Filippo Graziani. Filippo canta Ivan Graziani

Questa è una piccola storia. E se la lasci piccola, un po’ defilata, un po’ provinciale, nel senso buono del termine, allora è anche una bella storia, che accetta il rischio di essere tacciata di opportunismo e tira dritto per la sua strada, confidando di possedere abbastanza forza, artistica e umana, da smentire l’accusa. Non subito. Non a priori, con le parole di una discussione astratta, ma con le emozioni di quello che si è capaci di suonare e di cantare.

E se poi si desidera una canzone-manifesto, per replicare alle insinuazioni, caso vuole che sia parte integrante del racconto e che esista già da parecchi anni: si chiama Maledette malelingue e venne presentata al festival di Sanremo del 1994. Parla di una ragazzina di quindici anni che si vede con un uomo «adulto, tanto più grande di lei». Magari si incontrano solo per chiacchierare (e se pensate che è impossibile potete anche smettere di leggere in questo preciso istante) ma per i pettegoli del luogo la “verità” è di tutta evidenza: c’è sicuramente di mezzo il sesso, e perciò qualcuno deve prendersi la briga – «e di certo il gusto», come la dannatissima vecchia zitella di Bocca di rosa – di informare suo padre, che infatti reagirà com’è facile immaginare, rinchiudendola in casa a tempo indeterminato. Chiaro: «certe puttane vanno punite».

In questa storia i personaggi principali sono tre: un padre che è morto il primo gennaio 1997 e che è stato un cantautore famoso, anche se in qualche modo sottovalutato, e i suoi due figli, a loro volta musicisti, che si chiamano Filippo e Tommaso. Il padre, ovviamente, è Ivan Graziani, chitarrista di buon livello e cantante dotato di una voce acuta ma virile, lontana anni luce dal falsetto posticcio, e insopportabile, alla Cugini di campagna di Anima mia. Filippo suona a sua volta la chitarra e canta, con un timbro alquanto simile a quello del babbo. Tommaso (Tommy) è un batterista. Insieme, e con il supporto di tre degli strumentisti che accompagnarono Ivan nel corso delle sue tournée, hanno dato vita a un progetto che prima si è snodato in una lunga serie di esibizioni in giro per l’Italia, e che ora è diventato anche un album. Intitolato, con la massima semplicità possibile, Filippo canta Ivan Graziani.

Giocoforza, viene in mente l’iniziativa di Cristiano De André, che ha riproposto i brani di suo padre Fabrizio tanto in concerto quanto su disco. Ma sia pure senza alcuna contrapposizione, e anzi con parole di stima, Filippo spiega che nel suo caso ci sono due grandi differenze: «La prima è che non ci sono rivisitazioni sugli arrangiamenti dei brani. Abbiamo semplicemente riproposto i pezzi come erano su disco, proprio per dare un taglio estremamente filologico. La seconda è che io purtroppo non ho avuto mai la possibilità di confrontarmi con mio padre a livello artistico, e quindi la mia è come se fosse una rincorsa, una riscoperta di un repertorio che è sempre stato parte di me».

È un rimpianto inevitabile, per chi è rimasto orfano anzitempo. Filippo è nato il 26 giugno dell’81, a Rimini, e dunque non gli è stato concesso il tempo di conoscere suo padre così a fondo come avrebbe voluto: non solo nella relazione essenzialmente affettiva, cioè calda e indiscriminata, e assai più colma di premure che di vera attenzione/comprensione, che si stabilisce nell’infanzia; o in quella problematica e costellata di tensioni, talvolta segrete e talvolta esplicite (e spesso tanto più segrete nella sostanza quanto più esplicite nella forma), che è tipica dell’adolescenza. Filippo ha avuto il privilegio, a doppio taglio, di avere un padre che non era una persona ordinaria e che poteva diventare un interlocutore importante, una volta che ci fossero state le condizioni per un rapporto più maturo. Da pari a pari, o quasi. Due persone di età diversa e di esperienze differenti, ma accomunate dal fatto di avere alle spalle più di qualche battaglia col mondo. Qualche vittoria, qualche sconfitta. Qualche ferita che stenta a guarire (Dicono che alla fine passa tutto, pa’. Ma a me non sembra mica.) e qualche successo che si è affievolito un po’ troppo in fretta. Meglio che niente, ma te lo immaginavi come un tesoro per sempre e invece era un mucchio di denaro che è finito fuori corso. Banconote che restano belle da guardare. Banconote che non si possono più spendere.

Ma con le canzoni, per fortuna, non è così. Le canzoni, se non sono solo il riflesso di mode passeggere, non vanno mai fuori corso, o quantomeno ci mettono un sacco di tempo. «Le canzoni di mio padre – sottolinea Filippo, in una bella intervista a Matteo Chiavarone –  erano sicuramente molto avanti rispetto al periodo e lo dimostra il fatto che sono di una grande attualità anche oggi. Mio padre è sempre stato un outsider nella scena cantautorale del periodo, mai politicamente schierato e schivo nel rapporto con i “giganti” della critica dell’epoca.»

Ivan Graziani ha pubblicato una quindicina di album, se si parte dall’esordio su un’etichetta di spicco come la Numero Uno di Mogol e Battisti, con Ballata per quattro stagioni. I figli si sono concentrati sui brani più noti, in una sorta di “the best” alla memoria: si comincia con Fuoco sulla collina, con quella sua inquietudine visionaria che ne fa davvero una delle gemme da non dimenticare, e si prosegue con la stessa alternanza di pezzi più serrati e di ballate avvolgenti che è stata uno dei tratti distintivi della discografia originale.

Ivan era molto rock, in questo. Non solo sul piano sonoro, ma anche su quello dei testi. Il bene e il male che si intrecciano, che si aggrovigliano, che ti illudi di aver capito come e poi il primo che passa tira un filo, quasi distrattamente, forse malignamente, e ti ritrovi in trappola. I suoi figli, per ora, si dedicano a rendergli omaggio riproponendone il lavoro, ovvero la sensibilità. Sono una sorta di cover band, ma a partire da un legame famigliare. Quella che per altri è una scelta, o una conquista, o un regalo, per loro due è un’eredità. Cioè un altro tipo di dono, con qualche obbligo, e qualche diritto, in più.

Federico Zamboni

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