Fasciocomunisti! E ora: Officina Italia…

Uno spettro s’è aggirato e s’aggira nei circoli di Fli: il fasciocomunismo. Mi capita ogni tanto di sentire dirigenti sfibrati dall’insistere di iscritti che non smettono di chiedere: “ma l’esperienza di Latina?”. Mi arrivano alle orecchie le innumerevoli imprese di instancabili cicciobelli impegnati nel demolire anche l’ultimo rudere dell’esperienza di Latina, a colpi di cene e intrallazzi di corte.

Dicono “il fasciocomunismo, se mai è nato, già è morto”. Ma sono sicuro che mentre lo dicono, sentono un brivido correre lungo la schiena, come chi non è sicuro di esser riuscito a portare a termine l’impresa. Mi capita anche, e ogni volta è un’emozione, di vedere deputati che hanno creduto in quest’esperienza e, nonostante le difficoltà incontrate – nel partito, nei circoli, in Parlamento – ancora continuano a difendere l’esperienza di Latina: “è stata la più bella campagna elettorale della mia vita”.

Perché lo spettro del fasciocomunismo è ritornato a volteggiare, dopo la pausa elettorale latinense, e adesso s’aggira anche altrove, attecchisce in lidi impensabili e sotto forme sconosciute. In tanti, il giorno della vittoria di Pisapia, hanno pensato che senza fasciocomunismo, senza la spallata partita da Latina e riecheggiata in tutta Italia, le vecchie barriere ideologiche sarebbero sembrate ancora insuperabili a troppi. Questa è stata la vittoria più grande: nessuno è più obbligato a turarsi il naso. Qualcuno si ostina ancora a farlo? Forse si tratta più di un riflesso pavloviano che di una vera e propria scelta.

Comunque insistono a dire che a Latina abbiamo perso, che abbiamo preso lo zero virgola qualcosa, che siamo stati inconsistenti. Qualcuno ha addirittura usato l’espressione ‘pratica archiviata’, come se si trattasse di un faldone scomodo, di una indagine da insabbiare. Gasparri ha addirittura sentenziato: roba per poeti radical-chic. Chissà come avrebbero reagito D’Annunzio, Foscolo, Manzoni, Alfieri o Carducci se le loro battaglie politiche fossero state derubricate così. Calci alle palle, nel migliore dei casi. Ma noi che siamo personcine dabbene, ci limitiamo a porci qualche domanda: davvero abbiamo perso in partenza e siamo destinati ad una sconfitta sempiterna? Davvero abbiamo dato vita ad una bubbola?

Proprio qui sul Fondo [ leggi QUI, QUI E QUI] ci sono ben due bozze di manifesto, una lista sconfinata di interventi. Proprio questa pagina web è la testimonianza che ancora si discute e ci si appassiona. Ancora oggi c’è gente che, qui e altrove, non perde occasione per sputare veleno, per infangare e ingiuriare. E, per fortuna, ci persone che s’entusiasmano e si riappassionano alla politica grazie a quest’ossimoro politico-letterario suggestivo.

Il fasciocomunismo è vivo, ma è pur sempre una brutta bestia. Perché è sempre inquietante nel suo togliere punti di riferimento certi, statici e rassicuranti da quasi un secolo: appena inizi a dire che antifascismo e anticomunismo non hanno più senso, la maggior parte delle persone, destra o sinistra che sia, inizia a vacillare, ad avere lo sguardo perso nel vuoto. Perché è sempre fastidioso andare oltre il pappone che ogni giorni ci propinano i giornali, tra equilibri istituzionali ed escort seriali che hanno l’unica sfiga di avere come cliente l’uomo più potente (e odiato) d’Italia: in questo paesaggio politico desolante, il fasciocomunismo è deflagrato con una potenza quasi fastidiosa; i cittadini non erano più abituati a cose del genere, abituati com’erano a commenti misurati, messaggi in codice, plastici raffiguranti alleanze. Perché è davvero complicato pensare che si può anche non essere filoberlusconiani o antiberlusconiani, che la vita non inizia e finisce ad Arcore o alla Maddalena o a Palazzo Grazioli: qualcosa bisognerà pur dirla a questo Paese prima o poi, no?

Il fasciocomunismo è incompreso perché, e si passa dall’ossimoro al paradosso, è proiettato più nel futuro che nel passato. Fino ad ora abbiamo cercato appigli nel passato, da Bombacci a Fiume, da Stanis Ruinas alle aperture di Pajetta. Ci siamo scervellati nel trovare padri nobili, figure di riferimento, ideologi a cui fare appiglio nei momenti di difficoltà. E se invece questo spettro che si aggira, avesse necessità di pensare il futuro, di immaginare cosa potrà essere e non già cosa è stato fatto?

Non caschiamo nel tranello di chi vuol sentirsi rassicurato dall’istituzionalizzazione di un’idea. Sono settimane che mi chiedo perché, nonostante mi sia confrontato con centinaia di persone, per lo più scettiche, nessuno m’abbia posto qualche semplice domanda: “perché sei fasciocomunista?”, “come fai a confrontarti con fascisti non pentiti, con cultori del periodo mussoliniano, con gente che ha sempre militato dalla parte opposta alla tua?”. Sono sicuro che queste domande non mi sono mai state fatte, perché non gli sono mai passate per la mente.

Da persona di sinistra quale sono stato e continuo ad essere, credo di condividere molti più valori, politico-etico-morali, con persone di destra che con parecchi degli esponenti del cosiddetto centro. Conseguenza dei vecchi schemi politici novecenteschi che hanno ingessato la politica italiana, hanno permesso che alleanze al ribasso si realizzassero ovunque, l’importante era tener fuori i fasci da una parte o i compagni dall’altra. E loro, il centro, a comandare un po’ ovunque. L’ago determinante della bilancia. Pure a Latina, fino all’avventura fasciocomunista, la sinistra si era sempre accontentata di essere rappresentata da un centro non meglio precisato, che doveva essere digerito con tutto l’Alkaselzer di questo mondo. Fino a pochi mesi dalle elezioni, a sinistra erano in parecchi a sperare nell’alleanza con l’Udc, nonostante in tutta la provincia sia sempre stato parte integrante del sistema di potere dell’ex Forza Italia e della parte di ex An che si è adeguata in fretta ad un confortante e lussuoso moderatismo liberal-conservatore. Ho chiesto più volte ai miei ex compagni del Pd: siete sicuri che sia meglio Mastella di Granata? O Dini di Barbaro? In risposta arrivavano solo alzate di spalle, occhi al cielo, sguardi inebetiti.

Siamo andati oltre, compagni camerati. Oltre chi sta attraversando il deserto, oltre chi il deserto lo vede da lontano e preferisce godersi il fresco dei condizionatori, oltre tutti quelli che non sanno più quale fresco godersi o quale deserto attraversare. Siamo nel futuro, per questo abbiamo il dovere di continuare a pensare fuori dagli schemi, senza istituzionalizzazioni dirette o indirette. Per questo, più che spiegare cosa siamo, dobbiamo dimostrarlo con i fatti, con le opere, con gli scritti, con interventi concreti o proteste feroci in politica e nelle più importanti questioni sociali.

Perché il movimento nato intorno al fascicomunismo è l’Officina di una nuova Italia.

Graziano Lanzidei

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