Premio Strega. Rivince il romanzo popolare

Edoardo Nesi [nella foto], con il suo Storia della mia gente, ha vinto il Premio Strega 2011 con largo margine dalla seconda classificata, Mariapia Veladiano e il suo libro La vita accanto. Solo quarto Mario Desiati, dato da tutti come possibile vincitore, con il suo Ternitti. Ultima l’acclamata Luciana Castellina con La scoperta del mondo. Dopo quattro anni di trionfi del gruppo Mondadori, quest’anno l’ambito ma contestato premio letterario è andato a Bompiani, del gruppo Rcs, con un libro che è a un po’ diario, un po’ zibaldone e un po’ pure romanzo. Chissà perché quest’anno – che la vittoria è andata a Mieli e non a Berlusconi – la guerra tra case editrici è passata in secondo piano. L’anno scorso non si parlava d’altro che dello strapotere della Mondadori, della tracotanza dei Berlusconi – Silvio più Marina –  tanto da far passare in secondo piano il valore indiscutibile di Canale Mussolini e del suo autore, Antonio Pennacchi. Un’opera che, come tutte le grandi storie, si è saputa imporre tra i lettori e che credo continuerà a farlo negli anni, per fortuna della letteratura e del suo autore.

Sarà stato il clima elettorale di qualche settimana prima o le discussioni su Porcellum sì Porcellum no, a spostare le critiche dalle logiche editoriali al meccanismo elettorale che da circa 65 anni contraddistingue il Premio. Forse i 400 amici della domenica iniziano a diventare un po’ troppi, dicono. Forse i 400 amici della domenica iniziano a diventare un po’ vecchi, sostengono. Forse i 400 amici della domenica saranno amici tra loro ma non tanto amici della letteratura, affermano. Magari un sistema di votazione a doppio turno con l’indicazione esplicita del vincitore potrebbe risolvere le cose. O perché no, si potrebbe inventare un sistema a collegi uninominali a turno unico e secco, senza la quota di proporzionale, che sti amici della domenica, con l’età che avanza, gli facciamo leggere solo qualche libro, che tutti non ce la fanno mica. Senza contare che la soluzione di un proporzionale puro, con alleanze successive tra scrittori, renderebbe tutto più facile a tutti e ai 400 amici della domenica non resterebbe che andare a mangiare al Ninfeo senza nemmeno faticare. “L’età è quella della pensione, perché ce fate ancora lavora’?”

Discussioni – un po’ noiosette, peggio dello stesso Premio Strega – che occupano pagine e pagine sui giornali, con i critici che si scatenano in una corsa alla proposta più originale, finché ogni anno non arriva il più ambizioso che dice: “ma perché, se lo aboliamo?”. L’unico risultato è che chi non sapeva del Premio Strega, poi alla fine lo sa e qualche libro di quelli in gara se lo va pure a comprare.

Ad esempio ho comprato quello di Nesi e quello di Desiati. E tra i due non c’è partita. Perché quello di Nesi è scritto in una lingua che non sarà complessa, in uno stile che non sarà manganelliano o in un linguaggio che non sarà pennacchiano ma è comunque scorrevole senza perdere di peso specifico, ha spunti di pura poesia, osserva la realtà e fa una cosa che quello di Desiati non fa, sa raccontare storie senza cadere nella banalità, parla di cose vissute senza abbandonarsi ai sentiti dire. Quello del giovane ex enfant prodige – parlo di Desiati e di Ternitti – si limita alla suggestione di una storia – quella degli emigranti pugliesi che arrivano in Svizzera a lavorare l’amianto e poi si ammalano e muiono – senza poi darle corpo, sostanza e vita.

C’è chi parla di ciò che ha visto e vissuto, chi narra dal di dentro una vicenda triste – c’è anche L’età dell’oro di Nesi che è notevole – e lo fa rendendo più complessi i personaggi, meno stereotipate le questioni, meno scontate le conclusioni. E c’è chi, dall’altra parte, si limita a raccontarci storie di lavoro che abbiamo già sentito in mille salse diverse, ripetendoci esattamente quel che abbiamo già sentito, senza andare oltre. Impreziosendo lo scritto, questo è vero, di uno bello stile, controllato e misurato. Ma, forse proprio per questo, meno sentito. Basti pensare all’utilizzo del dialetto, un po’ scorciatoia per facile ambientazione un po’ testimonianza di un passato che non c’è più e che, viene il sospetto, non ci sia mai stato, almeno non in quella esatta forma.

Ragionando su queste cose, m’è venuto in mente Canale Mussolini. Perché i temi di questi due romanzi, sono anche i temi di quel romanzo. Il lavoro, la fatica, la lotta contro quello che appare sconosciuto ma che è solo ineluttabile. E forse la vittoria di Nesi arriva proprio da lì. Il passaggio del testimone dall’operaio all’imprenditore è solo il più facile dei collegamenti, visto anche che è stato proprio Pennacchi a candidare Edoardo Nesi, insieme a Veronesi, al premio Strega.

Perché il collegamento vero, quello che forse decreta una volta per tutte l’ampliamento dell’orizzonte d’attesa determinato da Canale Mussolini e da tutta la poetica pennacchiana, è che il mondo del lavoro viene raccontato dall’interno, senza infingimenti, senza sconti, con tic e nevrosi dei protagonisti che il loro lavoro lo amano ma lo perdono o lo conservano solo con la forza della disperazione, con tutte le loro stranezze, con la determinazione e le debolezze proprie di ogni uomo, sia esso operaio o imprenditore. Sembra lontana l’epoca di Volponi – due volte vincitore dello stesso Premio –, tanto per intenderci sembra superata quella distanza tra il narratore e le questioni narrate che si è imposta proprio tra gli anni ’50 e gli anni ’70. Per cui la Storia fa spazio alle piccole storie. Non c’è più solo la marcia della maggioranza silenziosa all’epoca della scala mobile (Le mosche del capitale), ma c’è anche la marcia degli imprenditori. Non c’è solo l’emigrazione contronatura, sfruttata e vista da lontano come in Ternitti, ma c’è anche l’emigrazione piena di speranza in Canale Mussolini.

Chissà perché, al di là dei meccanismi elettorali o della guerra tra case editrici e contrariamente a quanto sostenuto da gran parte della critica, gli ultimi due premi Strega mi rendono ottimista. Perché, almeno con i temi in gioco e gli spostamenti d’orizzonte determinati, le due vittorie di Nesi e Pennacchi sono state un piccolo passo avanti per l’editoria, ma un grande passo avanti per la letteratura.

Graziano Lanzidei

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