Genova per noi. Una città-trappola…

L’articolo e l’intervista che seguono sono stati pubblicati domenica scorsa, 24 luglio, sul domenicale del Secolo d’Italia. Sono ripresi qui, per gentile disponibilità degli Autori e dell’intervistato.

La redazione

.

GENOVA
CITTÀ CON TROPPE NUBI

PER NOI

Annalisa Terranova

Bastano dieci anni per “storicizzare” i fatti del G8 di Genova del 2001? No, non bastano. Troppo forte è ancora il riflesso condizionato che spinge questo Paese a essere pro o contro, a schierarsi da una parte o dall’altra, o con i manifestanti o con la polizia. E infatti tra le immagini più celebri di quelle sciagurate giornate c’è quella, subito dopo la morte di Carlo Giuliani, dell’agente e del contestatore che si fronteggiano scambiandosi accuse pesanti, che hanno aperto nel Paese una ferita profonda. «Assassino», urla il contestatore. «L’hai ucciso tu, con il tuo sasso», replica il poliziotto. Una scena tragica che invocava risposte immediate, assunzioni di responsabilità, assenza di strumentalizzazioni. Ma l’Italia non è abituata allo sguardo d’insieme, l’Italia è stata troppo abituata alla retorica. Giuliani così è diventato il “martire” di una sola parte del paese mentre fu, allora come oggi, il simbolo di un fallimento dell’intero paese dinanzi al mondo.

Ma c’è una riflessione in più che spetta alla destra fare, per la sua storia e per la sua vocazione alla difesa del senso dello Stato. Una riflessione che non può che partire dal dato che Genova, per la destra, è sempre stata una città difficile, una città-crocevia, una città ostile. Per arrivare alla conclusione che la sola difesa dell’immagine delle forze di polizia non può bastare. Dinanzi a eventi come quelli avvenuti alla scuola Diaz le stesse forze dell’ordine devono trovare il coraggio della dissociazione, proprio allo scopo di ricostruire un legame profondo con l’opinione pubblica e con l’intera società civile, al di là delle appartenenze politiche. Un itinerario già fatto da Adalberto Baldoni nel suo libro Due volte Genova. Luglio 1960-luglio 2001: fatti, misfatti, verità nascoste (Vallecchi), un libro molto informato, per il quale l’autore si è avvalso delle “confidenze” di un amico che lavorava nei Servizi e che fu spedito a Genova a monitorare la situazione. Un libro nel quale Baldoni sottolinea che in due occasioni storiche di rilievo la destra si lascia “intrappolare” dalla piazza di Genova, finendo poi col portare sulle proprie spalle gli esiti disastrosi di quella che all’inizio sembra una sfida e che poi si rivela come una disfatta.

Avvenne con i moti del 1960 che portarono alla caduta del governo Tambroni, quando il Pci mobilitò la piazza contro il congresso del Msi indetto proprio a Genova ed è accaduto nel luglio del 2001, con il governo Berlusconi insediato da poche settimane, quando fu Gianfranco Fini e non l’allora ministro degli Interni Claudio Scajola a giustificare in tv, dinanzi a una nazione sconcertata, piazza Alimonda insanguinata e a doversi a sua volta giustificare per la sua presenza alla prefettura e alla questura di Genova nei giorni caldi del vertice. Un passo inopportuno. Un passo che si poteva evitare.

Ma torniamo al 1960: Genova doveva essere evitata, ma il Msi commise un errore fatale. Scrive Baldoni nel suo libro: «Secondo Giulio Andreotti il Msi, indicendo a Genova il congresso nazionale, aveva accelerato la crisi del governo, perché da parte dei comunisti era scontata una reazione durissima. Si erano persino mosse squadre di lavoratori del marmo di Carrara, dotate di tutte le loro attrezzature, esplosivi compresi. Se il congresso dei missini fosse iniziato, gli esplosivi di cui parla Andreotti, all’epoca ministro della Difesa, e le armi degli ex partigiani sarebbero stati utilizzati? A parte le fonti del Viminale che asserivano con certezza l’esistenza delle armi in mano agli ex partigiani, le testimonianze di chi era a capo della sommossa e dei diretti partecipanti ai “fatti” di luglio, sembrano non lasciare dubbi di sorta».
Quarant’anni dopo la storia sembra ripetersi. Il centrodestra al governo si gioca la sua immagine ma subentra in un’organizzazione del G8 pianificata dal precedente esecutivo (la scelta di Genova fu fatta da D’Alema). Le informative dei carabinieri mettono in allarme ministri e premier: i centri sociali genovesi e i gruppi di Black bloc si erano accordati per scatenare incidenti nel corso del vertice e mettere in difficoltà Berlusconi. Il presidente del Consiglio durante il suo sopralluogo a Genova si rende conto che la sede è del tutto inidonea ma ormai non ci sono i tempi per trasferire il summit in un’altra città e sui giornali esce invece la notizia che Berlusconi non vuole vedere panni stesi alle finestre, che insomma chiede ai residenti della “zona rossa” l’opportuno decoro per accogliere i grandi del mondo in passerella. Se la morte di Giuliani viene percepita dalla maggioranza degli italiani come un tragico epilogo di una guerriglia urbana che si era spinta oltre ogni limite e oltre ogni regola, la vicenda dell’irruzione alla scuola Diaz dove dormivano i manifestanti del Genoa Social Forum, con il vergognoso scaricabarile tra i responsabili che subito dopo si scatena, restituiscono un’immagine di confusione e minano l’idea delle divise “irreprensibili”. Significativo, tra l’altro, che lo stesso Fabrizio Cicchitto, nel suo libro Il G8 di Genova. Mistificazione e realtà (2002) sottolinei: «Sembra inverosimile che il capo della polizia resti all’oscuro di un’operazione di tale rilievo e di tale delicatezza, tanto più che, per sua espressa volontà, sul posto è presente una persona di sua assoluta fiducia come il dottor Sgalla…» (Sgalla all’epoca era il responsabile delle relazioni esterne della polizia).

Adalberto Baldoni nel suo libro rimarca un aspetto importante: se gli esponenti dell’estrema destra smentiscono in modo netto e deciso la presunta infiltrazione tra i Black bloc di loro elementi, è accertata la partecipazione alle manifestazioni di giovani di destra che intendevano unirsi alle proteste anti-globalizzazione. Un tema che da quel G8 in poi diviene esclusivo terreno di elaborazione della sinistra e delle sue frange più oltranziste. Baldoni riporta la testimonianza di un esponente del Fronte nazionale che vuole rimanere anonimo: «La partecipazione di elementi di destra c’è stata ma si è trattato di iniziative individuali che escludevano ogni tipo di presenza organizzata e riconoscibile, al fine di evitare qualsiasi pretesto per provocazioni o speculazioni».

La riflessione sulla globalizzazione, al di là dei fatti di Genova, aveva interessato del resto anche Alleanza nazionale prima e dopo gli eventi tragici del G8 del 2001. A tal proposito illuminante è la nota inviata a Gianfraco Fini dall’assessore alla Cultura della Lombardia Marzio Tremaglia all’indomani degli accadimenti di Seattle dove nel 1999 il popolo no global fece la sua prima uscita pubblica per dire no ai cibi transgenici e sì alla remissione del debito dei paesi poveri. «Sulla questione – scriveva Marzio Tremaglia a Fini il 10 gennaio del 2000 – dell’iperliberismo e della globalizzazione non sarebbe male che tu esprimessi simpatia per le proteste che ci sono state a Seattle: proteste a mio avviso profondamente di “destra”. Chiunque contesti che il mondo debba essere ridotto semplicemente a commercio e a mercato o comunque ad economia, non può che essere nostro amico.

Si tratta infatti di un altro aspetto delle contraddizioni della sinistra mondiale, da Clinton a D’Alema: pretendere di essere contemporaneamente ecologista e liberalizzatrice, di difendere i diritti dei popoli e nello stesso tempo di allargare il potere delle multinazionali e dei mercati. La protesta contro il Wto ha dimostrato che, fortunatamente, c’è una crescente attenzione ai diritti e alle tradizioni dei popoli e delle persone, contro la riduzione del mondo a scambio, mercato ed economia». Un dibattito destinato a dividere il mondo della destra tra fautori e avversari della globalizzazione. Al primo schieramento, quello che vedeva nella globalizzazione un’opportunità, si iscrisse Adolfo Urso con il suo libro Euroglobal (2003), nel quale l’allora esponente di An sosteneva che la destra doveva governare la globalizzazione all’interno degli Stati, valorizzando le identità e le libertà, valori guida «per una nuova governance».

E tuttavia il punto di vista della destra sulla globalizzazione come insidia alle identità dei popoli e come supremazia del mercato sulla politica degli Stati difficilmente avrebbe potuto fondersi con il radicalismo nichilistico dei gruppi estremi, i quali non rifuggono dalla pratica della violenza, espresso con convinzione in una lettera di una militante dei Black bloc riportata nel libro di Baldoni: «Tutti sembrano definire “violenti” i manifestanti dei Black bloc. “Violenza” è un concetto complicato. Io non ho del tutto chiaro quali azioni siano violente e quali no. E quando un’azione violenta si può considerare autodifesa? Io credo che usare la parola “violenza” per descrivere una vetrina in frantumi della Nike toglie significato alla parola. La Nike fa scarpe con materiali chimici tossici, producendole nei paesi poveri attraverso frme di lavoro basate sullo sfruttamento. Poi vende le scarpe a prezzi esagerati ai ragazzini poveri di colore del mondo sviluppato. A mio parere, in questo modo si tolgono risorse dalle comunità più povere nei due lati del pianeta, accrescendo la povertà e le sofferenze. Penso che la povertà e le sofferenze possano giustamente definirsi “violenza”, o almeno come qualcosa capace di creare violenza (…). Come tattica di protesta, l’utilità di distruggere la proprietà privata è limitata ma importante. Porta i media sul posto e manda il messaggio che le grandi aziende apparentemente intoccabili non sono intoccabili».

Genova 2001 ha azzerato anche il dibattito sulla globalizzazione nei movimenti giovanili annullando ogni riflessione culturale e innescando il riflesso condizionato che ci porta, come osservatori, a vedere da una parte la guerriglia violenta dei no global e dall’altra le forze di polizia che reprimono le manifestazioni. I grandi temi e le grandi questioni che Seattle aveva posto all’attenzione del mondo sono diventati parole d’ordine di cui si è impadronita una sinistra radicale in cerca del “nemico”. Un nemico ieri identificato con le multinazionali, oggi con le divise. Anche questo è un frutto malato del G8 di dieci anni fa. Indigesto anche per la destra.


MA LO SVILUPPO SOSTENIBILE
È ANCHE UN NOSTRO TEMA

Valeria Goletti intervista Biagio Cacciola

Un irregolare che ha declinato nel mondo della destra la sua passione politica. Biagio Cacciola è stato dirigente del Fuan nei difficili anni di piombo e poi amministratore locale a Frosinone, espresso da una lista civica, con una vocazione tutta particolare a organizzare cenacoli e gruppi di riflessione sui temi più impervi della cultura di destra, tra cui la globalizzaizone. Dieci anni fa era a Genova in veste ufficiale, inviato dal consiglio comunale della sua città ad elaborare documenti assieme al Genoa Social Forum dove, spiega, c’era di tutto: non solo la sinistra, ma anche il mondo del volontariato e tanti cattolici convinti di poter combattere con il valore della solidarietà gli eccessi del capitalismo.
Eppure a Genova a farla da padroni sono stati i centri sociali…
È stato un errore fare accodare i Black bloc nel grande e pacifico corteo dove ho sfilato anche io. I violenti potevano essere isolati. Nel momento in cui sono cominciati gli scontri è andato perduto tutto quel fermento culturale che avanzava critiche legittime ai meccanismi decisionali di un potere economico globale che poi è andato in crisi nel 2008. Quel fermento non era animato solo dai centri sociali, c’era gente normale, gente al di là delle etichette. Quanto alla destra, dopo Genova essa viene identificata tout court con un blocco d’ordine conservatore mentre c’erano anche a destra tanti giovani interessati a quella che si chiamava glocalizzazione, cioè una gestione della società globale attraverso le istanze locali, per evitare decisioni verticistiche.
Regia fallimentare, dunque. Ma il governo Berlusconi si era insediato da pochissimo tempo. Può essergli imputata per intero la repsonsabilità di quelle giornate?
No, assolutamente. I centri sociali arrivano a Genova con l’intento di vendicare la giornata del 17 marzo 2001 a Napoli quando i manifestanti no global erano stati duramente contrastati dalle forze dell’ordine, ma il ministro degli Interni era Enzo Bianco. Al governo c’era il centrosinistra. Ed è ancora quel governo che decide di istituire a Genova la famigerata “zona rossa”. Nessuno sembra ricordare che anche quella giornata di contestazioni a Napoli fu emergenziale dal punto di vista dell’ordine pubblico, con duecento feriti tra manifestanti e agenti. Certo a Genova la presenza di Fini in questura offrì la sponda a chi voleva dipingere il governo di centrodestra come un esecutivo di mazzieri.
E il dibattito sulla globalizzazione è stato risucchiato dalle violenze e dagli scontri?
No, credo che tutto quel movimento sia stato in qualche modo frustrato e depotenziato dall’attentato alle Torri Gemelle. Da quel momento criticare la globalizzazione ha significato avanzare una critica all’America e all’Occidente, è sembrata una provocazione intellettuale degna di estremisti e violenti. Si è persa un’occasione perché la mole di documenti prodotta dal Genoa Social Forum confermava ciò che poi è apparso chiaro a tutti e cioè che i vertici tra i “grandi” erano del tutto insufficienti a gestire le dinamiche dell’economia mondiale tagliando fuori le istanze dal basso e gli interessi nazionali. Se si fosse prestato ascolto e non si fosse ridotta tutta la questione a una guerriglia tra polizia e frange violente la classe politica avrebbe potuto dare risposte alla Amartya Sen. Invece tutto è stato oscurato.
Della presenza di esponenti della destra a Genova si era parlato ma solo per dire che c’erano estremisti neri infiltrati tra i Black bloc…

Bè invece c’era gente normalissima come me. Del resto la mia presenza non è passata inosservata perché anni dopo sono stato inserito in un romanzo scritto da Claudio Asciuti, I semi di Marizai, in cui si racconta di un detective che deve cercare una ragazza scomparsa misteriosamente a Genova. Nella trama ci sono finito anche io, e non come infiltrato tra i Black bloc.

Qual è stato l’effetto di lunga durata degli scontri di Genova?

Si è verificata un’operazione di riduzionismo. Tutto il movimento no global, di cui i centri sociali erano solo una frangia, è stato in blocco ignorato o condannato. La destra ha abbandonato la riflessione sui temi del localismo come risposta possibile alla globalizzazione e solo di recente abbiamo ascoltato Tremonti parlare di mercatismo. Si è perso di vista anche il fatto che in quel movimento c’erano molti spunti di riflessione dedotti dalla dottrina sociale della Chiesa. Resta da stabilire se la regia di quei fatti è stata preordinata o se gli effetti disastrosi di quelle giornate siano stati solo frutto di approssimazione e di superficialità.

 

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks