Woody Allen. Midnight in Paris

Parigi è considerata la città dell’arte per antonomasia, dagli americani amanti del Vecchio Continente, e forse non soltanto da loro. Parigi per costoro è il tempio dell’arte tout court: poesia, letteratura, pittura, musica, cinema, danza e tutte le contaminazioni immaginabili tra le arti sono possibili in questo luogo cantato, evocato, ritratto e descritto con dovizia di particolari, nel tempo, dagli artisti stessi che vi hanno soggiornato. Chiedere loro perché Parigi è così magica, unica, il simbolo dell’estetica e della bellezza, del fascino romantico, retrò e al contempo innovativo delle epoche che si succedono è una domanda quasi superflua.

In fondo, hanno risposto a questo interrogativo attraverso le loro stesse creazioni, una volta venuti a ispirasi in questo luogo. Omaggiandola con una pellicola agile ed elegante, anche Woody Allen ci tiene a lasciare ai posteri il suo peculiare punto di vista sulla capitale francese: una commedia raffinata ed intelligente che immortala la bellezza della città francese e cerca di far respirare al pubblico, attraversando il tempo e rompendo il muro razionale della dimensione unica, le suggestioni che hanno ispirato alcuni dei grandi artisti immortali della storia recente.

Midnight in Paris, da pochi giorni delle sale italiane, vede protagonista una coppia di turisti americani prossimi al matrimonio, Gil e Inez, in vacanza a Parigi con la famiglia. Gil è uno sceneggiatore di successo, aspirante romanziere, venuto nella capitale francese per respirare l’aria dell’arte e della letteratura, per trovare l’ ispirazione necessaria e portare a compimento il suo primo romanzo. Inez è più pragmatica e razionale, e lo scoraggia a più riprese, dicendogli di concentrarsi sulle ben più remunerative sceneggiature che scrive per Hollywood. Gil però è insoddisfatto del suo lavoro, pur ben pagato, perché si sente un mercenario della grande industria del cinema, costretto a scrivere copioni in serie tutti uguali a sé stessi. Vorrebbe trasferirsi a Parigi, e Inez non ne vuol sapere, tanto che i due, pur in vacanza, fanno vita sostanzialmente separata: lei da perfetta turista, tutta intenta a seguire l’amico borioso e saccente che le illustra le meraviglie della città, lui alla ricerca di suggestioni d’annata, inseguendo la notte e la pioggia, vagheggiando una vita bohèmienne. Inaspettatamente, i suoi desideri sembrano realizzarsi: allo scoccare della mezzanotte, passa una macchina che viene a prenderlo sempre nello stesso punto, immergendolo nella Parigi degli anni Venti, l’epoca in cui avrebbe sempre voluto vivere. Qui conosce Jean Cocteau, F. Scott Fitzgerald, Ernest Hemingway, Salvador Dalì, Pablo Picasso, Luis Bunuel, ricevendo una consulenza letteraria nientemeno che da Gertrude Stein. Qui si innamora di una ragazza, Adriana, contesa da Picasso ed Hemingway, e dell’illusione di poter cristallizzare il tempo e vivere per sempre nel passato. Gil cerca di vivere e far convivere le due dimensioni, con sempre più difficoltà, rifugiandosi in un passato agognato che può comunque essere, come ogni tempo vissuto, illusorio e ingannevole. Il presente, in fondo, è lì che aspetta, ineludibile come il destino, e non è detto sia così male dovervi fare ritorno. Woody Allen torna nell’amata Europa, dopo la trilogia londinese (Match Point, Scoop, Cassandra’s Dream) e l’incursione estiva in una solare Barcellona (Vicky Cristina Barcelona), e dopo due film americani in chiaroscuro (Basta che funzioni, Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni) che sembravano dare il segno d’una ispirazione minore e di una certa distanza emotiva che il regista newyorchese avrebbe scelto di mettere tra sé e i suoi personaggi.

Con Midnight in Paris, riuscita e sofisticata commedia in cui si ride il giusto e a cui non fa certo difetto l’intelligenza e la capacità di andare con una certa risolutezza al nucleo delle questioni proposte, Woody Allen prova a ricucire la distanza ideale tra sé e il protagonista di una sua pellicola, trasferendo a Gil (un bravo Owen Wilson) quelle stesse passioni artistico-letterarie che hanno caratterizzato larga parte del suo cinema. Certo, Midnight in Paris non avvicina i capolavori del tempo andato, ultimo dei quali, Crimini e misfatti (1989), ormai fin troppo datato, ma consente all’amante del cinema alleniano di ritrovare quelle tracce di speranza, sempre condita dalla giusta dose di irriverenza e sarcasmo, che erano volutamente mancate negli ultimi sei film, commedie o drammi che fossero. Gil, accompagnato da colei che immagina come la sua vera prima musa letteraria, attraverserà una ulteriore dimensione, passando dalla Parigi degli anni Venti a quella della Belle Epoque, tempo idealizzato da Adriana. Qui conoscerà Toulouse-Lautrec e perderà Adriana, sopraffatta dal desiderio di fermarsi nel nuovo tempo vissuto, acquisendo però una nuova e definitiva consapevolezza: il tempo presente, agli occhi di chi lo vive, è sempre debitore rispetto a un passato agognato perché nei fatti sconosciuto, se non attraverso l’arte e i libri di storia. Tutti gli artisti che Gil incontra, a prescindere dall’epoca, vedono nel passato quella bellezza totale e totalizzante che un presente monotono, ripetitivo e non così prodigo di suggestioni sostanzialmente preclude loro.

Proprio l’arte è l’anello di congiunzione con il nostro presente, sembra voler dirci Woody Allen, per supportare la sua tesi di fondo, ovverosia che il presente, qualunque presente, è l’unico tempo che ci è concesso, che non bisogna vivere con lo sguardo rivolto indietro, che nel passato troviamo le tracce di ciò che siamo, le grandi opere che hanno fatto la storia, un patrimonio artistico che può arricchirci proprio per vivere meglio il nostro presente. E che Allen lo dica facendo incursione nel sogno, ampliando le dimensioni possibili così da omaggiare l’arte che l’ha ispirato, rafforza l’idea del perfetto gioco di illusioni immaginato; è il segno di una ritrovata vena artistica che sceglie una via apparentemente irrazionale per riportarci, in qualche modo, a una ragione sostanzialmente condivisibile: che questo tempo, per quanto ingrato, va vissuto e va vissuto bene. Senza voltarsi troppo indietro, concentrandosi sul qui ed ora. A ben guardare, tra le tante immaginate o desiderate, l’unica dimensione di cui abbiamo veramente certezza.

Federico Magi

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