Nichi Vendola. Il deleuziano e il suo doppio

L’articolo che segue è stato pubblicato venerdì scorso, 5 agosto, sul settimanale Gli Altri. E’ qui postato per gentile disponibilità dell’autore e della Direzione.

La redazione

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NICHI VENDOLA
LA RIFONDAZIONE E LA RETORICA

In quel labirinto di spregiudicata doppiezza a cui è ridotta la politica italiana, la duplicità funge da via d’uscita. Vale per Nichi Vendola, che lo ammette a se stesso con candore e scaltrezza, a dire che da sempre nel suo animo coabiterebbero due cittadini: l’anarchico e l’organizzatore, il sognatore e il realista, il bambino e l’adulto, il compagno e l’amico.

Nell’esercizio di autorappresentazione del potere, tale gioco delle coppie è spesso risultato decisivo per il destino dei grandi del Novecento: da Kennedy a King, da Churchill a Lenin, da De Gaulle a Mao… Non per scomodare, che non è questo il caso, bensì per disattivare la fondamentale combinazione automatica che in realtà ci impedisce di vedere al di là della solita comunicazione disinformata, quella secondo cui Vendola sarebbe l’ennesimo “post-inaffidabile” di “Nostra Signora della Sinistra”. L’eroe di un mondo virtuale, un personaggio ritagliato a puntino per arrivare, d’accordo, ma fino a un certo punto, a differenza di coloro – da Veltroni a D’Alema passando per Bersani – che non ci arriveranno mai, lassù, con le loro pure forze. E se mai resistesse tale pericolo, Nicola Vendola tornerebbe a Terlizzi con il suo bel sacco di speranze, oltre alle pive.

Non avendo ragioni per tifare contro, abbiamo ogni diritto di segnalare le esagerazioni e le deragliate di un leader che va rimontando un versante abbandonato. Di uno che la sostanza ce l’ha, perché non gli manca la chiacchiera ma non ci annega. Di un meridionale che un’idea dell’Italia intera la possiede. Di un polemista che si può permettere di ridefinire i titoli dell’impegno politico (da Compagno a Chissà) in virtù di alcune nozioni, ben digerite, di progresso e di modernità. Perché in fondo lo sa, Vendola, di essere diventato deleuziano senza penare, proprio a partire dal nodo che discerne il diventare rivoluzionari dal rimanere reazionari, i primi che iniziano il loro viaggio dalla vastità dell’universo, i secondi che lo incominciano, tristemente, dalla piccineria del loro giardino.

Quel che distanzia in modo irreversibile un Vendola da un Berlusconi qualsiasi è proprio questo infinito particolare. Ed è ciò che potrebbe tranquillamente esimerlo da piaggerie iperdemocratiche. Quello, infatti, non è simpatico affatto, quello è responsabile di crimini contro la cultura, quello ha contribuito alla devastazione del tessuto sociale, politico e intellettuale del paese. “Demonizzare” non è un verbo attinente, nel caso del paroliere di Apicella. C’è che basta! C’è che Nichi Vendola non ha bisogno di istillare odio (d’accordo) ma neanche necessità di evocare la categoria della simpatia (d’accordo?).

Siamo fin troppo scontati nel ricordargli che “simpatizzare” significa sentire assieme. E siamo addirittura poco originali nel riaffermare, in suo nome, il carattere indispensabile di un uomo politico italiano che sta interpretando correttamente il segno di questa attuale decadenza d’Occidente. Non soltanto la fine del capitalismo e delle sue brutalità thatcheriane ma anche lo smarrimento di una società fondata su diritti quasi inapplicabili, dimentica dei doveri minimi e quasi totalmente ignorante in materia di convivenza civile e di rispetto delle libertà altrui.

Lungo il filo di questa analisi piuttosto spietata, Nichi Vendola non ha mai smarrito la bussola dell’autocritica. Anzi, fidandosene, è giunto al capolinea con i suoi stessi compagni di strada. E sta avendo il coraggio di riconoscere una sinistra vecchissima, e non solo: anche elitaria, snob e impopolare al punto di aver affossato ogni immaginario feticcio di tanta gente perbene e onesta. Da quel capolinea Nichi da Terlizzi si è rimesso al lavoro. L’ha chiamata “fabbrica”, deleuziano pure in questo: «L’inconscio è una fabbrica, non un teatro!» aveva detto il grande Gilles… Forse avranno ragione tutt’e due.

Giuliano Compagno

 

 

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