Cinquina, Roma Est. Un giorno da immigrato…

Qualche giorno fa ho visto un servizio su Rai 3 su Cinquina, periferia est della Capitale.Un quartiere difficile, pochi servizi, nessuna area verde, i ragazzi abbandonati, molti sono figli di extra-comunitari, matrimoni misti, situazioni al limite.

I ragazzi del quartiere parlano: permessi di soggiorno scaduti o in scadenza, non hanno cittadinanza!

Sono ragazzi romani a tutti gli effetti, al collo le sciarpe giallorosse, parlano romano, si sentono rifiutati nella città dove sono nati, nessuna speranza per loro: sicuramente,  un futuro con poche certezze.

Non è questa la via per l’integrazione: abbandonarli in quel ghetto squallido. Molti di loro vorrebbero le stesse cose dei loro coetanei più fortunati: un lavoro, un carta d’identità con scritto cittadino italiano!

Non possiamo continuare ad ignorare questi ragazzi. Sentendoli parlare si capisce la loro solitudine. Ascoltiamoli, aiutiamoli, non lasciamoli soli!

La libertà o è per tutti oppure non è per nessuno.

Gli amministratori, i politici non prestano attenzione a questo malessere. Come rispondere al diritto di cittadinanza? Sono nati qui, almeno diamogli l’opportunità di sentirsi parte di questo Paese. Il servizio è finito ed avevo un sapore amaro in bocca, un groppo che non andava giù… Se non cambiamo noi, per primi,  non costruiremo mai un paese diverso!!!

Invece di aiutare l’assimilazione di quelli che dovrebbero essere i nuovi italiani, li abbandoniamo in quartieri ghetto, dove la disperazione ed il richiamo della malavita, estremo rifugio per i senza diritti!

Come non capire il loro malessere, così evidente? Basta guardarli, si nascondono dietro sciarpe e cappucci, novelli appestati di questa società,senza cuore, che pena vedere i loro volti neri, nordafricani, orientali che tradiscono nel parlare nei gesti l’appartenenza ad un paese che non li vuole,che preferisce non vedere,non sentire le loro voci: invisibili figli di migranti, figli di un Dio minore.

È là che passa la linea di confine. Bisogna avere il coraggio di andare a cercarli, parlare con loro, dar loro un futuro, e noi abbiamo questo dovere morale!

Non è rinchiudendoci nei nostri quartieri dorati che risolveremo il problema. Un giorno quando la rivolta esploderà, cosa risponderemo? Non sapevamo: eravamo occupati a celebrare i nostri egoismi?

Giuseppe De Gennaro

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