Il governo tecnico fallirà. Note di un populista…

Tutti hanno apprezzato, o quasi. Qualcuno sdilinquendosi fino a inviargli bigliettini amorosi, come ha fatto Enrico Letta, altri facendo finta di osservarlo guardinghi ma tirando un sospiro di sollievo: La sola Lega e il SEL si sono sfilati dal coro plaudente ma nella loro marginalità non contano.

Sta di fatto che Mario Monti e i suoi cervelloni hanno varato il cosiddetto governo dei tecnici con votazioni sovietiche. Commissariati dall’Europa, incapaci di assumersi la benché minima responsabilità, litigiosi e divisi come non mai, maggioranza e opposizione si sono consegnati mani e piedi alle scelte tecnocratiche, forti delle lettere che ci sono state inviate, come ammonimento, dall’Europa e dei richiami irridenti che il duo al comando Merkel/Sarkosy ci ha dispensato, con il bene placito di banche e finanza.

Il lavoro sporco è stato consegnato in mani esperte ed etero dirette per evitare di perdere consensi. A questo punto, visto che il programma dei prossimi mesi ci è stato dettato, come tutti sostengono, dalle sopradette lettere europee forse era meglio indire un referendum popolare e votare un’annessione alla Germania, come Land esterno, almeno ci saremmo assicurati un futuro schiavo ma sicuro. Ma qui non voglio dilungarmi sulla questione se questo governo durerà o meno, se la sua durata completerà la legislatura oppure si fermerà ad aprile dell’anno prossimo. Qui voglio semplicemente affermare, in soli due punti, il perché il Governo dei tecnici fallirà o ha già fallito prima di cominciare a governare.

Lo farò, da buon populista, raccontandovi due piccoli episodi che mi sono capitati negli ultimi giorni e che mi hanno fatto riflettere sulla mia convinzione. Talvolta i pregiudizi e i luoghi comuni si condensano assumendo valore universale.

1. Prendete la metropolitana di Milano alla fermata Assago Forum e capirete perché il governo dei tecnici fallirà

Sono a Milano per lavoro e il mio albergo guarda la tangenziale ovest (km. 19 per la precisione). Una navetta messa a disposizione dall’hotel mi scarica alla fermata Assago Forum. Entro e mi dirigo alla biglietteria automatica per comprare il biglietto. La biglietteria è un cubo, posto al centro di un crocevia di sottopassi e fa bella mostra di sé con tutte le sue luci sfavillanti. Con uno schermo touch screen selezionare la lingua preferita e percorrere la strada verso l’acquisto è un gioco da ragazzi, facile anche per un analfabeta informatico come me. Il prezzo per sole due fermate (2,5 €) mi sembra esoso ma il servizio è impeccabile e abbozzo. Mi avvicino ai tornelli dell’ingresso e infilo il biglietto nell’obliteratrice (uso a bella posta questo nome orribile che sottolinea, lo leggerete tra poco, la situazione grottesca in cui mi sono infilato). Il biglietto viene respinto e i tornelli non si aprono. Sul display compare una scritta che dice testuale: ”Biglietto troppo lungo”. Riprovo ma il biglietto mi viene risputato con la stessa scritta:”Biglietto troppo lungo”. Non posso entrare, mi spazientisco. Gli altri passeggeri, provvisti tutti di abbonamento, entrano e sfilano via disinteressati. Quando sono deciso a uscire e a prendere un taxi vedo che nel gabbiotto al di là delle sbarre c’è un movimento che si condensa in un inserviente che si avvicina. “Scusi – gli faccio – non riesco a entrare, la macchina mi dice che il biglietto è troppo lungo”. Da lontano mi replica:“Lo deve tagliare”. Allibito rispondo: ”Come tagliare?”. “Sì, lo deve tagliare. Me lo dia, ci penso io”. Rientra nel gabbiotto ed esce nuovamente con un paio di forbici in mano. Si avvicina e mi rifilata con un’abile sforbiciata uno dei lati corti del biglietto. “Provi adesso”. Provo e il biglietto viene risucchiato per spuntare nell’altra feritoia più avanti e il tornello d’incanto si apre. Esterrefatto ringrazio e me ne vado a prendere la mia metropolitana. Se non ci credete andate a provare. Tutto vero. Questa è la prima dimostrazione che il governo tecnico fallirà. I tecnici spesso e volentieri sono dei cialtroni. S’innamorano del loro ristretto ambito, generano un gergo e delle competenze che sono assolutamente autoreferenziali. Non dialogano con nessuno, nemmeno con i tecnici che possiedono altre competenze. Come nel caso citato, i tecnici che hanno progettato e fanno funzionare la biglietteria automatica non si sono preoccupati di verificare che il biglietto sia delle misure giuste per dialogare con il tornello. Così la profonda conoscenza tecnica del progettista della biglietteria e quella del progettista del tornello, perfette in sé, generano un sistema totalmente inefficace se non fosse per la cortesia del bigliettaio che taglia con le forbici il biglietto (come sempre è la solidarietà tra perdenti che fa la differenza). Certo qualcuno dirà che è mancato un coordinamento che mettesse insieme le due competenze, ma quel coordinamento tecnico è mancato e la tecnica è risultata inane. Ha fallito. Potrei dire, da buon populista, che magari non sono state le competenze tecniche a mancare ma che un tecnico, foraggiato da qualcuno e l’altro foraggiato da qualcun’altro si sono preoccupati più delle loro tasche e dei loro progetti che del beneficio complessivo, che poi è la possibilità di facilitare la vita al fruitore. Quello che rilevo è l’inefficienza dei tecnici, qualunque ne sia l’origine. Guardare quindi a un governo tecnico come a un salvatore della Patria solo perché tecnico (o considerato tale) la trovo una solenne bischerata. E ancora, da tutto ciò se ne può dedurre una considerazione degna di messieur De La Palisse: non esistono governi di tecnici, semmai esiste un governo di questi tecnici. Liberazione nei giorni scorsi si è divertita a produrre una serie di nomi di possibili tecnici che avrebbero potuto sostituire gli attuali, anch’essi meritevoli di stima data la loro condizione di “non politici”. Nella realtà però non esistono tecnici che non siano politicizzati, almeno quelli che occupano certe posizioni di rilievo. Oltre alle loro, non sempre indiscusse, capacità intellettuali, hanno forti sponsor alle spalle che ne dirigono poi gli orientamenti alla faccia della loro presunta neutralità. E infatti quello varato è un governo di tecnici pescato tutto tra la Bocconi e l’Università Cattolica e rinforzato da alti dirigenti delle banche. Non a caso il Sole 24 ore e Avvenire, spalleggiati dal Corsera e da Repubblica ne hanno osannato le doti.

 

2. Unitevi alle visite guidate del quartiere romano della Garbatella e capirete perché il governo dei tecnici fallirà

Sabato scorso ho partecipato a una visita del quartiere romano della Garbatella che mi ha permesso di ricordare molte cose. Il quartiere, o meglio la borgata, Garbatella, nata da un progetto del 1910, fu realizzata nel suo primo piccolo nucleo nel 1920 e poi trovò sviluppo completo tra il 1925 e il 1930. Passeggiando per il quartiere si scopre la disposizione dei lotti, costruiti per gli operai della nascente area industriale della sottostante Via Ostiense, e l’idea, fortemente voluta dall’Istituto delle Case Popolari, di costruirli come case giardino, verde privato adibito ad orto per gli occupanti e verde pubblico per la socializzazione. Poi il Teatro Palladio e i Bagni Pubblici che si affacciano sulla Piazza Romano edificati per creare uno spazio ricreativo e culturale il primo e per permettere agli abitanti un benessere igienico che gli angusti gabinetti delle case non permettevano pienamente il secondo. Girando in tondo si passa per l’ex Villa Rosselli che lo stesso Istituto trasformò nella “Casa dei bimbi” un asilo nido per i giovanissimi, così come fu pensata la scuola elementare che sorge a fianco della chiesa parrocchiale ultimo edificio pubblico che chiude l’edificazione del quartiere. Si attraversa la zona degli alberghi che furono progettati per ospitare i baraccati delle zone limitrofe e che ospitarono anche coloro che avevano perso la casa in attesa di ricollocamento e che furono poi trasformati. L’albergo bianco in maternità, per ospitare le madri nell’ultima attesa del parto e i neonati nel nido (in cui trovarono la morte 50 bambini nel bombardamento americano del 7 marzo 1944). L’albergo rosso in scuola elementare, prima di quella più grande e spaziosa costruita nel 1930, e che costituisce lo studiatissimo primo esempio di architettura razionalista. Si sfiora poi la zona degli sbaraccati, costruita nel 1925 per dare ricovero dignitoso a 500 famiglie senza tetto. Infine s’intravede il lotto 24, detto sperimentale, edificato nel 1930 per un concorso internazionale sulla casa più vivibile che l’I.C.P. vinse, dimostrando al mondo intero, che si poteva edificare al prezzo di 8000 lire/vano delle case popolari salubri e confortevoli. Nel giro di non più di cinque anni un’idea prese corpo nella sua totalità. Case, giardini, spazi pubblici, luoghi di divertimento, presidi igienici, scuole, una chiesa e 14 palazzine sperimentali del lotto 24, testimonianza di un desiderio di bene comune che si spinge nel futuro, teso a migliorare ciò che di buono già si è fatto. Il tutto restituisce l’immagine che un progetto non fallisce se c’è perizia tecnica ma questa deve dispiegarsi in politiche che durino e soprattutto se esiste un’idea forte che la conduce. Solo un panorama politico può permettere a un uomo di diventare statista, colui cioè che realizza al di là del suo effimero tempo, senza pensare al ristretto tornaconto del momento. Il governo tecnico che prende corpo in questi giorni fallirà perché il suo panorama temporale è ristretto, la sua idea di governo è asfittica, i suoi passi sono mossi da una gretta mentalità ragionieristica, non ha dimensione politica, gli manca l’afflato della grande idea che se ne frega del conto della serva. Questo governo fallirà nel senso che non potrà garantire alle persone che popolano questa terra né un presente, travolto dalla necessità (vera?) del momento, né un futuro perché il suo modo di intendere il governare è solo una squallida replica di quello che si usa fare nei consigli di Amministrazione. Ridurre i costi per massimizzare i profitti. Massimizzarli per gli azionisti che dalla macelleria sociale traggono il sangue nuovo per il loro portafoglio e se ne fregano di salvare i cittadini che, non potendolo più, sono chiamati ancora una volta a rivoltare le loro tasche consunte, né tantomeno di salvare se stessi, visto che lo sono già. Questi nuovi tagli e presunte riforme non sono, come tentano di spacciarci, un nuovo patto generazionale tra padri e figli poveri. I padri e i figli poveri già hanno stretto un forte patto di solidarietà tra loro. Questi nuovi tagli e presunte riforme non sono, come tentano di spacciarci, un nuovo patto generazionale tra padri e figli ricchi. I padri e i figli ricchi sono da sempre vincolati da un mafioso patto scellerato che perpetra all’infinito il loro privilegio. Questi nuovi tagli e presunte riforme non sono niente se non una nuova carneficina. Sangue fresco sull’inutile altare di Moloch che chiede sangue. I suoi ciechi sacerdoti sono al lavoro per raccoglierlo in calici dorati, dopo che ne hanno dissipate quantità infinite per la loro ingordigia e per l’avidità cieca che li governa.

Mario Grossi

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