Fernando Acitelli. Sulla strada del padre

Quella di fare i conti con i propri padri sembra essere una delle necessità profonde della narrativa italiana delle ultime stagioni. Basti pensare ad alcune opere più o meno recenti di Antonio Pennacchi, Marco Lodoli, Daria Bignardi, Aurelio Picca o al romanzo annunciato da Giordano Bruno Guerri.

»; e spesso ho trovato che il figlio altro non era, se non il segreto denudato del padre». Una considerazione che vale anche per l’ultimo romanzo di Fernando Acitelli, Sulla strada del padre (Cavallo di ferro, pp. 302, euro 17,50), in cui la citazione kerouackiana del titolo viene sublimata e ri-significata proprio nel senso di un pellegrinaggio laico sulle tracce del proprio genitore.

Acitelli, infatti, seguendo il filo della sua vocazione poetica, attraverso più di un mese di diario quotidiano tra i rioni e le strade di Roma sulla scia della memoria, rievoca nella sua mente e quindi nella narrazione la parole paterne e riesce a dar corpo a una dialogo fitto e serrato con suo padre Italo. Il narratore romano riesce a far rivivere il genitore sui muri e sui monumenti della città in cui vissero insieme, anche lì dove tutto è cambiato e l’immagine nella mente è lontana.

Ma può un uomo nato nel 1957 scrivere: «Vengo da lontano. Vengo dalla guerra. Ogni mio gesto, ogni mio pensiero, quando sorge il giorno o quando esso declina non può che far riferimento alla guerra»? Sì, Acitelli ci riesce (e bene) perché suo padre, nato nel 1916, attraverso da militare il lungo periodo tra il 1937 e il 1946, quando rientrò in Italia dopo tre anni di prigionia nei campi per non cooperatori, prima a Lordsburg nel New Mexico e poi a Hereford in Texas. Pur non essendo fascista e, anzi, pur avendo ricevuto anche ferite familiari da parte di qualche conformista intruppato nel rassismo di regime, Italo di fronte alla possibilità di lasciare il campo e raggiungere i suoi zii americani disse di no: «Un soldato – pensò – non lascia i suoi compagni di (dis)avventura e torna nel mondo civile e magari si mette in pantofole e compone sublimi idee di futuro».

Poi un  rientro in patria da reduce e, ci spiega Fernando, un’intera vita da “reduce”: difficoltà a reinserirsi, adattamento nel lavoro, fatica quotidiana, vita in periferia nello spazio sacro tra il Quadraro, Torpignattara e il Pigneto. «Mai con chi trionfava, tu, padre mio, sempre – confessa il figlio – nelle retrovie, sempre in silenzio, sempre a corto di slogan, sempre distante da adunate e paroloni… soltanto i fatti, quelli concreti, semplici, la vita in penombra, la vicinanza alle persone semplici, proprio a quelle che sentivano la vita come te».

E lo sfondo di queste quasi trecento pagine che si leggono senza riuscire a smettere è un po’ nella lettera di Giuseppe Berto che viene posta in appendice. Anche lo scrittore veneto, l’autore di capolavori come Il male oscuro e Il cielo è rosso, era stato fatto prigioniero in Africa nel 1943 e da lì era stato condotto nel campo di concentramento americano per non cooperatori di Hereford. E anche lui, che scriveva 58enne nel 1972, pur refrattario a schierarsi nella logica fascisti/antifascisti, si presentava così: «Sono un isolato».

Dire che i propri padri erano fatti in questo modo non è altro che compiere, come fa Acitelli, una coraggiosa riappropriazione della nostra memoria collettiva. Quanto sosteneva Pierluigi Battista sottolineando il fatto che sono scomparsi da tempo i balbettii dell’imbarazzo e le remore psicologiche del passato. E Battista osservava come Vincenzo Cerami, uno scrittore che non ha mai fatto mistero della sua collocazione a sinistra, ha raccontato del padre che aveva combattuto nella guerra di Spagna «dalla parte sbagliata». Come Paolo Rossi, attore satirico adorato dal popolo della sinistra, che ha rivelato come suo padre aveva militato nella Rsi. Come anche hanno fatto Giampiero Mughini, Darwin Pastorin, Daniele Scalise, Marco Lodoli. Per non dire delle ammissioni, quando non sul padre sul nonno, di Lorenzo Pavolini, Antonio Padellaro, Marco Minniti o Dario Franceschini. Per non dire infine dei papà missini di Michele Emiliano, Vladimir Luxuria o Daria Bignardi.

Solo ora, concludeva Battista, i figli «percepiscono un’atmosfera sociale in cui la scelta dei padri guadagna finalmente il rispetto di una memoria che non vuole più nevroticamente annichilire l’esperienza vissuta del passato. Non condivisione, ma rispetto: forse la condizione indispensabile per dissolvere i fumi di una guerra civile troppo a lungo rimossa».

Luciano Lanna

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