Fabrizio Rinaldini. In morte di un collega

Qualche giorno fa ho visto un documentario in televisione. Si parlava degli esperimenti atomici che gli americani, dopo la guerra, hanno condotto nell’atollo di Bikini facendo esplodere due ordigni nucleari, a distanza di poche settimane uno dall’altro. C’è una sequenza, ripresa da un aereo in volo, che ne testimonia la potenza devastante. Quello che più mi ha impressionato è che, dal punto dell’esplosione, mentre il fungo atomico si proiettava nel cielo, le riprese del pelo dell’acqua segnalavano la rapida corsa di una serie di onde circolari che si allontanava sempre di più dall’epicentro dell’esplosione con un minaccioso carico di distruzione. A questo pensavo chiudendo In morte di un collega opera prima di Fabrizio Rinaldini messo in circolazione dai tipi di Sassoscritto, una casa editrice fiorentina.

Un thriller in cui il protagonista si trova, suo malgrado, invischiato in una storia più grande di lui. Tutto inizia dal suicidio di un suo collega di lavoro. Ma se è vero che le differenze albergano nei particolari, gli occhi attenti di Francesco, il protagonista, sono acuti abbastanza per capire che quello che viene spacciato per un suicidio in realtà è un omicidio. Da questa scoperta, e con un’impennata continua, il romanzo acquista la forza di un vento teso, continuo, trascinante e straniante che avvolge Francesco in una bufera in cui è implicata una multinazionale e il suo potente direttore che non si fa nessuno scrupolo pur di mirare al suo potere personale e al crescente profitto che una medicina per l’aids può portare nelle casse della sua azienda, di cui peraltro è azionista. L’avvocato Tasson è un potente e può avvalersi della collaborazione pelosa di altri poteri forti e oscuri, vanta amicizie nel Sismi, ha contatti altolocati in politica, si crede intoccabile. E tutto porterebbe a dire che lo sia veramente. Ma nelle pieghe delle storie di ordinario sopruso e impunità alligna talvolta una giustizia che alla fine, almeno parzialmente, rimetterà a posto gli sgangherati tasselli che la cupidigia umana ha generato.

A fianco del protagonista, in lotta quasi solitaria, se si eccettuano gli amici di sempre, pronti come in gioventù a schierarsi dalla sua parte senza mai chiedere perché, ma solo dove e quando, si metterà Gloria, il magistrato che conduce le indagini su questa losca vicenda. I due sono descritti nel loro innamoramento, a partire da un’iniziale diffidenza, attraverso il riconoscimento di valori comuni pur nella loro diversità, fino alla passione travolgente che li salderà, per un breve attimo, l’uno all’altra.

I due sono diversissimi: “fascio” lui con una vicenda giudiziaria alle spalle che ne ha influenzato la vita, magistrato lei, integerrima servitrice dello stato, posta dall’altra parte della barricata in quel gioco di rappresentazione teatrale che è la posizione sociale che ognuno di noi interpreta.

Cominceranno a conoscersi nel solo modo che è possibile, abbandonando quei panni triti che la società gli cuce addosso e intravedendo le rispettive umanità nel denudamento.

In fondo la lealtà, il coraggio, la sincerità, la volontà nella ricerca della verità, il disinteresse non hanno bandiera ed il cattivo, il fascista, il violento, l’illetterato, l’incolto non è affatto come viene descritto dai benpensanti.

Se ne accorgerà Gloria quando Francesco, la prima volta che entra in casa sua, dopo aver osservato le riproduzioni dei quadri appesi alle pareti, commenterà in modo sapido i gusti artistici della padrona di casa. Così come se ne accorgerà quando Francesco, dopo aver sbirciato i titoli che compaiono nella libreria di lei, elencherà una serie di autori impraticabili che costituiscono il suo mondo ideale.

La cultura unifica, diventa forse l’unico mezzo per fare a pezzi i tanti luoghi comuni che avvolgono da sempre l’ambiente di riferimento di Francesco.

Ma non c’è tempo, i colpi di scena si susseguono a ritmo impressionante, con una tensione non crescente ma costante, come un’onda di tsunami che, a differenza delle onde di Bikini del documentario, invece di smorzarsi, tutto sommerge con potenza inalterata e devastante.

Il ritmo non si fa incalzante, è incalzante fin dall’inizio, come il Meltemi, vento secco e teso che spira sempre costante a se stesso senza soluzione di continuità, che snerva per la sua persistenza, che prostra scarnificando ogni osso.

La lettura segue questa velocità e il pericolo per il lettore è quello di finire fuori giri. È quello che è successo a me che ho cominciato a leggere come un cavallo frustato a sangue cui sono stati apposti dei paraocchi per non scartare, accorgendomene in tempo e ritornando a sfogliare le pagine all’indietro, rileggendole, per riprendere il controllo.

È un consiglio che do a tutti i lettori: siate sempre presenti a voi stessi quando leggerete le pagine di questo libro, non indossate i paraocchi, non fatevi prendere dal parossismo di una lettura veloce, lineare, senza deflessioni.

Sarebbe un errore imperdonabile perché una delle sue bellezze sta nella visione laterale che, come un drappo che sembra sfocato, riveste il tutto con un nitore che, seppur talvolta desolante, è una pura gemma cristallina.

Intraprendendo una lettura lineare si perderebbe il contesto da cui scaturisce la storia tutta. Quella stratificazione che fa affiorare l’ottimismo, a prima vista mancante, dal pessimismo più nero.

Si perderebbe la descrizione del contado fiorentino, metafora di tutte le contee di oggi, in cui multinazionali, manager senza scrupoli, prostitute, papponi, finanza anonima, affaristi di tutti i generi, agiscono, come un vento mefitico, sull’originario integro tessuto sociale che perde di consistenza, si sfilaccia, si strappa in un’orgia di profitto e d’interesse che fa strame dei rapporti saldi precedenti.

Si perderebbe infine l’affiorare di un ottimismo nonostante tutto, come un rivolo sotterraneo di acqua purificatrice ritemprante che come una polla talvolta esce in superficie, l’affiorare di ciò che rimane di questo substrato, fatto di rapporti umani cementati nel corso degli anni e delle difficoltà, di cameratismo incrollabile ancora persistente che permette a Francesco, pur scosso e schiacciato, di rimanere fermo nei suoi principi, di perseguire i suoi intenti, di cercare incessantemente una verità che sembra sempre sfuggirgli e di cercare di far affermare una giustizia, insidiata costantemente dai maneggi di chi sa di poterla fare franca sempre.

Ecco! È questa lettura stratificata e coinvolgente, sottostante al racconto principale, che si perderebbe e questo sarebbe un male assoluto.

L’ottimismo di una brace che cova costantemente sotto la cenere, inestinguibile anche quando i fuochi sono stati spenti, anche quando il cerchio dei carri dell’accampamento è stato spezzato, anche quando le devastanti truppe mongole hanno varcato gli Urali e si sono gettate, assetate di sangue, sul cuore dell’Europa.

Perché Francesco, il protagonista di questo thriller travolgente, lo sa, che non ci sarà mai nessun gelido inverno che può fare paura quando con passo leggero, con cuore palpitante, insieme ai fedeli sodali di una vita, si affronta la via.

Anche quando sembra che il destino ti tenda un agguato, anche quando tutto sembra perduto, anche quando lo sconforto dei giorni più neri sembra avere il sopravvento, c’è sempre una radiosa aurora pronta a scaldare il cammino.

Le radici profonde non gelano…

Mario Grossi

 

 

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

Frascati, 23 luglio 2011

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