Treni. Io che viaggio con l’Intercity

“Ciao scusa, sono appena arrivato da Utrecht. Mi mancherebbe un euro per fare il biglietto per Salerno, puoi darmi una mano?”.

Peccato, che costui, lo trovo alla stazione Centrale di Milano ogni volta che prendo il treno per Roma. La prossima volta che lo becco, giuro, gli dico “Pezzo di merda, ma quante volte ci vai a Utrecht? La smetti di prendermi per il culo? Guarda che stiamo tutti sulla stessa barca! Che pensi che a me mi piace lavorare brutto stronzo? Facile startene qui alla stazione a chiedere soldi ogni giorno. Valli a chiedere a quello che prendono il Frecciarossa, voglio vedere se te li danno…”.

In questo tempo di vacche magre verrebbe da dire che il treno che scegli è estensione del tuo status. Salendo sul mio Intercity mi rendo conto di far parte di una categoria umana di cui, mai, avrei pensato di far parte: quello dell’emigrato. Non che la cosa mi dispiaccia: la mia generazione, figlia di un bel niente (per ben niente intendo: nessuna guerra, nessuna rivoluzione, nessun cambiamento dei costumi) ama moltissimo il retrò, il vintage. Il vecchio insomma. Nell’immaginare la mia stanza che dovrò arredare a settembre la vorrei piena di immagini in bianco e nero. Fumo la pipa e il sigaro, ma soprattutto la pipa perché è molto più demodé del sigaro. Ho appena finito di vedere Jules et Jim ad esempio, e non mi è piaciuto molto. Ma non potrò dire a nessuno che avrei preferito mangiare polpette svedesi in un Ikea della Bufalotta (era un servizio del TG2 sulle città che ad agosto non si svuotano) piuttosto che impantanarmi nella Nouvelle Vague in una piovosa domenica di un agosto milanese. Per me e per una parte sostanziale della mia generazione, la nostalgia del tempo passato è un trait d’union. Quindi, anche se estremamente raffinato per i miei studi di perito turistico, il film mi è piaciuto.

Tornando a bomba sull’utilizzo dei treni, ammetto che ho cominciato a scrivere queste righe dopo aver visto che sul Manifesto uscirà un racconto a puntate di un giovane pendolare che prende settimanalmente il treno Napoli-Milano per amore. Ovviamente anche lui utilizza l’Intercity. E’ da tempo che anch’io volevo scrivere qualcosa a riguardo, e la colpa del “furto intellettuale” della mia opera è ascrivibile solo alla mia pigrizia.

In effetti però il treno Intercity che dalla Campania porta in Lombardia (passando per il Lazio, la Toscana, l’Emilia-Romagna) è talmente pieno di svariata umanità che è giusto che più persone abbiano voglia di descriverlo con accuratezza. Soprattutto, sempre per la legge dei numeri, è facile che tra quegli scomodi sedili si annidi uno scrittore in erba che sta aspettando solo l’ispirazione. Da cosa nasce l’ispirazione per scrivere? Sicuramente, e questo è il mio caso, dal contatto con gli altri. E sugli Intercity, come su un Espresso, con i loro viaggi estenuanti da otto ore (o da sei ore e quaranta) di contatto umano ve ne è indiscutibilmente molto.

Io adesso non so se colui che scriverà il racconto sul  Manifesto ama il genere umano alla mia stessa maniera e se ha come me la passione per il popolo e per i popoli del mondo. Ma io una cosa devo dirla, devo affermarla fortemente: questi treni sono una merda ed è un’oscenità che Trenitalia ci costringa a pagare un biglietto base di (minino) 50 € per un viaggio che sembra quello di un “carro bestiame”. Poi personalmente non ho nemmeno la bravura di Gabriel Garcia Marquez che in “Vivere per raccontarla” racconta con maestria gli assurdi viaggi della giovinezza fatti con la madre in Colombia. No, spero che Francesco Epico (colui che ne scriverà per il quotidiano di via Tommacelli) abbia la bravura di fare poesia di un qualsiasi che poetico non è.

Se volete possiamo anche escludere il giovane tossico di origine campana che a Milano Centrale inventa di essere appena sbarcato da Utrecht. Di tossici, di qualunque origine, le stazione italiane ne sono pieni. Poi tra l’altro il treno non lo prende mai e magari avrà anche la faccia tosta di recarsi presso i sparuti utenti che utilizzano il Frecciarossa, quindi è inutile continuare a menarvela con lui.

Insomma, perché in così tanti prendono questi maledetti “treni della speranza”? Il motivo è semplice: perché il Frecciarossa costa l’ira di Dio! Di base un viaggio di solo andata Roma-Milano costa 91 € e ovviamente i tanti pubblicizzati sconti (come l’offerta MINI, creata per il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia) spariscono in un istante dal sito, anche se prenoti due mesi prima. Unica salvezza è fare andata e ritorno in giornata e lì il prezzo scende a 100 € in totale, ma è un’offerta soprattutto per chi si sposta per lavoro in un giorno solo e non per le persone che normalmente utilizzano il trasporto ferroviario. E non che lo si prenda per svago o per passione. La maggior parte delle persone che utilizzano questi treni sono persone provenienti dalla Campania che lavorano al nord. Alla faccia di chi dice che la gente del sud non vuole lavorare. Scendono soprattutto, ma questo non so spiegarlo, nelle stazione dell’Emilia-Romagna. Quando arrivo in Centrale, alle sei di mattina, intorpidito dal sonno, con la schiena a pezzi vista la comodità dei sedili, mi rendo conto che sul treno è rimasta pochissima gente.

Parlavo inizialmente dalla passione che la mia generazione ha per le cose passate. Siamo talmente invasati in questa nostra posizione che passiamo ore a decantare le parole di Pier Paolo Pasolini: «Ora che posso fare un paragone, mi sono reso conto di una cosa che scandalizzerà i più, e che avrebbe scandalizzato anche me, appena 10 anni fa. Che la povertà non è il peggiore dei mali, e nemmeno lo sfruttamento. Cioè, il gran male dell’uomo non consiste né nella povertà, né nello sfruttamento, ma nella perdita della singolarità umana sotto l’impero del consumismo». Per tutto questo allora decido anch’io di decantare la poesia che si trova nelle cabine stracolme di questi treni, come se fossi Marquez, come se fossi Pasolini, come se fossi De Andrè in giro per i carruggi poveri di Genova.

Bello è l’odore denso di fumo che ti accompagna per tutto il viaggio. Altro che le idiozie che si sentono in giro oggi giorno: siamo arrivati persino nei pressi di Venezia a proibire il fumo sulle spiagge. No, sui “treni della speranza” queste discriminazione sul fumo non ci sono. Difatti, il treno è stipato a tal punto, che non solo le cabine sono piene in ogni ordine di posto ma anche i corridoi. Sono soprattutto uomini quelli che occupano il posto in corridoio e non potendo certamente dormire in piedi (anche se gli extracomunitari, bontà loro, lo fanno sdraiandosi: di certo poveri cristi è meglio un corridoio che un barcone che aspetta morendo l’aiuto della NATO) devono pur inventarsi qualcosa per passare il tempo e il fumo di sigarette è di certo un passa tempo ideale.

Per me che amo il retrò è come un tuffo nel passato: quelle belle foto dei nostri genitori dove le persone fumavano nei ristornati, nei locali, in casa, prima di questo assurdo perbenismo. Altra cosa fantastica è la commistione di dialetti e delle lingue. Il dialetto campano è quello che va per la maggiore ed è molto facile trovarsi in una cabina e non capire nemmeno una parola di quello che si dice intorno a te. Anche uomini siciliani che urlano al telefono sono una costante. Per non parlare della comitiva di indiani che a piedi scalzi mangiando riso scambiano la cabina per il luogo dove raccontarsi gli aneddoti di tutta la vita. Parlando di cibo, anche qui c’è un capitolo a parte da aprire: si perché in otto ore, per la grazia di Dio, è normale che bisognerà pure mangiare qualcosa. Gli indiani mangiano il loro riso, una coppia di obesi delle Mauritius mangia per tutto il viaggio menù di Mc Donald’s e io ho paura che uno dei due muoia di infarto da lì ad un momento all’altro. Alcuni si portano, soprattutto per i viaggi di notte, addirittura il caffè da casa nei termos pur di non bere quella schifosa brodaglia che vende l’inserviente di Trenitalia (altrimenti c’è comunque il termos del venditore ambulante presente nella maggior parte dei casi).  La cosa più strana riguardante il cibo è stata quello di un uomo che aveva con se quattro valigie di enorme dimensioni. Nel viaggio venni a scoprire, nonostante le mie difficoltà nel tradurre la lingua che gli altri parlavano, che tre di quei borsoni era pieni soltanto di cibo: in uno c’era il pane, in uno formaggio e nell’altro pietanze varie. Solo una delle valigie era stata adibita, dall’uomo napoletano che per sei mesi si trasferiva a Modena per lavoro, ai suoi vestiti. Quando scese, gli altri due rimasti con me che sarebbero scesi  a Milano mi dissero “E’ come se ti porti appresso un pezzo di casa tua”.

Ecco forse qualche cosa di romantico, riguardo a questi “treni della speranza” sono riuscito a dirlo. Perché ripeto, c’è solo da vergognarsi che Trenitalia costringa a viaggiare in queste condizioni delle persone che hanno la sola colpa di non avere lavoro nelle loro zone. Perché di questi treni ne partono solo cinque ogni giorno, mentre il resto è tutta Alta Velocità a prezzi impossibili per chiunque, ed infatti sono treni quasi sempre vuoti. Tutto questo mentre Bossi ha appena detto, riguardo all’entrata nella zona euro e relativa crisi del nostro paese, «l’Irlanda che faceva le padelle, la Grecia che non faceva un cazzo, e il nostro Sud che faceva, come la Grecia, un cazzo».

Ecco io non sono del Sud e non vado a fare l’operaio in Emilia-Romagna. Non ho bisogno di portarmi valigie pieno di cibo, faccio un lavoro che anche se precario e part-time è altamente retribuito e se chiedo i soldi a mio padre, ogni tanto, posso sedere il culo anche su un comodo Frecciarossa sentendo le chiacchiere di un primario e vedere il culo di qualche bella gnocca, piuttosto che essere costretto, in piena notte, a far alzare una donna con un figlio che sono seduti al mio posto, sperando che nessuno lo venga a reclamare, perché non hanno potuto fare un biglietto (per un po’ li ho fatti restare, ma altre sette ore in piedi non ce l’ho fatta). Spero, alla fine, che su Il Manifesto esca qualcosa meglio di quello che io ho scritto: soprattutto perché fra non poco tempo, per la mia generazione, il neo realismo non sarà soltanto un’attitudine intellettuale, ma una triste realtà.

Simone Migliorato

.

.

.

 

 

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks