A.S.Roma. Nota del lunedì

Roma, nella sua storia millenaria, non ha mai tollerato le rivoluzioni. Prima ne rimane affascinata e poi le respinge, come se fossero un corpo estraneo. Dice: “ma Giulio Cesare e Ottaviano? E prima ancora Silla?”. Certo, in epoca classica i romani non si risparmiavano spargimenti di sangue e intrighi, basta dare una veloce lettura di Tito Livio o di Sallustio. Gli sconvolgimenti avvenivano uno dietro l’altro e comportavano cambiamenti profondi nell’assetto della res publica o dell’imperium, ma erano, come si suol dire, il prodotto di fattori endogeni, cioè derivavano sempre da fazioni differenti nei gruppi di potere. Una vera e propria rivoluzione voleva farla Catilina o prima di lui Spartaco, ma sappiamo tutti com’è finita. Poi c’è stato Cola di Rienzo e nella storia recente c’è solo la Repubblica Romana, voluta fortemente da Mazzini, a testimoniare che i romani ogni tot secoli, si rompono davvero le palle e iniziano a non essere più solo affabili, pazienti e tolleranti. Poi, una volta sfogata l’ira, tutto ritorna come prima. Si dice pure a Roma, “mo’ faccio un macello”, e il riferimento temporale – mo’, che sta per adesso – non pensate sia causale. Metto a ferro e fuoco la città, ma poi, passata la furia, capace pure che mi metto a suonare la cetra mezzo dispiaciuto. Ecco a voi la sindrome di Nerone.

Quando Walter Sabatini ha parlato di rivoluzione culturale, mi sono esaltato a leggere i giornali. Perché la desideravano gli appassionati di questo sport – quanti si sono rotti le palle di seguire le peripezie di Eupalla dopo lo scandalo di Moggi? – e i tifosi della Roma in particolare. Gli ultimi anni della gestione Sensi, quelli di Rosella per intenderci, avevano il sapore del tardo Impero. La retorica che imperava, con il richiamo ai gladiatori, ai legionari e ai pretoriani, aveva contribuito a far giocare Totti anche quando non poteva, a finire i chilometri di Taddei che sembravano infiniti, a far velare la freschezza e la velocità d’inserimento di Perrotta. Senza parlare di Rugantino Mexes che se n’è andato senza nemmeno rinnovare e di Vucinic che avrà cambiato maglietta, ma sempre Vucinic rimane, l’immenso e svogliato genio montenegrino. E fin qui ho parlato della squadra, perché a livello societario la situazione era peggiore. Intorno alla società c’erano troppi interessati a guadagnare il loro momento di visibilità in cambio di consigli sbagliati. Da grande rivale delle squadre del Nord – politica di Dino Viola e poi perseguita dallo stesso Franco Sensi – siamo diventati gli elemosinandi di Milan e Inter. Avremmo voluto esserlo anche della Juve, ma quando è troppo è troppo. Forse il calcio scommesse, per noi tifosi giallorossi, ha avuto questo grandissimo merito: ha evitato che Moggi, dopo la cacciata di Baldini, non riuscisse a mettere le mani anche a Trigoria dopo averle infilate un po’ ovunque.

Poi, dopo una estenuante trattativa con gli americani – così finalmente abbiamo capito perché gli arabi una squadra in Italia non se la comprano –, il ritorno di Baldini e l’arrivo di Walter Sabatini. E lui che in conferenza stampa, invece che ripetere la solita solfa del stiamo facendo il massimo, l’ultima parola spetta al mister, siamo competitivi e ce la giochiamo per il titolo, parla di rivoluzione culturale. E a fare il paio con le intenzioni dichiarate l’arrivo di Luis Enrique e del tiqui-taqui e del modello Barcellona e di giovani molto promettenti e di una preparazione atletica rivoluzionaria. La maggior parte del tifo è a favore ma una parte – quella che credo sia antica come i sanpietrini – inizia a rumoreggiare. Il tardo Impero colpisce ancora, visto che la maggior parte di queste voci vengono riportate su un’agenzia di proprietà di un ex consigliere d’amministrazione che, si vocifera, parteggi per gli odiati cugini, i ‘Semo nasciuti prime’. E si sa, la calunnia è come un venticello – e Bombolo non c’entra niente –, dilla oggi e dilla pure domani, con la mancanza dei risultati la gente si convince pure. Se poi togli Totti dal campo – col Cagliari ha giocato tutti e 90 i minuti ma non mi pare che le cose siano cambiate – le cose possono solo peggiorare. Così Walter Sabatini, che s’è letto qualche libro e ogni volta che parla non dice mai cose banali, capisce subito l’andazzo e dice: “rivoluzione culturale? Una esagerazione per dare una scossa all’ambiente”. Così tutti si calmano, Luis Enrique prende più tempo e impara a fare il paraculo tenendo Totti in campo fino alla fine. Ciaveva provato lui, asturiano di ferro che ancora conserva dei valori, a non ‘usarlo’, il Capitano, a non farne un alibi facile facile. Ma i romani, che forse non hanno mai rotto il cordone ombelicale con il Papa, e sono un po’ pretini, e legati alle abitudini e alla quotidianità, oltre che al metafisico, non cianno visto più. Se levi Totti, puoi anche andare via subito. E Luis Enrique, che di sbaraccare non ne ha voglia, perché in Spagna quando fanno le rivoluzioni sono disposti a morire pur di non arrendersi, ha capito e si è adeguato. Por la revolucion, questo e altro.

Ecco, mi piacerebbe che venisse dato del tempo alla rivoluzione per completarsi, per vederne i risultati. Che Roma, per una volta, andasse oltre i suoi limiti storici, tanto si tratta di calcio. Alle lotte di Viola e Sensi ciavevamo creduto, ci avevano esaltato. Perché non credere a questo vento di libertà che arriva d’Oltreoceano e che si serve del Don Chisciotte dell’Asturia per portarla a termine? Per una sconfitta con il Cagliari? Per l’eliminazione da una Coppa che non si incula più nessuno in Italia, da anni e anni? Nemmeno i laziali sono entusiasti di andare a giocare in Bielorussia o in Cecenia ma son più contenti per noi che siamo usciti più che per loro stessi che son rimasti. Diamo tempo al tempo. I giocatori ci sono, l’idea c’è, i risultati verrano. La Roma, dopo l’anno di Ranieri con la parentesi di Montella, è tornata a correre novanta minuti, gioca a pallone. Sono già i primi risultati. E vedrete che tornerà anche a vincere. Magari a Milano.

Graziano Lanzidei

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