Nello Gatta. Il campo dell’onore

Per i tipi di Castelvecchi è stato edito di recente Il campo dell’onore, romanzo storico di Nello Gatta. Il prologo dell’opera trasporta subito il lettore in una suggestiva dimensione spaziotemporale dove la romanità non è soltanto pura espressione narrativa ma la si vive in prima persona. In altre parole, già dall’incipit del racconto ci si sente catapultati on the road per le strade dell’Impero dei Cesari insieme con il veterano Tiberio Claudio Massimo, valoroso protagonista del libro. E con lui si attraversano lande desolate e villaggi ubertosi, si guadano fiumi e si costeggiano lidi che diverranno famosi nei secoli successivi come ultimi bastioni della latinità.

In un lungo e avvincente flashback, ad ogni capitolo si dipana, pagina dopo pagina, l’epopea di un giovane vir “provinciale” che ha deciso di pagare il debito d’onore contratto all’ombra dello sfortunato padre. L’uomo, che ha perso la vita nella battaglia di Adamclissi, in Dacia, dove cadde anche il proconsole di Mesia, Gaio Oppio Sabino, sarà vendicato solo il giorno in cui il figlio vedrà la testa dell’autore del misfatto rotolare finalmente nel fango.

Lo sviluppo narrativo del racconto è caratterizzato da un ritmo serrato, cadenzato e marziale proprio come accade di prammatica nei migliori commentari romani. Per descrivere le atmosfere delle “province periferiche” dell’Impero, inoltre, l’autore si serve di frasi brevi, quasi lapidarie, ma connotate da sorprendenti assonanze con le “georgiche” virgiliane e con la poetica latina delle elegie dei campi.

Tutto questo virtuosismo filologico è unito a una perfetta conoscenza del periodo storico teatro delle vicende. Ad accompagnare il protagonista troviamo un pugno di giovani, inesperti quanto coraggiosi. Fermamente decisi ad arruolarsi sotto i labari dell’aquila imperiale, essi rappresentano le più autentiche istanze eroico-adolescenziali di quell’“ecumene giovanile” che rese grande l’Impero di Roma.

E così, tra i caratteri ben definiti dei vari personaggi, abbiamo il “raccomandato”, che tuttavia al momento opportuno saprà riscattarsi, accanto al vile, che presto sarà ripagato della stessa moneta; l’audace, abituato a donare se stesso in ogni circostanza, accompagnarsi al superdotato, amato dalle donne e favorito dagli dei.

Va inoltre rimarcato come l’autore riesca ad inserire in questo contesto, marziale ma cameratesco, usi e tradizioni di popoli “soci” o, come si direbbe oggi, amici di Roma. Guerrieri gelosi delle proprie origini e tradizioni ma pregni della koiné imperiale. Prendiamo i Breuci, ad esempio. La sapida illustrazione della cosmologia di quest’antica stirpe indoeuropea avvince il lettore, che si trova come avvolto in una stringa gravitazionale che pone chi legge a diretto contatto con una tribù ormai estinta da secoli.

Grazie a Nello, insomma, possiamo apprezzare in tutta la valenza espressiva il coraggio e il valore di queste genti poco conosciute – o almeno poco conosciute al grande pubblico – che vivevano in stretto rapporto con i lupi e dai quali prende il via l’anabasi del protagonista. Sarà proprio grazie a questi coraggiosi, infatti, che Tiberio Claudio Massimo sarà iniziato alla nobile arte della guerra. E Gatta sa far sapientemente assaporare all’immaginario crononauta l’intangibile sacralità dell’azione bellica, rendendolo consapevole del fatto che anche tra i Breuci il favore degli dei si riversa solo e soltanto su chi adempie al codice d’onore dei guerrieri. Quasi un divino “bushido” in versione occidentale, insomma.

E le descrizioni che lo scrittore fa dei sublimi paesaggi boschivi teatro delle avventure del giovane legionario hanno la radiosa bellezza dei quadri di Katsushika Hokusai. Così come l’immaginifico artista nipponico in poche pennellate riusciva a ricreare il mondo così come appare a un guerriero dell’onore, allo stesso modo l’autore del prezioso cammeo storico sa far affiorare dalla parola scritta il profumo ferrigno del sangue e della spada, l’afrore selvaggio dell’adrenalina che si sprigiona dal corpo dei soldati all’inizio della pugna, il rancido aroma della paura che all’improvviso assale anche i più audaci e l’odore dolciastro della morte che sorprende i feriti ricoprendoli di livido, cadaverico gelo.

Le avventure del giovane Tiberio s’intrecciano con quelle di un tribuno, Annio Valerio Marziale, caduto in disgrazia dell’imperatore Domiziano e degradato al ruolo di centurione. Tra i due in un primo momento sembra svilupparsi un rapporto conflittuale, ma nel prosieguo del romanzo si comprenderà che il loro atteggiamento sarà quello instauratosi vicendevolmente tra “magister” e “discipulus”. Vale a dire tra l’anziano tribuno ricco d’esperienza e colui che verrà istradato nel cammino della gloria e della conoscenza spirituale. Un elemento che è alla base del vero coraggio e dell’essenza stessa dell’eroe romano.

L’intreccio tra l’amore che il giovane legionario prova per una bellissima barbara, Veleda, e le profezie che la madre di lei vaticina sui due protagonisti è descritto con rara abilità, riuscendo nella non facile impresa di mantenere costantemente alta la tensione emozionale e il pathos narrativo. Albruna, madre del tenero amore di Tiberio, è descritta quasi come il personaggio di una saga nordica. Le sue profezie, accolte con tiepida “credulità” dai legionari, affascinano i legati imperiali. Sarà proprio questo vaticinio a cambiare il corso di varie battaglie e, in seguito, il destino della storia romana. E quando si è giunti all’ultima pagina del “Campo dell’onore” già si ha voglia di conoscere quello che sarà il seguito di questo primo volume.

Angelo Spaziano

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