non ha portato neppure una parziale applicazione del mutilato articolo 46 e non si è manifestata nessuna attività a riguardo neppure da parte della struttura collettiva; se s’ignorano limitate previsioni contenute negli accordi interconfederali sulle commissioni interne, che comunque non hanno né poteri consultivi e assolutamente nessun tipo di potere deliberativo.

Le odierne rappresentanze sindacali debbono essere informate dal datore di lavoro in determinate materie, o di determinate procedure, devono partecipare alle trattative ad esempio inerenti alla gestione della cassa integrazione ordinaria e straordinaria o alle procedure di mobilità, purtroppo frangenti nei quali la situazione aziendale risulta compromessa. Disgraziatamente il potere contrattuale del sindacato in questi frangenti, si limita a una ratifica delle condizioni poste dal datore di lavoro.

Si è ipotizzato che l’art. 46 permettesse la costituzione di “consigli di gestione”, ma purtroppo come abbiamo visto, è inesatto, perché si tratta di collaborazione dei lavoratori alla gestione delle aziende; è anche vero che ad ogni buon conto questa situazione non risulterebbe essere una barriera insormontabile per la socializzazione e la partecipazione, basterebbero la volontà e la disponibilità di entrambe le parti sociali e un legislatore non fazioso per creare ancora oggi, con il patrimonio storico e sociale, oltre che chiaramente giuridico che abbiamo, le basi per una fruttuosa collaborazione delle classi. Il problema di base è che ognuna delle parti dovrebbe rinunciare a qualcosa, mettersi in gioco, il tutto per un bene superiore. Ma queste stesse parti che hanno fatto fallire il corporativismo e la socializzazione, l’articolo 46 e i consigli di gestione, saranno mai capaci di tanta lungimiranza? O saranno sempre e purtroppo vittime inconsapevoli dell’egoismo sociale?

Gianluca Passera

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