Thomas McCarthy. Mosse vincenti

La condizione precaria di larga parte della middle class americana è sempre più palese agli occhi degli scienziati sociali e degli studiosi che indagano, a vario titolo, l’argomento. I liberi professionisti hanno vita dura,  se non scelgono di rincorrere il profitto a tutti i costi, e certe volte nemmeno la brama di denaro è sufficiente a riscattare una condizione economica che risente della più grossa crisi del sistema economico-finanziario dai tempi del crollo della borsa di Wall Street.  Questa la premessa doverosa, nota ai più ma che è sempre bene ricordare, per introdurre una commedia riflessiva e agrodolce, presentata con successo all’ultimo Sundance Film Festival.

Mosse vincenti (Win Win), da pochi giorni nelle nostre sale, vede protagonista proprio un avvocato di mezza età, Mike Flaherty (Paul Giamatti), con moglie e figlie piccole al seguito, stretto nella morsa della precarietà economica e con pochi clienti in agenda. Clienti che gli vengono affidati soprattutto dallo Stato del New Jersey, in cui risiede, in particolar modo anziani indigenti e “poveri cristi” a corto di denaro. La scelta di aiutare i meno abbienti, però, sta avendo un effetto  boomerang. Le spese sono troppe, i liquidi mancano e c’è il rischio di chiudere lo studio e fallire. Nel tempo libero, Mike fa l’allenatore di una squadra di lottatori adolescenti non particolarmente dotati. Le preoccupazioni sono tante, e l’avvocato sembra risentirne anche fisicamente, finché un giorno gli si presenta il caso di un anziano e facoltoso cliente, Leo Poplar (Burt Young), che viene messo sotto tutela. In ciò Mike vede una importante possibilità di ridare fiato alla sua precaria condizione economica, e pur scalfito da qualche ragionevole dubbio di coscienza, decide di diventare il suo tutor per intascare la rendita mensile di 1500 dollari. Nell’accettare tale responsabilità, decide di non rispettare la volontà dell’anziano di restare nella propria casa per invece mandarlo in una casa di riposo, attribuendo la decisione al giudice. Ma Leo ha un ha una figlia e, a sua insaputa, anche un nipote, Kyle (Alex Shaffer), sedicenne problematico e introverso, con una madre tossicodipendente, che appare improvviso sulla soglia della casa dell’anziano signore. Mike lo ospiterà, se ne affezionerà, scoprirà con gioia e con sorpresa che è un giovane campione di lotta, lo farà allenare con la propria squadra e lo porterà a un passo dalla fama e dal successo. La madre del ragazzo però si fa viva, con tanto d’avvocato al seguito, interessata più al denaro che al figlio. E allora tutti i nodi vengono al pettine. Commedia che invita alla riflessione, dagli approdi edificanti ma affatto banale, velatamente malinconica e ben sceneggiata, Mosse vincenti dimostra ancora una volta la vitalità del cinema “indie” americano.

Il regista Thomas McCarthy, del resto, è quello dell’interessante L’ospite inatteso (2007), e anche in questo caso, come nell’opera precedente, pone l’accento sulle profonde contraddizioni d’America e sul tema della diversità,  sia pur in maniera meno manifesta.  Contraddizioni d’America che, nella fattispecie, rendono espliciti  i dubbi e le debolezze della natura umana, quando le difficoltà incombono e le risorse per farvi fronte sono scarse. È il caso del protagonista del film in questione, da sempre ligio alle regole e ben disposto all’aiuto dell’altro, che sceglie di compiere un atto meschino e poco edificante perché la vita è dura e complicata. Ciò non lo giustifica ma ci dà la misura delle difficoltà che vive, introducendo i motivi di un’opera che invita all’immedesimazione connotando ottimamente i personaggi, senza peraltro caricarli.

È un cinema decisamente empatico, quello di McCarthy, genuinamente morale, centrato sui rapporti umani e sull’incontro, sull’avvicinamento dei diversi, dei lontani. Nel palesare questa via, il regista statunitense sceglie i colori tenui e le sfumature, decidendo di mostrare in modo alternato meschinità e debolezze, ma anche redenzione e riscatto, nella migliore tradizione narrativa americana, sorvolando sull’american dream (la parabola di Kyle non si conclude con il successo sportivo, ma con una più salutare riappropriazione-normalizzazione di sé) e concludendo con uno sguardo sospeso, malinconico, che si orienta al domani con infiniti dubbi e pochissime certezze, ma con la consapevolezza che tutti i protagonisti sulla ribalta hanno deciso di fare un passo l’uno verso l’altro.

Mosse vincenti si distingue anche per la misura che restituisce, per la levità che usa nel toccare temi importanti, per una messa in scena che convince sia in sede di scrittura, come detto precedentemente, che per la prova degli attori. Un cast davvero ben amalgamato, in cui spicca inevitabilmente Paul Giamatti, che si ritaglia addosso in modo magistrale un ruolo ben più complicato di quel che potrebbe sembrare a prima vista, lavorando anche per sottrazione, e nel quale ben impressiona il giovane Alex Shaffer, nei panni di Kyle. Nel ruolo del signor Poplar, riconoscerete forse Burt Young, famoso per la sua interpretazione, al fianco di Sylvester Stallone, in Rocky. Con Mosse vincenti, il cinema americano indipendente sceglie ancora una volta di essere lo specchio più fedele d’una società in crisi non solo economica, ma anche e soprattutto morale e relazionale; lo fa affidandosi a una storia tutto sommato minimale, che evita accuratamente il sensazionalismo senza per questo rinunciare a intrattenere, privilegiando l’indagine dei rapporti umani e lasciando sempre, volutamente, i sentimenti in primo piano.

Federico Magi


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