Tutti a Pontinia. Giù le mani dalle Città di Fondazione

“Eppur si muove”. Questa volta Galileo Galilei non c’entra niente. Si parla di memoria storica, di identità del territorio, di paesaggi che, con il passare del tempo e delle speculazioni edilizie, vengono modificati pesantemente. Nonostante il torpore generale, soprattutto relativo a questioni che hanno a che fare con la Cultura e la Storia, questo articolo parla di persone che hanno riscoperto questi tesori, materiali e immateriali, e vorrebbero conservarli. Sembra una rarità, in particolar modo se consideriamo che stiamo parlando della pianura pontina, famosa per sopportare oltre ogni misura l’arroganza del potere, qualsiasi sia la sua gradazione cromatica. Forse è vero quel che dice Pennacchi in Canale Mussolini: questa è la terra dei Giganti. E a Pontinia, qualcosa speriamo si muova davvero.

Pontinia

E’ forse una delle ultime – se non l’unica – città di Fondazione ad aver mantenuto l’originaria vocazione rurale, messa alla prova dalla crisi di agricoltura e zootecnia e dalle scelte avventate dei politici. Apparentemente sembra essere anche una città che si prende cura della sua storia, recente e antica: basta andare sul sito per accorgersi che c’è il Mausoleo di Clesippo, manufatto funerario di un liberto che, scappato da Roma, si andò a rifugiare da quelle parti, e l’antica Posta di Mesa, dove soggiornò Goethe durante il suo famigerato Viaggio in Italia. Gli edifici di Fondazione – dal palazzo comunale, con relativa torre, alla Chiesa di Sant’Anna, per passare all’acquedotto, al teatro e all’intera piazza – sono rimasti integri. A favorire questa conservazione naturale possono esser stati diversi fattori: dalla posizione geografica defilata, almeno rispetto alle due sorelle maggiori Latina e Sabaudia, alla volontà dei cittadini – ferraresi e veneti per lo più – che hanno sempre orgogliosamente rivendicato le loro origini ma hanno sempre benedetto la possibilità che gli è stata data: rifarsi una vita nelle ex paludi pontine. A Pontinia c’era una delle prime balere della Provincia, alcuni dei poderi – quelli al di là dell’Appia – sono stati dati a sezzesi e, nell’immediato dopoguerra, ha conosciuto fenomeni d’emigrazione dalla vicina Ciociaria. Con i decenni, si è creato un melting pot straordinario, culture e tradizioni completamente differenti hanno convissuto, più o meno pacificamente, in un unico territorio. Sembrava un’oasi felice, fino a quando, chissà chi, si è messo in testa che bisognava cambiare strada, percorrere altre vie per lo sviluppo, uscire dalla fame grazie alla cura più praticata oggi in Italia: calce e mattone.

E il cielo è sempre più gru

A Pontinia non si costruisce nulla da anni. Ogni tanto qualche appartamento viene ristrutturato, qualche casa popolare qua e là viene promessa, ma niente altro. Molti dicono che la colpa sia del Piano Regolatore, entrato in vigore nel 2000, che non prevedeva grandi sviluppi. Una città di 17 mila persone massimo, distribuita per metà al centro e per metà in campagna. In realtà, dopo undici anni, sono pochi i piani particolareggiati approvati e ad undici anni da quel piano, la popolazione supera di poco i 14 mila abitanti. Nelle ultime due campagne elettorali, le differenze tra centrodestra e centrosinistra si riducevano a poco e niente: quelli volevano costruire da una parte e gli altri volevano costruire dall’altra. L’imperativo era unico: “vogliamo vedere le gru svettare sui palazzi”. Negli ultimi dieci anni è stato tirato su, sulle ceneri dell’ex Mercato Coperto, il solo Museo Demo Etno Antropologico della Bonifica e della Malaria. L’intestazione, c’è chi è pronto a giurarlo, è stata scelta da un fan della Wertmuller. I lavori sono terminati da più di un anno e mezzo ma, nonostante il lavoro del direttore del Museo che è andato a recuperare i materiali in giro per l’Italia, l’interno è ancora vuoto. Già tre sono le inaugurazioni che il Comune è stato costretto a rinviare, con un’unica scusa: non c’erano soldi a sufficienza. In realtà i soldi della Regione c’erano pure, circa 170 mila euro, ma i progettisti ne avevano pensato uno, di allestimento, che costava molto di più. E il Comune, in dissesto finanziario, non poteva allocare risorse sufficienti. Il responsabile dell’ufficio tecnico, in una relazione, aveva detto pressappoco così: “dove li andiamo a pigliare gli altri soldi?”.

Pontinia è anche l’unico paese in cui convenga fare il precario in un call center che il direttore del Museo. Dopo un anno, a lavorare quasi in solitario – coadiuvato da un comitato scientifico – tra pratiche burocratiche e permessi e domande di adesione ai vari circuiti, è stato rinnovato l’incarico a chi dovrebbe reggere le sorti della neonata struttura: collaborazione a titolo gratuito, previste le sole spese di viaggio.

Certo, se uno si mette pure a considerare che stanno tentando di ristrutturare il Teatro (per la seconda volta) e la Torre Idrica, potrebbe venire in mente che, tutto sommato, la Storia di Pontinia sta in cima ai pensieri degli amministratori. “Vai a sapere perché trattano così il direttore del Museo”. E invece, scavando, si scopre che l’amore (per la storia), spesso e volentieri, somiglia ad un calesse (per la politica).

Il Teatro, l’unico ad esser stato inaugurato almeno tre volte, è alla sua seconda ristrutturazione, la prima negli anni Novanta. S’erano dimenticati di rendere agibile la galleria e di abbattere delle fastidiosissime barriere architettoniche. I ragazzi della Rete, locale associazione di genitori con figli disabili, dovevano essere presi in braccio appena entrati nello striminzito Foyer, per essere portati in platea ad assistere agli spettacoli.

Nella Torre Idrica, ancora tecnicamente funzionante perché la falda acquifera sottostante è viva e vegeta, sono previsti: un ascensore per far gustare  al turista il panorama cittadino e una sala visioni con ben 16 posti, per chi vorrà sorbirsi un documentario mandato a getto continuo. Pare di una decina di minuti. “Venti al massimo”.

L’ex assessore alle finanze del centrosinistra – alle ultime elezioni amministrative, si è candidato sindaco con La Destra, è medico e costruttore – ha ammesso più di una volta che quello relativo alla cultura è un buco nero dai confini ancora inesplorati. «Chi ci verrà al Museo? Scolaresche della zona. E’ una struttura in perdita». Ed è stato lui uno degli artefici della cacciata di Clemente Pernarella, ex direttore artistico, l’unico dopo tanti anni a riempire il Teatro e a portare spettacoli di livello a Pontinia – da Gomorra fino a Identità autonome di prostituzione. Dice che pure il Teatro costava troppo, dando così pezze d’appoggio all’assessore alla cultura che voleva cacciare Pernarella ma ancora non ne conosceva bene il motivo.

La logica insomma, ha un binario solo: se si parla di ricevere finanziamenti dalla Regione, tutto a posto: dalla Torre Idrica al Teatro per finire con il neonato Museo, costruito sui resti dell’ex mercato coperto. Quando poi si tratta di riempire le strutture rinnovate, vengono i mal di pancia, i “non ci sono i fondi”, i “costa troppo e non garantisce un adeguato rientro”. Tutto sommato, fin qui, niente di anomalo rispetto al resto d’Italia. La cultura, si sa, non è un buon affare e chi si occupa di economia – iniziando da Tremonti – non deve avere una particolare passione per le attività che non garantiscono rendita sicura.

Calce e mattone alla riscossa

Dev’esser stato come svegliarsi da un incubo e poi scoprire che non si trattava solo di terribili fantasie notturne. Anno Domini 2011. Marzo: la maggioranza di centrosinistra, l’opposizione è quasi del tutto assente, approva la modifica dell’articolo 26 dell’ N.T.A. allegato al PRG. Il riferimento criptato dalle sigle, è ai nuclei poderali. Nel provvedimento, per giustificare l’abrogazione totale di ogni forma di tutela dei vecchi insediamenti, si portano delle motivazioni: si dice che i poderi che hanno conservato le originarie caratteristiche sono pochi, gli altri sono stati modificati; si dice pure che alla fine non serve una tutela specifica nel Piano Regolatore, perché già c’è quella garantita nel PTPR; si dice anche che alla fine, le norme di tutela previste dal PRG (del 2000), sono antiquate e che alcuni dei vincoli – per esempio quelli relativi agli infissi – sono ormai desueti e non garantiscono la necessaria sicurezza. Dopo l’approvazione, ai cittadini è data la possibilità di sollevare osservazioni od obiezioni. Luglio: il consiglio comunale, rinnovato dopo le elezioni amministrative del 16 e 17 Maggio, prende atto all’unanimità che non vi sono né osservazioni né obiezioni al provvedimento adottato. Delendum podere est. Forse non ne rimarrà in piedi nemmeno uno e il paesaggio immaginato dai lettori di Canale Mussolini è destinato a rimanere nel ricordo di pochissimi. Già molto era stato fatto per contaminarlo, basti pensare alle fasce frangivento o alla divisione delle terre. Con questo provvedimento, sono in parecchi a pensare che l’opera di rimozione sia completata. Da Luglio, insomma, i poderi potranno lasciare il posto a comode villette, a quadrifamiliari spaziose, a palazzine austere. Una bella iniezione di calce e mattone e la vita, magari, inizierà a sorridere.

La teca della storia

Schizofrenia politica. Non c’è altro termine per definire un comportamento del genere. La comunità – perché i soldi della Regione e della Provincia sono sempre pubblici – investe sul recupero degli edifici storici, quelli ufficiali, quelli di governo, se vogliamo possiamo anche classificarli come quelli di Regime. Dall’altra parte, invece, la testimonianza della migrazione, della peculiarità dell’emigrazione ferrarese e romagnola, viene cancellata con una delibera passata inosservata dagli stessi fautori della memoria. “Storia è tutto ciò che finisce dentro una bacheca”. Sono sicuro che non l’ha detta nessuno, ma la frase sintetizza quel che pensano in parecchi. Perché così la storia è più comoda, più superficiale, richiede meno sforzi. Diventa anche scenografica, se illuminata nella maniera appropriata e arricchita con una didascalia. Stai a vedere che dentro il Museo, quando lo allestiranno, verrà messa una ricostruzione in scala di un podere d’epoca, con la vernice azzurrina, la scritta ONC e il numero del podere. Magari ci mettono pure le mucche di plastica e la fontana con la stagnola. Perché la storia dentro una teca, fa più impressione. Quella che vive e cresce sotto i nostri piedi o accanto a noi, per molti è come se avesse meno importanza. Basti pensare che i poderi sono gli unici – tranne che per Pennacchi – a cui è stata negata la qualifica di genius loci: dalla zanzara anofele fino agli eucalypti, tutti si sono potuti vantare. I poderi no. “In malora”.

Progresso e memoria

Adesso non è che uno vuol cristallizzare il tempo, né desidera che l’architettura di Fondazione – come a Latina – diventi una fredda scenografia in cui ambientare, anche solo mentalmente, parate di regime o altre cose del genere. Non sono un ambientalista fanatico, né uno che disprezza a priori le costruzioni nuove, i quartieri residenziali o le ville quadrifamiliari. Mi piacerebbe che questo territorio, e Pontinia in particolare, iniziasse ad avere una politica chiara e lineare per quanto riguarda la memoria e la cultura. La proposta fatta da Pontiniaweb.it, sempre attraverso Antonio Rossi, di prendere un podere e renderlo un museo vivo, rendendo la struttura allo stato originario, magari anche funzionale, non penso sia una cattiva idea. Cercando allo stesso tempo, attraverso un semplice piano del colore, di restituire l’originaria uniformità cromatica del paesaggio. Capisco che, con la crisi del settore industriale e di quello agricolo e zootecnico, Pontinia una qualche strada per far fare i quattrini ai suoi cittadini se la deve pur inventare. Ma la strada del benessere dev’essere necessariamente lastricata di poderi e di memoria? Non è possibile cercare altre strade, ragionare come si deve intorno ad un progetto che cerchi di unire spinte al rinnovamento con esigenze di preservare la storia non solo della città ma di tutti i suoi cittadini?

In realtà il pericolo che corre la città va ben oltre la delibera del Comune. Perché col Piano Casa che potrebbe approvare il consiglio regionale del Lazio, Renata Polverini in primis, il rischio nel breve termine è che inizi a sparire anche la campagna, visto che vogliono rendere edificabile anche il terreno agricolo, già assediato dai grandi impianti fotovoltaici. A questo punto credo che una mobilitazione intelligente, di chi vuol far sentire la propria voce, sia improcrastinabile. Non so se è il caso di occupare un casolare, di preparare un progetto o di fare qualche interrogazione. Non sono un politico e non voglio nemmeno diventarlo.

Cerco di raccontare la realtà che mi circonda. E, se sprofonda, mi sento in dovere di dare l’allarme. O di unirmi ad un allarme già dato.

Graziano Lanzidei

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