Sandro Saccucci e l’immunità parlamentare

L’articolo che segue è stato pubblicato venerdì scorso, 29 luglio, sul settimanale Gli Altri.

La redazione

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SANDRO SACCUCCI
UNA FUGA FATALE PER LA VERITÀ

Non mi piace chi fa della questione della legalità la sua bandiera a oltranza: ci sono stagioni della politica – quella alta, quella vera che poi diventa storia – che se vuoi affermare un principio di valore devi superare i limiti della legalità vigente. Non mi piacciono le politiche sicuritarie. Non mi piacciono i manettari, non mi piacciono le forche e non mi piace nemmeno il giudizio preventivo delle caste di appartenenza, della pubblica opinione o dei tribunali televisivi. Io, il cittadino Alfonso Papa, considerati i suoi capi di imputazione, non lo avrei messo in galera. Proprio no. E, con gli stessi capi di imputazione, non avrei spedito in gattabuia nemmeno il deputato Papa Alfonso. Proprio no.

Già mi fa orrore pensare al carcere come sistema di esecuzione della pena, ma ancora più disgusto mi provoca l’uso della restrizione della libertà personale come strumento di indagine e di ricerca della verità. Il fatto è che se un principio deve valere è quello che la legge è uguale per tutti: sia per il cittadino Alfonso Papa che per il deputato Papa Alfonso. Trovo annichilente che un deputato, in quanto deputato, possa vantare privilegi superiori a quelli del cittadino. L’immunità parlamentare è un insulto al principio di eguaglianza: o tutti uguali davanti alla legge, o meglio smetterla con le menate dei diritti civili… Quindi dovrei compiacermi per l’autorizzazione a procedere che la casta alla quale appartiene l’on. Papa Alfonso, quella parlamentare, ha concesso ai giudici ordinari? Neanche un po’: trovo ipocrita e squallida la soluzione, benché in linea con l’attuale legge delle autorizzazioni a procedere e dei regolamenti parlamentari.

Detto tutto ciò, avrei preferito che l’on. Sandro Saccucci, all’epoca deputato del Msi, accusato ingiustamente per concorso morale nell’assassinio del giovane militante comunista Luigi Di Rosa durante i fatti di Sezze Romano del 28 maggio 1976, fosse stato arrestato. E l’arresto sarebbe scattato ed eseguito se i tempi necessari per la revoca dell’immunità non gli avessero dato modo di fuggire.

Saccucci – giova ricordarlo – fu il secondo deputato della repubblica, dalla sua costituzione, per il quale il parlamento concesse, con voto pressoché unanime (il solo contrario fu quello di Giulio Caradonna) la revoca dell’immunità. E’ doveroso che lo precisi: mi rendo perfettamente conto che il favore all’arresto di Saccucci è una contraddizione rispetto alla mia convinzione che l’uso della galera come strumento di indagine sia quasi sempre esecrabile.  E non è nemmeno legittimato da sentimenti antifascisti che – con ogni ovvietà – non mi appartengono. Tanto più che – lo ripeto – l’accusa di concorso morale in omicidio era ingiusta: la Cassazione infatti, nel 1985, lo assolse, annullando le sentenze di primo e secondo grado che lo condannavano a 8 anni. Va da sé, quindi che, ancora una volta, l’arresto preventivo per quella accusa sarebbe stato illegittimo.

Il punto vero è che ci sono voluti 9 anni per ristabilire verità e giustizia. Verità e giustizia che però si sono fermate dentro l’aula del tribunale. Nella memoria del Paese, invece, resta quella montagna di bugie che si è formata col tempo. Quante persone avranno letto la ricostruzione dei fatti che ho scritto io, da testimone, ne I rossi e i neri (Ed. Settimo Sigillo, 2002)? Poche migliaia, suppongo. Se fate un giro di ricerca su internet, troverete ricostruzioni che con l’attinenza a quel che veramente accadde a Sezze Romano e alla sentenza definitiva non hanno il benché minimo riscontro. In alcuni casi, si indica addirittura Saccucci come esecutore materiale dell’omicidio che, invece, fu chiaro da subito, ebbe altro responsabile. E dovrete faticare ancora di più per rintracciare la notizia della sua assoluzione dal principale reato contestatogli (concorso morale).

Ovviamente, corresponsabile di questa campagna mistificatoria è Saccucci stesso: non fosse fuggito, si fosse difeso legalmente e nelle sedi opportune, non avesse lasciato il carico della demistificazione e della difesa dalle accuse ai suoi camerati coinvolti nei fatti – che, con ogni evidenza, non potevano avere la stessa forza di ascolto che avrebbe avuto lui – molto probabilmente la narrazione di quella tragica vicenda avrebbe avuto altro corso, la verità sarebbe emersa prima e i tempi della giustizia sarebbero stati più brevi. Per tutti: vittima, colpevole e presunti colpevoli. Quell’arresto, insomma, sarebbe stato il minore dei mali. Ma la domanda vera è: sarebbe fuggito se, una volta arrestato l’autore dell’omicidio, come avvenne nella quasi immediatezza dell’atto e con la certezza matematica della sua confessione, il coimputato Saccucci, poi risultato innocente, fosse stato indagato a piede libero nelle more del processo?

miro renzaglia

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