Yasemin Sandereli. Almanya

Presentato fuori concorso all’ultima Berlinale, Almanya – Wilkommen in Deustschland si è rivelato, in Germania, un inatteso successo al botteghino, raccogliendo anche unanimi consensi di critica. Il film, diretto dalla tedesca di origine turca Yasemin Sandereli, co-sceneggiato insieme alla sorella Nesrin, ripercorre in forma di commedia, attraverso l’esperienza emblematica di una famiglia, la storia dell’immigrazione turca in Germania dal 1964 ad oggi, affrontando i temi classici dell’incontro, dell’identità, della società multietnica e dei profondi mutamenti delle culture che, incontrandosi, di influenzano.

È la storia di una famiglia proveniente dall’Anatolia, che da tre generazioni si è trasferita in Germania. Dopo aver lavorato per 45 anni in terra tedesca come operaio, Huseyin Yilmaz annuncia alla sua larga famiglia di aver acquistato una casa da ristrutturare in Turchia, dove vuol portare tutti i componenti, senza contemplare alcuna possibilità di rifiuto, per le vacanze imminenti. Contestualmente, Yilmaz e la moglie ricevono la cittadinanza tedesca, e l’uomo viene invitato, quale milleunesimo cittadino turco a metter piede in Germania, a pronunciare un discorso davanti alla Cancelliera Angela Merkel. La moglie è entusiasta, lui  molto meno, e proprio mentre la terra ospitante gli dà il lasciapassare simbolico tanto agognato, Huseyin Yilmaz sente più che mai le radici turche farsi forti in lui. L’intera famiglia – 4 figli con relativi nipoti – è cooptata, e dunque si parte alla volta dell’Anatolia, tra il malcontento di qualcuno e i dubbi identitari del più piccolo della compagnia, Cenk, nato e cresciuto in Germania da mamma tedesca ma curioso di comprendere la piccola epopea familiare e l’incontro tra due culture integrate ma assai diverse. E allora il film fa un po’ di storia degli Yilmaz, tra totem e tabù (la mascolinità data dai baffi; la spaventosa figura del Cristo sulla croce, per chi non vi è abituato; l’idea che i tedeschi mangino solo patate), tra momenti ilari e ricordi nostalgici, chiudendo su note malinconiche ma speranzose, fotografando un mondo in cui la convivenza tra culture diverse non solo è possibile, ma è nei fatti: una risorsa, più che un problema da risolvere.

Dal 1999 ad oggi, epoca in cui uscì nelle sale il brillante East is Est, film britannico diretto da Damien O’Donnel e prima commedia europea che metteva seriamente al centro il tema dell’ importanza dell’incontro – e dunque non più dello scontro sociale e culturale – tra etnie e culture diverse (quella pakistana e quella inglese, nella fattispecie), il cinema che abbraccia il vasto e sfaccettato tema della convivenza tra popoli distanti, non solo geograficamente, è entrato a giusto diritto nel mondo della settima arte, cercando sovente uno sguardo leggero ed edificante per fotografare una realtà innegabile, ancorché siano ancora in molti quelli che si battono per sfavorirla, se non addirittura per negarla. La realtà è che oramai, piaccia o meno, il vecchio continente è più che mai multietnico e multiculturale, basta guardarsi un po’ intorno per notarlo. Ma questa non è solo una realtà passiva, bensì una situazione dinamica e necessaria, senza la quale l’Europa non potrebbe sopravvivere: come dimostra il film della Sandereli, non da oggi. La manodopera turca trapiantata stabilmente in terra tedesca, già dagli anni Sessanta, ad esempio, ha consentito alla Germania di essere quello che è oggi, ovvero la maggior potenza economica europea.

È ciò che testimonia il film, un’opera profondamente identitaria, e nel senso più virtuoso del termine, che rifiuta tentazioni etnocentriche e miopie simili per invece privilegiare il tempo della comprensione, dell’accettazione, dell’alterità, dell’incontro e, in ultimo, dell’integrazione. Non solo diritto, ma soprattutto necessità di integrazione, come motivo conclusivo e più importante che emerge da queste commedie (non sempre così leggere come quella in questione, a dire il vero) che hanno sostanzialmente definito un nuovo genere, e che vedono proprio nell’incontro turco-tedesco, grazie anche all’opera di Fatih Arkin (La sposa turca, Ai confini del paradiso), uno dei più efficaci e più emblematici modelli di scambio tra culture differenti avvenuto in Europa.

Il finale di Almanya, certo, è un po’ zuccheroso, è doveroso segnalarlo, volutamente commovente ed edificante. Ciò non ne inficia la resa complessiva, comunque, soprattutto se si considera il contesto narrato e una sceneggiatura assai briosa per almeno tre quarti di film. Ottimo, pertanto, il lavoro fatto in sede di scrittura da Yasemin e Nesrin Sandereli, strutturato più che altro su piccole e improvvise folgorazioni e su tempi comici dal vago sapore alleniano. Bravi tutti gli attori, da noi pressoché sconosciuti, sia nelle singole performance che nell’intesa corale, mostrata in particolar modo negli incontri a tavola. Tra serio e faceto, divertimento e riflessione, Almanya si sviluppa visivamente anche ricorrendo a momenti surreali, valorizzando così, dal punto di vista estetico, una pellicola che va decisamente oltre il compitino buonista che idealmente qualcuno avrebbe potuto assegnarle. È un cinema sufficientemente compatto e in alcun frangenti distintamente autoriale, quello della Sandereli, che dopo tanta gavetta fatta in televisione è approdata con buon successo anche nelle sale, conquistando sia i turchi che i tedeschi, a quanto pare. Grazie alla Teodora Film Almanya (Almanya, la mia famiglia va in Germania) è arrivato, meritoriamente, anche in Italia. Se siete in cerca di una commedia divertente che invita a riflettere su temi attuali e importanti, questo è film che può fare al caso vostro.

Federico Magi

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