Articolo 18. Addio al lavoro?

Il nostro paese sta, in questi tempi grami e tristi, per realizzare un altro dei suoi inaspettati  “miracoli all’italiana”, con cui riesce a stupire, commuovere, meravigliare e, perché no, divertire, il bieco mondo occidentale oramai solo interessato alle fredde cronache delle altalene borsistiche e delle ovattate dichiarazioni  dei direttori delle varie banche centrali. Ma quale sarà mai questo miracolo? Un redivivo sanguinamento di qualche statua della Madonna o del Redentore? Una inattesa apparizione? O un qualche strabiliante fenomeno naturale? Niente di tutto questo. Ma molto di più.

Dopo decenni di battaglie, lotte, rivendicazioni, di tanto agitarsi per avere diritto al giusto benessere per sé e per i propri cari, sembra che tutto venga mandato in fumo con un semplice, infimo, decreto legge, promosso e firmato da personaggi anonimi, circondati da un parlamento il cui ruolo è oramai divenuto puramente decorativo…Parliamo della abolizione o, come dicono certuni, della modifica del famigerato art. 18, quello che, per intenderci, regolava e stabiliva i giusti limiti per il diritto al licenziamento. Qualcuno dice che, in questo modo, le imprese estere libere da vincoli burocratici avranno meno timori ad entrare in Italia e, pertanto, l’occupazione ne trarrà sicuramente maggior beneficio. Un ragionamento questo che, all’apparenza potrebbe possedere una sua intrinseca logica di verità.

E’ vero: un mercato in pieno sviluppo, animato dalla presenza di una ragguardevole concorrenza imprenditoriale, non dovrebbe certo aver difficoltà a riassorbire un lavoratore fresco di licenziamento, che anzi troverebbe il proprio naturale ricollocamento, grazie a quelle dinamiche che, di un panorama economico statico e raffermo, farebbero invece un dinamico scenario di opportunità alla portata di qualunque volenteroso…

A guardare più da vicino però, le cose non stanno proprio così. Lo scenario, anzitutto. Quanto sinora prospettato potrebbe (teoricamente) andar bene in uno scenario di boom economico, caratterizzato cioè da una forte crescita interna ed estera ed in cui la presenza di un gran numero di imprese in continua competizione, dovrebbe costituire una forma di ammortizzatore sociale, in grado di riassorbire quella forza-lavoro in esubero presso altre imprese. Ma, come è ben visibile agli occhi di tutti, l’attuale scenario è ben lungi dall’essere quello di un paese in una fase di boom economico, anzi. Un forte vento di recessione spira da troppo tempo oramai su tutta l’Europa e gli USA, aggravato dalle recenti scosse dei mercati finanziari e dunque, il clima che si respira un po’ ovunque, ed in particolare nel nostro paese, è quello di una generale dismissione.

L’esempio di un modello economico imperniato da un lato, sul micidiale mix tra indebitamento dei singoli e degli stati, attraverso la produzione ex nihilo di titoli cartacei  e dall’altro sull’eccessiva burocratizzazione dell’ economia reale, fondata cioè sulla produzione di beni e servizi, con il conseguente aggravamento dei costi, a carico delle imprese e dei lavoratori, ha portato ad una resa dei conti, tutta sbilanciata a favore dell’economia finanziaria. Checchè se ne dica, infatti, i recenti provvedimenti in materia economica, tanto strombazzati quali panacee in grado di ridar fiato all’economia reale, altri non sono invece che provvedimenti di dismissione di un’intera realtà economica nazionale in favore dei desiderata dei poteri forti della finanza.

La reintroduzione della tassazione sulla prima casa, accompagnata da un pesante ricorso alla leva fiscale, non favoriscono certo le piccole imprese, i lavoratori, o i consumi, né paiono rappresentare un qualsivoglia incentivo verso chi volesse dall’estero, approdare in Italia per aprirsi una qualsivoglia attività lavorativa e godersi il Bel Paese. Questi invece, ci sembrano provvedimenti che incentivano la sempre maggior presenza sul suolo nostrano dei gruppi multinazionali e delle mega imprese nostrane che, a discapito di chiunque altro, potranno fare e disfare a proprio piacimento, favoriti tra l’altro dal proprio particolare status che permette loro di reinvestire i propri redditi, anche se tassati, nel circuito finanziario, aumentando in modo esponenziale i propri profitti.

A riprova del fatto che il governo Monti parla in un modo, ma agisce in un altro, sta il fatto che la tanto declamata tassazione sembra proprio non toccare, o quanto meno farlo marginalmente, i redditi di coloro che, di tanto disastro sono i principali responsabili, e cioè le banche per le quali, anzi, si prospettano, fondi e finanziamenti straordinari senza nulla pretendere in cambio. Al contrario, il rifinanziamento delle banche effettuato per evitare problemi ai capitali dei risparmiatori, dovrebbe essere effettuato dietro la precisa condizione dell’ ingresso dello Stato nella gestione di queste ultime. Il governo Monti afferma di voler favorire lo sviluppo, ma con le accise sui carburanti più alte d’Occidente, non si vede proprio come questo si possa fare, anzi. Né sembrano tantomeno aiutare molto lo sviluppo, quelle tariffe per le polizze auto-moto che gravano sulle tasche di tutti quei cittadini, costretti ad utilizzare un proprio veicolo per circolare senza dover dipendere da servizi pubblici troppo spesso inservibili, a causa di una lentezza e di una  disorganizzazione, qui in Italia, endemiche.Lesto nell’imporre gabelle e balzelli per tutti i poveracci, il governo Monti si dimostra tardo come non mai, quando si tratta di affrontare tematiche come quelle inerenti al controllo dei prezzi dai più comuni generi al consumo ai carburanti, o a toccare i privilegi di banche ed assicurazioni. Come si può ben vedere, lo scenario che ci si prospetta innanzi è ben lungi dall’essere quello di un paese infase di crescita, anzi.

Ma esiste un ulteriore motivo per discordare completamente sulla modifica dell’art. 18. La facilità al licenziamento, potrebbe alle lunghe portare ad un generale peggioramento delle condizioni contrattuali dei lavoratori dipendenti, favorito in misura esponenziale dalla sempre più massiccia presenza di lavoratori stranieri sul suolo italiano, interessati ad accaparrare posti di lavoro anche a condizioni più svantaggiose rispetto agli omologhi italiani. E poi, scusatemi tanto, ma ve lo immaginate cosa accadrà in un paese come il nostro che già adesso, nonostante la presenza di una legislazione che tenta di porre una debole tutela sociale, è endemicamente malato di bizantinismi, magheggi e raccomandazioni ? Una volta andato in fumo il posto di lavoro, sarà ben difficile poterlo recuperare alle medesime condizioni, per cui o toccherà sottostare a condizioni contrattuali peggiorative (all’insegna di un maggior precariato e di un minor costo per chi assume, con l’offerta di remunerazioni, previdenza, etc. in regime di “economy”) o non rimarrà che affidarsi alle solite, sempiterne pratiche raccomandatorie di italica memoria, a cui abbiamo poc’anzi accennato.

Ed ecco allora, il riaffermarsi del trionfo dell’Italia dei gattopardi, in cui “tutto cambiare, per nulla cambiare”, non più stavolta all’insegna dell’italica statolatria burocratica, ma dell’arbitrio e dell’arroganza dei privati, oramai liberati da qualsiasi freno inibitorio che non sia quello determinato da un profitto senza limiti né freni, alla faccia di tutto e tutti. Abbiamo dunque di fronte a noi un futuro da telefonisti o da dipendenti-non dipendenti presso qualche grande catena distributiva alla Mac Donald’s? No. A patto però che ci si chiarisca le idee, prima di farsi promotori di proteste all’insegna di massimalismi ideologici che, in quanto tali, rischiano di rimanere confinati nei soliti ghetti senza uscita di nostra antica conoscenza. Chiarirsi anzitutto sull’idea di “lavoro”.

Di fronte a quanto sin qui descritto, l’affermazione leghista sull’inconsistenza del problema “art. 18”, trova un suo valido fondamento, determinato da un contesto che nasce in sé inficiato da un profondo vizio strutturale. Il lavoro non è un’optional, né un’attività occasionale. E’ fondamento e propulsore per l’umana esistenza, alla quale dovrebbe conferire più dignità, soddisfazione e slancio. Rientrando tra i fondamentali dell’umana esistenza, non può essere considerato alla stregua di un momentaneo passatempo, di cui fruire occasionalmente, quasi si trattasse di un bene voluttuario qualsiasi. Pertanto dovrebbe assurgere ad obbligo, a garanzia del quale dovrebbe porsi lo Stato, attraverso l’attribuzione obbligatoria di posti di lavoro sin dalla prima maggiore età, la cosiddetta “leva lavorativa”.

La garanzia di un qualsivoglia posto di lavoro, sia pur provvisorio, sino al conseguimento di situazioni più confacenti alle aspirazioni individuali, costituirebbe la creazione di una prima fonte di reddito e sicurezza sociale per i più giovani, in grado di prepararne e svilupparne l’autonomia economica in vista di tempi difficili. Secondo poi, questa istituzione toglierebbe gradualmente il tappeto sotto i piedi dell’immigrazione, che perderebbe così il suo senso di esistere. La medesima impostazione andrebbe applicata per quanto attiene disoccupati o cassintegrati “overage”, ovvero non più giovanissimi.

Qualcuno, dall’alto dei più avanzati studi di socio-economia, parafrasando il grande Jeremy Rifkin, potrebbe dirci che, poiché non viviamo più in una fase eminentemente “produzionista” e “fordista” dell’economia mondiale, determinate asserzioni o proposte non troverebbero più senso in una fase post-moderna, caratterizzata non più tanto dalla necessità dell’edificazione “ex nihilo” di strutture, della cui realizzazione si sarebbe fatto garante lo Stato, (così come preconizzato  da Keynes), bensì della pura e semplice erogazione di servizi, in un contesto economico dominato dalla supremazia dell’erogazione di titoli cartacei sull’economia reale, facendo del lavoro un’attività “nomade” soggetta ai capricci ed alle voluttà della rete globale della finanza.

Qualcuno però ci insegna che, anche in un contesto post moderno, ovverosia caratterizzato da un surplus di strutture e di produzione, (sia di beni reali che di capitali, come già accennato e che è poi il motivo trainante dell’attuale momento di crisi, sic!) perché l’intero sistema non arrivi ad una fase di stallo (recessione) e poi ad un definitivo collasso, le cui disastrose conseguenze finirebbero al solito con il riverberarsi sulla gente comune, molto più di prima, è necessario un continuo lavoro di rettifica, ristrutturazione e riconversione sistemico-strutturale che copre un po’ tutti gli ambiti. Pensiamo solamente all’indotto di lavoro che potrebbe generare l’adeguamento e la riconversione dell’intero impianto produttivo mondiale ai più attuali criteri ecologici. E questo è solo un esempio a cui se ne potrebbero accompagnare altri cento simili.

A questo punto sorge la classica domanda in grado di demotivare e mettere in crisi un ingenuo ed impreparato peroratore di cause perse: “ma i soldi, sia pur erogati sotto forma di fondi, sovvenzioni e quant’altro, da dove si tirano fuori? Per caso dal cilindro oppure ritornando a far ricorso al solito odioso criterio della leva fiscale che poi finisce con il deprimere tutto, in un meccanismo perverso che ci richiama alla classica immagine del gatto che si morde la coda?” Niente di tutto questo. Da qualche parte mi è capitato di leggere che, se si potessero utilizzare i proventi del signoraggio bancario, (ovvero il reddito percepito da chi emette moneta, pari alla differenza tra il valore facciale della moneta, detto valore nominale, e il suo costo di produzione, detto valore intrinseco), con questi ultimi si potrebbe garantire, nel caso del nostro paese, un reddito di minimo garantito di mille e passa euro mensili ad ogni cittadino italiano. Tali proventi potrebbero invece costituire la fonte primaria da cui attingere, al fine di sovvenzionare quell’attività di riconversione di cui abbiamo poc’anzi parlato.

Se poi a questi proventi si aggiungessero quelli provenienti da una tassazione seria su tutti i ricavi derivanti dagli investimenti finanziari delle banche, quali titoli azionari,swap, ma anche dalle movimentazioni degli assegni, etc., rivolta esclusivamente a queste ultime ed a tutti gli istituti che muovono queste masse di denaro virtuale, si arrecherebbe un doppio beneficio. Anzitutto una completa e più che sufficiente copertura delle attività di cui abbiamo parlato. Secondo poi un tetto alla sovrapproduzione di capitale attraverso una graduale compressione dei mercati finanziari, non farebbe altro che riportare la governance dell’economia globale nelle mani dell’economia reale. Passaggio obbligatorio per arrivare a quanto qui prospettato, la completa nazionalizzazione delle banche centrali, che potranno in tal modo emettere denaro senza indebitarsi con le banche private, alimentando in tal modo a dismisura il debito pubblico dei singoli stati.

A questo passaggio deve seguire la completa discrezionalità da parte dei vari stati ad assumere il controllo di un singolo istituto di credito, in proporzione del tasso di indebitamento di quest’ultimo. Il tutto completato da una costante attività da parte pubblica, di controllo e monitoraggio dei tassi d’interesse praticati dalle banche, che dovranno essere portati al ribasso d’autorità, per evitare quell’eccessivo costo del denaro, che di un’ ordinata crescita economica, rappresenta uno dei maggiori freni. Usare i proventi del capitalismo contro di esso. Come vedete quindi, non si tratta qui di riproporre né piani economici quinquennali, né repentini ritorni di fiamma di dispendiosi e ladrocineschi statalismi di italica memoria, i cui esiti storici stanno sotto gli occhi di tutti, quanto invece di riadattare e riportare al presente quelle intuizioni-sfida che hanno rappresentato l’altra faccia della Modernità, non legata ai rigori dei parametri della sfida senza uscita destra-sinistra.

Andare oltre, dunque, senza esitazione. Mai come oggi il momento è stato così favorevole. Ma mai come oggi, però, le coscienze sono travolte, confuse, inebetite di fronte all’ennesima e sempre più aperto attacco del Mondialismo. Facciamo attenzione, perché dire addio al lavoro, vuol dire addio alla casa, all’ambiente, alla salute ed alla nostra stessa sopravvivenza come uomini e cittadini coscienti della propria appartenenza ad una res publica e non ad un pollaio.

Umberto Bianchi

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