Van der Capellen, Ceracchi e le statue contese

Svegliarsi nei Paesi Bassi dopo più di 200 anni, ricordandosi di aver ordinato ad un artista romano intorno al 1785 (e pagato) un gruppo statuario composto da 4 opere ed accorgersi di non averlo mai ricevuto è indubbiamente un fatto non ordinario. Ma la storia ed il susseguirsi di vicende irrequiete a volte impediscono l’attuazione dei progetti anche più semplici.

Nel 1787 truppe prussiane avevano invaso i Paesi Bassi su richiesta di Guglielmina di Prussia, sposa di Guglielmo V di Oranje-Nassau, reggente della Repubblica delle Sette Province Unite, in un sistema politico molto confuso, a metà strada fra la repubblica e la monarchia. Guglielmina aveva chiesto al fratello, re di Prussia, truppe per aiutare il marito contro i Patrioti, repubblicani riformatori ribelli. Statue di un monumento mortuario passano naturalmente in secondo piano, in questi casi.  L’autore del lavoro, lo scultore Giuseppe Ceracchi aveva finito il monumento presubilmente nel 1789 ma trasportarlo in Olanda sarebbe stata una “missione impossibile”. La situazione politica non era delle migliori e un monumento ad un patriota inaccettabile. Guerre, rivolte ed invasioni e la famiglia reale Oranje-Nassau vincente, fecero poi scordare l’esistenza del monumento.

L’opera commissionata allo scultore Ceracchi e dedicata al patriota olandese Joan van der Capellen, rimase a languire a Roma per poi finire nei giardini di villa Borghese dove lo scrittore olandese Godfried Bomans, negli anni ’50, la riscoprì. Nei giardini si trovava un leone di marmo, a quanto pare molto amato per le foto ricordo, che attirò la sua attenzione. L’animale teneva un fascio di 7 frecce fra le zampe anteriori, simbolo olandese rappresentante i Paesi Bassi e le sette province. La “bestia nazionale”, cosa ci faceva a villa Borghese, in Italia? Non lontano dal leone, a circa 100 metri di distanza, si trovavano anche due statue raffiguranti due “vergini” di marmo ed ancora più avanti una statua alta 3 metri, raffigurante un uomo, in stile senatore romano: van der Capellen, appunto.

L’atelier di Ceracchi si trovava su terreno della famiglia Borghese. Lo scultore era deceduto in Francia. Di seguito all’attentato a Napoleone del 24 dicembre 1800 fu arrestato e ghigliottinato. L’affitto del suo studio era scaduto da tempo e nel 1839 il tutto divenne proprietà della famiglia Borghese. Le statue “olandesi” furono vendute, si racconta, per una cifra irrisoria e senza nessun accenno, nel contratto, al nome van der Capellen. Lasciamo in sospesso se si sapesse o meno che la proprietà, giuridicamente parlando, risiedeva nei Paesi Bassi. Le statue: van der Capellen, donna Giustizia e donna Overijssel, provincia olandese, in compagnia del leone, cominciarono la loro avventura nei giardini della villa, in attesa di tempi migliori.

Nel 1980, dopo un’interrogazione parlamentare, il governo olandese decise di non intraprendere nessuna azione per il loro recupero. Le statue rimasero al loro posto, a Roma. Nel 2009 se ne parlò ancora in parlamento, dopo una serie di articoli apparsi sul quotidiano regionale de Stentor nel 2008. Il ministro della Cultura sottolineò come la proprietà fosse di fatto ormai italiana ma si disse disposto a sostenere iniziative per farle tornare in Olanda. Una delegazione si recò quindi a Roma, a villa Borghese per cercare una soluzione al “problema”.

Ma chi era van der Capellen? La sua vita fu corta ma politicamente molto animata. E non è capitato a tutti i patrioti europei di ricevere una lettera con i sinceri ringraziamenti di George Washington, primo presidente Americano. A van der Capellen capitò: «La sua nazione, ed in special modo la sua persona –  scriveva Washington – si sono guadagnate la fiducia e la stima degli Stati Uniti. So per certo che a questo penseremo con gratitudine ed onore ancora per molto tempo».

Il barone Joan Derk Van der Capellen tot den Pol (Tiel,1741- Zwolle,1784), se l’era naturalmente meritato: un politico con una visione repubblicana, altruista al punto giusto, sostenitore di cambiamenti europei e della Rivoluzione americana in un continente europeo infiammato e pieno di pulsioni innovatrici. Attirato dall’Illuminismo viaggiò per l’Europa incontrando grandi riformatori e nei Paesi Bassi partecipò come parlamentare e cittadino alle lotte politiche contro la concentrazione dei poteri nelle mani di un unico reggente. Si battè contro i residui di quelle pratiche medievali che obbligavano i contadini a lavorare due volte all’anno gratis per gli amministratori di alcune province. Si oppose alla domanda della Gran Bretagna di rendere disponibili reggimenti della Brigata Scozzese, allora al  servizio dell’Olanda, per la lotta contro l’indipendenza americana. Organizzò una raccolta di fondi per gli americani, 200.000 fiorini, mettendoci 20.000 fiorini di tasca sua.

Gli americani gli furono così grati che nel 1908 gli dedicarono una tavoletta di bronzo incisa, che portarono dagli Stati Uniti ai Paesi Bassi, per commemorare: “i servizi resi da questo patriota alle colonie nordamericane nella loro battaglia con la Gran Bretagna nella rivoluzione. Impegno che contribuì al riconoscimento della loro indipendenza come nazione, negli Stati Generali dell’Olanda”.

Nel settembre 1781 fu suo il volantino che venne distribuito nella provincia Overijssel e indirizzato proprio “Al popolo olandese”. Una novità politica. Van der Capellen sosteneva che la famiglia regnante degli Orange-Nassau e i vari reggenti se ne infischiavano altamente del popolo ma che pensavano solo alla “poltrona”. Messaggio sempre attuale. Esprimeva il concetto dell’uguaglianza umana in questi termini: -Tutti gli uomini sono nati liberi. Per natura, l’uno non è in posizione di giudicare l’altro. Un uomo può essere più intelligente o forte o ricco dell’altro ma questo non concede il diritto di comandare su chi lo è meno. Dio, il padre di tutti, ha creato gli uomini per essere felici e a tutti ha imposto il dovere di rendere felici gli altri-.

La qualità maggiore di van der Capellen fu quella di avvicinare la politica al cittadino. Il politico di destra Pim Fortuyn, assassinato nel 2002 dall’attivista di estrema sinistra militante della causa animalista, sostenne di essere stato ispirato da lui.

Dopo la morte di van der Capellen nel 1784, per onorare van der Capellen, al contrario degli orangisti contro-rivoluzionari che gli avevano invece fatto saltare in aria la tomba, venne raccolta la cifra di 45000 fiorini per la costruzione di un monumento tombale molto classico, da piazzare nella Grote Kerk, la chiesa principale della città di Zwolle, nella quale il politico aveva vissuto. Contratto fatto, soldi versati, opera eseguita  ma mai arrivata fino ad oggi.

E anche nel 2011, nonostante l’impegno di molti: parlamentari, sindaco, storici, una delegazione, una conferenza per cercare di commuovere Roma, perfino una clip in italiano con una intervista/mezza supplica per smuovere i cuori, cena offerta dall’ambasciatore olandese a Roma, originario della stessa città di Zwolle che reclama le opere, la mitica rappresentazione di van der Capellen resta in Italia.

Le statue che sono rimaste nei giardini di villa Borghese fino al 1993 e che, grazie ad un sussidio, sono state recentemente pulite, si trovano al momento in un deposito all’aperto del Museo Pietro Canonica, non accessibile al pubblico, e tanto meno ai “patrioti olandesi”.

L’unica soluzione potrebbe essere quella suggerita dalla burocrazia: per circa 50.000 euro si potrebbero fare copie delle statue (pagare due volte, in pratica) e quelle potrebbero essere inviate a Zwolle e esposte al posto delle originali, che sembrerebbero per sempre destinate all’Italia.

Roma nun fa’ la stupida stasera damme ‘na mano a faje di de sì.

Arba

.

.

.

 

 

 

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks