Lista Pennacchi-Fli a Latina. Al di là della destra e della sinistra

L’articolo che segue è stato pubblicato oggi, 15 aprile, sul settimanale Gli Altri.

La redazione

LA SFIDA DI LATINA
PER ANDARE OLTRE LA DESTRA E  LA SINISTRA
miro renzaglia

In Fututo e Libertà, c’è chi dice no. Ma c’è pure chi dice sì. C’è chi dice che Futuro e Libertà è già fottuto perché non ha linea politica. Invece, ne ha addirittura due: una posizionata a poppa a rimirar rimpiangendo la riva del Pdl abbandonata dopo lo strappo di Fini a Mirabello, e un’altra che da prua scruta l’orizzonte e sceglie il mare aperto. Probabilmente, il rischio reale è che il vascello, sottoposto alle torsioni dei due pesi contrapposti e mal distribuiti a bordo, si spezzi e coli a picco prima ancora di aver trovato e presa la rotta giusta. Ma è indubbio che il neonato partito “futurista” rappresenti in questo momento un paradigma di assoluta vivacità politica.

Basta vedere cos’è successo al suo interno qualche giorno fa, quando le due anime sono state messe a duro confronto dalla proposta di Antonio Pennacchi di presentare una lista, Pennacchi-Fli appunto, alle prossime consultazioni municipali di Latina, in appoggio al candidato sindaco di centrosinistra. La proposta era ed è sicuramente hard. Ma per la rive-droit di Fli era addirittura indecente e, in quanto tale, irricevibile. C’è voluta tutta la capacità di mediazione di Fini per arrivare ad un compromesso: la lista si farà ma al primo turno correrà da sola con un proprio candidato, Filippo Cosignani. Se dovesse entrare in ballottaggio, andrà per vincere contro l’altro candidato: di centrodestra o di centrosinistra che sia. Se non dovesse superare il primo turno, appoggerà il candidato di centrosinistra, come ha preteso Pennacchi (che in tasca ha la tessera del Pd) in cambio della sua disponibilità a mettere faccia e nome accanto al simbolo di Fli.

Probabilmente lo scontro interno è solo rinviato al giorno dell’eventuale indicazione di voto per un ballottaggio che escludesse la loro lista. Infatti, Adolfo Urso, il più riottoso all’accordo, per il momento nicchia: dice e non dice, incassa il colpo ma, neanche in maniera tanto velata, ha fatto già sapere qualche giorno fa sul Corriere che mai e poi mai accetterà passivamente che Fli voti per il candidato di centrosinistra. Staremo a vedere.

Nel frattempo, però, se si vogliono comprendere le dinamiche di questi giorni, sarà utile ricordare che, nella storia della formazione politica maggiore partorita nel dopoguerra sulle ceneri del regime fascista, dal Msi ad An per intenderci, le due anime che ancora una volta entrano in contrasto in questi giorni ci sono sempre state. Una, quella progressiva e “sociale”, ispirata dalla Carta del Lavoro, dal corporativismo e dalla socializzazione delle imprese e l’altra, “conservatrice”, che incarna le istanze riassumibili, per necessità di sintesi, nel trinomio “dio patria e famiglia”. La prima, che mal ha sempre digerito la collocazione a destra del proprio partito e la seconda che  non ha mai neanche saputo immaginare altro posizionamento.

Non starò qui ora a ripercorrere tutte le tappe di questa dinamica. Mi limito a ricordare due episodi emblematici di queste identità. Alla fine degli anni 50, in Sicilia, il Msi mandò all’opposizione la Democrazia cristiana alleandosi con il Pci di Togliatti. La giunta, che vide protagonisti Emanuele Macaluso (Pci) e Dino Grammatico (Msi), fu presieduta dall’eretico democristiano Silvio Milazzo (da cui il “milazzismo” con cui l’esperienza è passata alla storia), durò pochi mesi: poi l’Msi ne fu espulso per il rigurgito di vecchie pregiudiziali antifasciste. E fu un peccato perché, di fatto, ad essere sconfitta fu l’ala sociale del partito (Beppe Niccolai, Nino Buttafuoco, Filippo Anfuso, Ernesto De Marzio, Gianni Roberti figura storica, quest’ultima, del sindacato missino Cisnal) che, proprio da quel momento, cominciò una corsa sempre più veloce verso posizioni conservatrici. Talmente conservatrici e di destra che, negli anni 70, in occasione del famoso referendum per il divorzio, Almirante (sempre lui quello che di lì a poco si farà promotore di una legge per il ripristino della pena di morte) non ebbe scrupolo alcuno a schierare l’Msi a favore dell’abrogazione in nome del sacro vincolo coniugale (“dio e famiglia”, insomma).

Stavolta, tuttavia, non sono i temi etici a segnare lo spartiacque. Su quelli disegnati da Gianfranco Fini nei mesi scorsi: testamento biologico, fecondazione assistita, riconoscimento delle coppie di fatto, anche gay, diritto di cittadinanza e di voto agli immigrati regolar, richiamo alla laicità dello stato e alla legalità, Futuro e Libertà sembra compatta. E’, piuttosto, e come si diceva all’inizio, la questione del posizionamento politico e delle alleanze a creare frizione. C’è chi vuole per forza fare la “terza gamba” di un tavolino che sembra sempre più quello delle sedute spiritiche(ma non si capisce allora perché sono usciti dal Pdl). E c’è chi dice no, appunto. C’è chi crede ancora nella dicotomia radicale e irriducibile tra “destra” e “sinistra” e chi, per via libertaria (si legga in proposito Il fascista libertario di Luciano Lanna, Ed. Sperling e Kupfer) di destra e sinistra  non vuole più, ma proprio più sentir parlare.

miro renzaglia

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