Sciopero generale. Intervista a Cofferati

L’intervista che segue è stata pubblicata venerdì scorso, 2 settembre, sul settimanale Gli Altri. E’ qui ripresa per gentile disponibilità dell’Autrice e della Direzione.

La redazione

CONTRO LA FINANZIARIA
SCIOPERO GENERALE

Intervista a Sergio Cofferati
di Nanni Riccobono

«Se è giusto scioperare il 6 settembre? Certo, e non basta. Ci vuole una grande mobilitazione generale». Sergio Cofferati, ex segretario generale della Cgil, non ha dubbi sul fatto che la risposta alla manovra economica del governo debba essere forte, molto forte. Mentre il suo partito, il Pd, sbanda, lui non ci pensa neppure.

È la risposta giusta, dunque, questo sciopero.

Certo. Ed è anche poco. È una manovra pessima, iniqua e non contiene nulla per stimolare la crescita di cui questo paese ha immediato bisogno, anche perché ormai siamo di fronte ad una situazione economica che peggiora ogni giorno. C’è una disoccupazione reale che supera il 13%, ai disoccupati registrati dall’Istat vanno aggiunti quelli in cassa integrazione e la disoccupazione giovanile ha superato il 30%, l’indice di povertà dice che oramai un italiano su quattro vive sotto i limiti…

E poi la manovra contiene un attacco diretto ai diritti dei lavoratori.

Già. Voler mettere il tema del lavoro insieme alle altre azioni di risanamento del deficit, è completamente strumentale. Inoltre, si affronta il lavoro cercando da un lato di colpire i diritti delle persone che lavorano e dall’altro di smantellare il sistema contrattuale. Perché le norme contenute nell’articolo 8 del decreto vanificano il contratto nazionale e fanno diventare il modello Pomigliano il modello della contrattazione aziendale che si dovrebbe diffondere in alternativa al contratto nazionale, senza minimamente porsi il problema vero, cioè che tutto questo colpisce i lavoratori più “poveri” quell’80% di lavoratori che la contrattazione aziendale non ce l’ha.

Qualcuno la chiama modernità.

Dov’è la modernità nel lasciare i lavoratori del tutto privi di diritti e di rappresentanza? È piuttosto un ritorno all’800.

Al quale la Cgil risponde restando attaccata con le unghie al ‘900. Anche il sindacato dovrebbe fare uno sforzo creativo, non crede?

Io non vedo una mancanza di creatività da parte della Cgil. Di fronte a questa situazione così grave per il Paese, ha messo invece in campo una grande capacità propositiva e innovativa. Non c’è nessuna pulsione alla conservazione, francamente. È esemplare quello che è successo intorno all’art.18: nel 2002 si cercò di cancellarlo con l’argomento che creava vincoli che impedivano la crescita. Il tentativo venne fermato. E dal 2002 al 2008 c’è stata una crescita economica tra le più imponenti dal dopoguerra ad oggi. Purtroppo le grandi confederazioni hanno su questi temi opinioni molto diverse e temo che la Cgil sia costretta a sostenere la sua linea da sola, perché di fronte alla manovra la risposta di Cisl e Uil è stata davvero debole. Hanno espresso la loro contrarietà ma non intendono fare nulla per contrastare i piani del governo. Il che è strano: avevano promosso quest’anno una bella manifestazione sul fisco. Ora siamo in presenza di nuove tasse e loro non si muovono.

Già, ma c’è anche un vuoto della politica occupato dal sindacato.

Sì, questo è vero. Nel vuoto della politica è probabile che un sindacato che si oppone a far pagare la crisi ai più deboli faccia “cassa”, come si dice. Ma l’importante è che le persone che rappresenta abbiano un punto di riferimento, che sappiano che c’è qualcuno che si occupa di loro e che li difende di fronte ad un governo che li sta colpendo pesantemente. Quando la Cgil chiede la patrimoniale, che è un modo concreto, giusto per trovare l’alternativa a quella proposta dal governo, certo difende gli interessi anche del ceto medio e dei giovani, di milioni di non iscritti. In questo c’è un nodo politico, ma molto chiaro e sempre subordinato al suo ruolo. E per quanto riguarda la rappresentanza politica, lo si vedrà dopo. Non è un problema di adesso. Adesso il problema è mettere in piedi una mobilitazione straordinaria di persone. Ci sarà bisogno che molti acquisiscano elementi di conoscenza che attualmente non hanno: i contenuti della manovra sul lavoro sono preoccupanti, ma non sempre immediatamente percepibili, neanche dagli interessati.

Cosa ne pensa di questo attacco alla Cgil, che si esprime anche nel modo in cui si scrivono gli articoli o se ne parla in televisione, nelle parole che si usano, nel linguaggio? L’accusa di disfattismo è la più gettonata…

La Cgil non dice certo che non vuole partecipare a salvare la patria. Lo vuole eccome. Ma indica, per salvarla, soluzioni diverse da quelle del governo. Quel sindacato lì è quello che la patria l’ha già salvata: non si sarebbe mai entrati nel sistema dell’euro senza il sindacato. Nel ’92 questo paese si sarebbe trovato in condizioni peggiori di quelle della Grecia di oggi.

È stato uno sbaglio firmare l’intesa del 28 giugno con Confindustria?

L’accordo del 28 giugno a me non piace e l’ho criticato pubblicamente perché conteneva già in sé il superamento del contratto nazionale. Adesso il tema non si pone più, è stato cancellato dal decreto che, se diventerà legge, farà scomparire i contratti nazionali, che diventeranno rapidamente delle gabbie vuote, sempre più leggere. E penso che l’azione del governo abbia trovato qualche giustificazione in quell’accordo e ne abbia snaturato alcuni contenuti a danno del modello contrattuale.

Nanni Riccobono

 

 

 

 

 

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