Dottor Morte /2. E chiudiamo pure la Palmina

Non avrei mai pensato che anche il dottor Morte riuscisse a immaginarsi sotto un ombrellone a bere una bevanda ghiacciata, a tuffarsi in un mare cristallino e a dare un’occhiata ai bikini che gli gravitano intorno. Per questo dietro alla scrivania ha una postura più rilassata, i fogli sparsi sul tavolo sono di meno e l’abbigliamento è casual. Si aggiusta sempre gli occhiali sul naso e ogni tanto prende in mano un foglio e gli dà un’occhiata. Non deve leggere, non deve essere al corrente, non ha necessità di pensare a soluzioni alternative. Sono riflessi condizionati. Dottor Morte ci si nasce, non ci si diventa.

“Domani parto” mi dice e se non fosse che ho davanti il dottor Morte sarei pronto a giurare che ho visto un sorriso farsi strada in quella faccia dai lineamenti squadrati. Gli chiedo perché m’ha fatto chiamare dalla segretaria già in mattinata, lui che non mi sembrava entusiasta di parlare con i giornalisti. “Forse è autocompiacimento, volevo farle vedere quanto siamo stati bravi. In poco tempo abbiamo sistemato tutto. Li doveva vedere, quelli della Palmina. Stanno facendo i salti di gioia, si stropicciano gli occhi” ha l’aria soddisfatta e una fastidiosa aria di sfida.

Gira un foglio per farmelo leggere, indicandomi un punto preciso. Sul tabulato ci sono una sfilza di numeri incollonati sotto tre categorie: produzione, reparti e addetti. Sotto il suo dito c’è una freccia e uno zero. Nota il mio smarrimento e prova ad aiutarmi: “significa tendente a zero. Sono passati quasi due anni da quando la Palmina mi ha dato il mandato ed è quasi pronta a chiudere lo stabilimento. Non è un miracolo?”.

Si compiace e vuole che gli dica bravo, ma non mi esce. Lo fisso e lui si stringe nelle spalle. “Che c’è? Sempre i soliti pensieri fissi delle persone che perdono un lavoro, vero? Quasi nessuno riesce a capire che anche il mio è un lavoro. Meno male che ci sono i clienti a riempirmi di complimenti e soldi. Se fosse stato per voi, col cazzo che mi sarei potuto permettere la vacanza in Micronesia”. Gli chiedo nel bel mezzo dello sfogo cos’è mai successo per far sì che tutto avvenisse nell’arco di poco tempo.

Lui si ferma, si stupisce per aver perso il controllo, si ricompone e riprende a spiegare. “E pensi che siamo ancora lì per colpa dei sindacati. Se ne sono lavati le mani e tocca sbrigare tutto a noi. Quelli del nazionale non ne vogliono sapere nulla della famosa azienda agroalimentare. Sentono aria di sconfitta e scappano, un classico. L’ultima volta m’hanno detto che la questione diventava di esclusiva competenza del territorio. Hanno passato la patata bollente. Come se gliene fregasse qualcosa a qualcuno, giù a Latina. Convochiamo l’RSU, insieme ai sindacati provinciali, e loro vengono al tavolo arrendevoli, senza vie d’uscita. Partecipano solo per chiedere se possiamo reintegrare questo o quello, dopo l’estate o all’inizio del 2012. Eppoi tocca a noi girare per uffici regionali o ministeriali a cercare accordi che possano portare soldi per uno o due anni a queste famiglie”.

Ride di gusto. “Mi tocca pensare anche alla solidarietà, per far contenti i miei clienti. Se me l’avessero detto qualche anno fa, non ci  avrei creduto”. Si aggiusta sulla sedia. “Ormai la macchina che abbiamo messo in piedi funziona talmente bene che non c’è via di scampo. Lo sanno e si sono stancati di agitarsi. Abbiamo deindustrializzato quasi totalmente il territorio. I sindacalisti sono spossati di dover correre da una parte all’altra in cerca di accordi, di salvataggi e di acquirenti. La disoccupazione non è più una notizia, è una realtà ineluttabile. Cento licenziati in più o in meno, cosa cambia? Ora pensi, lo Stato imposta la Finanziaria per l’anno prossimo ma nessuno, nemmeno l’opposizione, parla di occupazione. Abbassare le tasse, mantenere le pensioni e rassicurare i mercati. Il lavoro non c’è, nemmeno alla lontana. Siamo ormai implacabili e infallibili. Ci mettiamo in moto e andiamo avanti”.

“Ormai alla Palmina sono convinti che sarà una questione di altri tre o quattro anni. Finite le sovvenzioni statali, anche quelle della mobilità e della cassa integrazione, l’azienda chiuderà i battenti. La produzione non c’è più, il grosso l’abbiamo trasferito nelle fabbriche in Inghilterra e Germania. E adesso ci siamo inventati la rotazione dei dipendenti, così le vecchie mansioni saranno un ricordo del passato. Creiamo disagio, sempre più marcato e pesante. Tra poco inizieremo ad offrire soldi in cambio di licenziamenti volontari. Denaro comodo per aprire un’attività o per un paio d’anni alla ricerca di una nuova occupazione. Lo vede, alla fine nemmeno siamo così cattivi”.

Graziano Lanzidei

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