Un romano a Milano. O mia bella madonnina…

Un anno fa salivo per la prima volta nella mia vita a Milano. Dovevo solo accompagnare la mia ragazza che doveva sostenere un esame di ammissione per una scuola d’arte drammatica, ma non immaginavo che un anno dopo, avrei scritto queste righe proprio dal capoluogo lombardo.

Dovevamo rimanere solo un paio di giorni, ma il solo pensiero che lei si trasferisse a Milano bastò per farmi affogare nella paura: per la notte avevo scelto di dormire con una maglia della Roma e, spedito in un super mercato Esselunga, ero in preda al panico per il timore che qualcuno capisse da dove venivo. Per fortuna tutto andò bene: nessuno mi riconobbe e la fantastica vista del Duomo, la gioia di scoprire il Naviglio e la curiosità di scoprire una città completamente in pianura mi rasserenò.

Perché avevo paura? Non lo so, ma avevo una immagine tutta particolare di Milano, fatta di stereotipi cinematografici, politici, calcistici. Ho passato tutta la mia adolescenza in curva Sud a cantare “Bombe a mano su Milano eh, eh!”. Poi, una volta con la mia squadra di calcio fui invitato nella sede romana del processo di Biscardi e io mostrai in diretta una sciarpa con su scritto “Milano in fiamme”, cosa che fece molto arrabbiare coloro che erano collegati proprio da Milano. Metteteci poi la visione di decine di film anni ‘80/’90 come “Fratelli d’Italia”, senza dimenticare che sono cresciuto durante l’exploit politico della Lega che offende Roma e i romani un giorno sì e l’altro pure. Poi i commenti delle persone che conosci: “C’è solo la nebbia”, “Pensano solo a lavorare”, “I milanesi non esistono più”, “I milanesi sono freddi”.

Forse dovrei cominciare a credere ai segni del destino. Forse quando sul tram 2 diretto allo stadio Olimpico persi la sciarpa con su scritto “Milano in fiamme” dovevo capire qualcosa. Insomma la mia ragazza fu ammessa alla scuola d’arte drammatica e io per qualche mese mi sono recato a Milano soprattutto nei week end. Quando tornavo a Roma, dai miei familiari o dai miei amici, ero tormentato dalle loro domande: “Ma allora com’è Milano?”. E io che rispondevo? Beh, a me non faceva mica così schifo Milano. La trovavo anzi una metropoli vivibile, tutta piana, con meno traffico, più civile, più organizzata, molto più piccola di Roma. Certo non mi sembrava bellissima come la Capitale, però c’erano posti belli come il Duomo, il Castello Sforzesco, Brera e giù di lì. Poi non era nemmeno così fredda a livello meteorologico e le persone erano persone. Se non fosse per i prezzi delle cose, insomma dicevo ai miei amici “Beh, non è brutta Milano. Anzi, mi piace”. Qualcuno si convinse, altri no.

Però, mentre la mia vita doveva dirigersi verso l’amatissima Barcellona, per un assurdo caso del destino mi chiamarono a Milano per un buon lavoro. A Roma non trovavo impiego nemmeno per fare il cameriere e non avevo soldi per finanziare il mio sogno catalano, quindi decisi di fare la valigia e di trasferirmi nella capitale del Nord, almeno per l’estate. “A fine estate decido cosa fare” dicevo agli altri. Alla fine, ho dovuto decidere, e proprio un anno dopo il mio primo approdo ho optato per piantare le tende qui al Nord. Proprio adesso che ci sono con tutte le scarpe, che non ho vie di fughe immediate, ricomincia in me la nevrosi del giovane romano, lo stesso terrore che mi colpì in quell’Esselugna popolato di anziani berlusconiani pronti ad uccidermi.

No, non mi è bastata un’estate milanese. Non mi basta sapere che Pisapia è il sindaco, che la Lega qui non è fortissima, che non sarò ucciso per la mia fede calcistica e che, soprattutto, a nessuno frega niente da dove vengo, in una città piena di tutte le genti del Sud d’Italia e del mondo. Anzi, non mi basta nemmeno vedere che la gente è contenta quando sente che sei di Roma, decantandone la bellezza e sognando di trasferirsi lì. Niente è riuscito a scalfire il mio senso di stupida inadeguatezza e il mio sforzo titanico di adattarmi. E’ una lotta dura che passa diversi vari gradi: non parlare a tutti della mia città in qualunque occasione, non struggersi al ricordo ogni mattina, non lamentarmi sempre di quanto costa la colazione al bar, non riempire la mia stanza di foto che mi ricordano che sono lontano (per adesso ho solo messo: De Rossi, Pio IX a San Lorenzo, i bulli dipinti da Pinelli e la processione della Madonna del Carmine). Ho tentato anche di frenare la mia cadenza dialettale, con l’unico risultato di parlare come un imbecille. In un pub poi, mentre vedevo Inter-Roma, ho anche resistito agli insulti della platea verso i romani, continuando a far finta di non interessarmi alla partita. Insomma c’ero quasi riuscito, mi stavo impegnando, finché un giorno tutti i miei sforzi sono crollati.

Avevo resistito alle accuse degli amici e dei parenti a Roma: “Ormai parli milanese!” (ma non è vero!) “Stai a diventa’ snob!” (maddeché!), “Ma nun te manca l’aria de casa tua?” (grazie per avermelo ricordato), “Qui c’è il sole, da voi?” (si anche da noi, pensa un po’ che strano!), “Madonna, ma come fate sempre cor freddo?” (aho, ma se t’ho appena detto che c’è er sole!).

Ce l’avevo quasi fatta, perché da uomo del mediterraneo emancipato, conosco benissimo i meccanismi nostalgici tendenti al senso di colpa della famiglie del centro-sud.

Avevo resistito, ma in un giorno tutto il mio costrutto di certezze è caduto: mi trovo all’Asl per cambiare il medico e, ovviamente, ho dovuto comunicare che venivo da Roma. All’annuncio  una sportellista mi fa “Mio marito è di Roma, di dove sei?” mi domanda, “Intorno a Centocelle” le rispondo.  “Ah, Centocelle: mio marito è del Prenestino!”, e comincia a decantare la grandezza e la bellezza di Roma e io fermo nella mia decisione di non mollare al sentimentalismo, annuisco con gentilezza ma non intervengo nel confermare le sue tesi. Lo sportellista di fianco a lei però non la prende bene e rivolto verso la sua collega fa “Si, bella Roma, però poi…”. Sta per completare la frase e io so già dove vuole andare a parare. Mi innervosisco, “devo rispondergli o no?” penso, quando una donna di fianco a me mi fa “Ah, ma sei di Centocelle?”. Le rispondo che per la precisione sono di Tor Tre Teste, “sa’ un quartiere vicino” tengo a precisare e lei mi dice “lo so, lo so dov’è Tor Tre Teste. Io sono di Roma, sono 7 anni che sono a Milano! Pensavo che me ne sarai andata, invece sto ancora qua!”….

“Pensavo che me ne sarai andata, invece sto ancora qua….”, cazzo! Proprio la sera prima un mio collega del Sud, andando a giocare a calcetto mi aveva detto “Non mi sono ancora comprato casa, perché spero sempre di andarmene via, magari a Roma, lo sai che ho studiato a Roma?….”. Cazzo! Saluto la signora e gli sportellisti e me ne vado a casa. Accendo il computer e per puro caso decido di ascoltare su Youtube una canzone di Antonello Venditti “Dalla pelle al cuore”. Forse l’avevo sentita alla radio, insomma mi era entrata in testa. Clicco, parte e mi metto a guardare il video: capisco subito che è ambientato a Milano, è inverno, il protagonista (il figlio di Venditti) è in un albergo di lusso e si sveglia in stanza con affianco una modella con cui ha passato una notte di sesso, ma non è contento. Si evince che uno dei motivi è la freddezza di lei, impegnata nelle sue telefonate e non nel rapportarsi con lui che comunque nella notte è stato suo amante. Lei prende un taxi salutandolo al volo e lui sale sulla sua macchina. Il protagonista è in crisi: ha tradito probabilmente la sua donna e non sembra esserne felice. Ma ad un certo punto arriva l’epifania: sale il climax della musica e del video, con il protagonista che prende l’autostrada per recarsi verso un altro posto. Lui ride e io dico “No, non può essere, non può farlo!”. E invece è proprio così: si sta recando a Roma, in una giornata piena di sole, dove ad attenderlo alla loggetta c’è la donna amata pronto a perdonargli il tradimento.

Finito di vedere il video capisco tutto sulla mia nevrosi. Che non è colpa mia e nemmeno dei miei amici e parenti. Per ripicca ieri ho comprato una lampada che funziona ad energia solare, pronto a dimostrare, a me stesso e al mondo che anche a Milano potrà funzionare.

Simone Migliorato

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