Phil Dick. La città sostituita

Mario Grossi

È il destino di molti B-movie e di molti attori che li hanno interpretati. I loro contemporanei li giudicano, se va bene, delle pellicole d’intrattenimento, realizzate da mestieranti che non sono riusciti ad avere la critica dalla loro parte. Nel nostro panorama cinematografico gli esempi si sprecano. La commedia sexy all’italiana, tanto vituperata negli anni settanta, è stata rispolverata. Quei filmini che facevano storcere la bocca agli intellettuali e ai bacchettoni, oggi sono inseriti in retrospettive che ne lodano l’arte.

Questo è solo un esempio tra i tanti. Totò, prima di essere considerato quel genio che era, ha per molti anni dovuto sopportare l’ostracismo del giudizio colto, accontentandosi soltanto della venerazione che il suo pubblico analfabeta (in realtà molto più alfabetizzato dei tanti zotici con la puzza sotto il naso che lo schifavano) gli tributava. Lo stesso si potrebbe dire dell’ultima rivalutazione in atto, quella di Ciccio e Franco, diventati di colpo dei grandi attori, da quei guitti che erano sempre stati considerati.

Nel mondo della letteratura questo tipo di riflesso condizionato è forse ancora più presente che non nel cinema. E la sua presenza si fa sentire talvolta tirandosi dietro il ridicolo di situazioni che, lette a posteriori, sono veramente grottesche e testimonia il fatto che la critica i libri proprio non se li legge, al massimo ne parla per quel che se ne dice. Non si può spiegare altrimenti le marce indietro ridicole cui spesso si assiste.

Solo un esempio su tutti a dimostrazione di questo risibile atteggiamento.

In senso dispregiativo, considerato un grande mestierante di genere, George Simenon è stato considerato un ottimo artigiano del libro giallo, inserito in collane a poco prezzo e venduto in edicola o in quei baracchini ruotati, poi spariti dalle stazioni italiane, per una lettura disimpegnata nelle ore morte passate su un vagone ferroviario. Pubblicato in edizioni economiche, dalla copertina brutta e seriale, dalla pagina con il testo proposto su due colonne a testimonianza, anche visiva ed estetica, che quel libro era in realtà un anello di congiunzione tra il fumetto e il libro vero e proprio, una specie di ominide, a metà tra il pitecantropo e l’homo sapiens.

Oggi Simenon, eletto scrittore di culto, è salito nell’empireo degli scrittori attraverso la pubblicazione della sua opera omnia a cura della casa editrice più trendy da decenni: l’Adelphi.

La stessa sorte è toccata a Phil Dick il cui ultimo volume pubblicato La città sostituita, è in libreria dal gennaio di quest’anno, preso in carico dalla casa editrice Fanucci che lo sta ripubblicando tutto.

Come Simenon, Dick è stato a lungo considerato scrittore di genere, nel caso specifico di fantascienza e scrittura fantastica, prolifico ma indegno di essere inserito a pieno titolo nel novero degli scrittori.

Cosa hanno in comune gli attori di B-movie riscoperti e scrittori come Simenon e Dick è presto detto.

Totò, Ciccio e Franco, Simenon e Dick sono dei mestieranti, se volete usare il termine dispregiativo della critica colta, sono degli artigiani se optate per una definizione meno supponente.

Sono attori e scrittori che hanno forgiato la loro capacità espressiva come degli artigiani veri e proprio. Non si sono laureati all’Actor Studio e non si sono diplomati in nessuna scuola di scrittura creativa. Hanno piegato la gobba “a bottega”, hanno fatto un lento e lungo apprendistato che ne ha modellato le loro caratteristiche. Si sono costruiti, con realismo, un’esperienza che alla fine gli ha permesso di padroneggiare senza sbavature il mezzo espressivo che si sono scelti.

Come sostiene anche Antonio Pennacchi, a proposito del suo Mammuth, rifiutato decine di volte e riscritto negli anni del rifiuto molte volte. È in quella riscrittura molteplice che ha imparato il mestiere.

Spesso hanno lavorato per la pagnotta, hanno scritto o recitato in modo seriale per sfuggire ai morsi della fame, per portarsi a casa un pasto caldo. Non l’hanno fatto, come le fighette, per scrivere imperiture opere d’arte, ma per quelle passioni primordiali che spingono ogni azione umana: una passione bruciante e una fame atavica.

Spesso gli è stata rimproverata questa serialità, sinonimo di ripetitività svilente e annacquante. Serialità che oggi costituisce una miniera d’oro per gli editori che, in nome di una completa ed esaustiva esegesi dell’autore, sono pronti a pubblicare anche i loro pensierini delle elementari. Ipocrisia che nasconde l’ansia di monetizzare una moda, e che li rende responsabili di un denudamento osceno che non giova per nulla agli autori.

Serialità che, se da un lato tende a prosciugare la fantasia degli autori che hanno prodotto anche schifezze, ma dall’altro gli ha permesso di condensare il loro stile in modo inconsapevole ma deciso.

Scrivendo e riscrivendo, i maldestri utilizzatori della parola scritta e orale, sono diventati dei maestri artigiani che in alcuni casi, quando hanno innervato la loro maestria con il lieve soffio dell’arte, sono diventati dei veri grandi scrittori. Come nel caso appunto di Simenon e di Dick.

Che hanno in comune, non casualmente, un altro tratto. Quello di essere stati inizialmente riscoperti proprio dal cinema, forse a testimoniare il fatto che l’ultima delle arti in senso temporale e per lungo tempo considerata minore, d’intrattenimento, adatta a plebi incolte cui dispensare alcune ore liete senza nessun’altra pretesa, aveva capito, forse con la pancia, che esisteva una materia viva, pulsante, artistica in quel calderone di sentimenti, sensi, umori negli squinternati albi della letteratura di genere.

È così che Dick è stato realmente saccheggiato dagli sceneggiatori cinematografici che, come gli avvoltoi l’hanno smembrato ma anche riportato alla luce da quell’oblio in cui era piombato, noto solo agli affezionati di Urania.

È così che negli ultimi anni si sono susseguiti studi su di lui e che oggi è considerato uno dei maggiori scrittori della letteratura americana del dopoguerra.

Ed è così che, dopo i suoi maggiori capolavori, giunge in libreria La città sostituita.

La trama del romanzo è di una banalità quasi disarmante. Si parte da un luogo comune che ne rappresenta l’avvio. Il protagonista, Ted Barton, dopo molti anni d’assenza dalla cittadina di Millgate dove era nato e in cui aveva vissuto i primi anni della sua vita, torna nella sua città natale per riassaporare molto anonimamente il gusto del ricordo, per riappropriarsi di un passato che, come tutti i passati vissuti, con gli occhi di un bambino, sono ammantati da un’aura dorata. Millgate è un tranquillo paese della provincia americana, lontano e tagliato fuori dal mondo in cui le vite scorrono lente e senza scossoni. Barton ci va in vacanza appunto per riscoprire il dolce sapore del suo passato di bambino. Vuole rivedere le strade dell’infanzia, i negozi che gli erano più cari e le facce di quelli che pensa siano ancora i suoi abitanti.

È a questo punto che irrompe sulla scena un dubbio sempre più radicato e sempre più verificato da Barton e che imprime al racconto un’impennata da brivido che strangola il protagonista e che lo spingerà poi alle azioni che si succedono sempre più accelerate ma sempre coperte da un alone di mistero che solo alla fine sarà diradato.

Barton non trova la città che si aspettava e che si ricordava. Tutti i nomi delle strade non sono gli stessi, sono tutti cambiati, i negozi sono diversi rispetto ai suoi ricordi, gli abitanti interrogati sembrano vivere in una specie di oblio che gli impedisce di rispondere alle sue domande sempre più preoccupate.

In questa nuova Millgate, scopre addirittura che lui sarebbe morto all’età di nove anni. Altri fatti risultano sconcertanti. Uno su tutti: chi cerca di abbandonare la città non può farlo, la città sembra essere stata isolata dal resto del mondo. Esiste una barriera che viene descritta in modo mirabile e che costituisce un vero e proprio pezzo di bravura in cui si condensa tutta la cifra di Dick. La barriera che, a metà del romanzo, il lettore si aspetta come un muro alieno e incomprensibile, in realtà non è nient’altro che un camion rovesciato che blocca la strada e da un groviglio di tronchi d’albero che il camion trasportava. Una cosa usuale, semplice, normale, banale, quotidiana da cui fuoriesce una misteriosa proprietà attanagliante. Il groviglio di tronchi è come una sabbia mobile, chi tenta di superarla ci si trova intrappolato dentro. Ogni passo lo fa scivolare indietro e i tronchi smottano ricoprendolo e soffocandolo. Barton ci si troverà immobilizzato dentro per sette ore senza accorgersi del tempo che trascorre.

È in questo contesto che il protagonista si renderà conto di essere piombato in una realtà aliena, in cui si sta combattendo una disperata battaglia di una guerra molto più vasta, a cui Barton deve partecipare: la lotta assoluta tra il Bene ed il Male.

Il lieto fine, preceduto da uno scontro furioso che mi ha ricordato la battaglia al fosso di Helm de Il Signore degli Anelli, non attenuerà nel lettore quel senso di sospensione, di precarietà che questo risultato porta. Risultato che sembra parziale e momentaneo, proiettando un sentimento angoscioso sul nostro destino.

La bellezza di questo romanzo e la bellezza di Dick sta proprio in questa banalità, in cui tutto si svolge e la sua cifra inquietante è riposta in questa consapevolezza implicita. L’alienante straniamento del protagonista che si interroga sul proprio passato domandandosi chi è lui, se tutto il suo passato è qualcos’altro da quello che ricordava, il fantastico angosciante mondo parallelo che ci permea e ci sovrasta sgorga sempre e comunque dal normale, dalla piana vita di tutti i giorni. È presente nel delirio quieto della propria casa, è nascosto, pronto a esplodere, nei nostri rapporti affettivi più intimi. È nel piccolo spazio che ci circonda tutti i giorni che alligna il pericolo. Non esistono zone franche alla nostra disperazione, ogni posto è un potenziale campo di battaglia.

In questa battaglia senza quartiere Barton trova un alleato, un barbone ubriacone, posto ai limiti della nuova città, che gli permetterà di recuperare il suo ricordo e metterlo al servizio della vittoria finale.

A testimoniare l’importanza di una comunità, ridotta ai minimi termini se volete, che solo nel ricordo, nella memoria, nell’incarnarsi di un passato che non è catena incapacitante ma appiglio sicuro a tutte le azioni presenti e future, trova la sua ragione d’essere e la ragion d’essere di ogni individuo che, se separato da tutto questo, non può che essere un emarginato, senza speranza e senza futuro, singola particella fluttuante senza senso alle prese con una nausea che lo soverchia, avvolgendolo come una vertigine.

Questa lotta contro l’illusione, in questo caso l’illusione di una nuova città posticcia che si è sostituita alla precedente vera, richiede quindi una solidarietà che si esplicita nel rapporto tra i due, alle prese con una battaglia più grande e più vasta di loro ma che comunque decidono di affrontare.

E in questo gioco di doppia realtà, di posticcio e vero stratificati e che vivono in parallelo, sta l’ultimo aggancio alla bellezza straniante di Dick. Bellezza che non si arroga mai il diritto di decidere, che non sceglie mai la facile strada del moralismo, com’è attestato dai colloqui di Barton con il dottor Meade che rappresenta i nuovi cittadini, quelli posticci, e che invoca, per sé e per i nuovi, pari dignità, domandandosi perché la vera città dovrebbe essere restaurata e perché dovrebbe tornare a esistere a scapito di quella posticcia.

La città sostituita sembra quasi rivivere nelle scene di un altro film diventato di culto che nulla ha a che vedere con Dick: Matrix e le sue due realtà sovrapposte. Omaggio inconsapevole a Phil Dick, alle sue ossessioni banali, ai suoi mondi angoscianti, alle sue distorsioni mentali, ai suoi deliri, ai suoi incubi a occhi aperti che ce lo restituiscono alla lettura come uno dei più intriganti scrittori che la nostra fantasia di lettori possa incrociare.

Perché quei mondi angoscianti, quelle distorsioni mentali, quei deliri, quegli incubi a occhi aperti, ce l’insegna proprio lui, sono ipotesi parallele alla nostra vita quotidiana, sono ad essa soggiacenti e possono irrompere con fragore distruttivo in tutte le nostre vite. Non possiamo eluderle, possiamo solo prepararci a subirle e a contrastarle.

Forse, tra i suoi oscuri presagi, proprio questo è il messaggio più forte che è anche un invito alla speranza. Alla fine del tunnel, fatto di buoi e di silenzio, forse una piccola luce può apparirci. Una luce inquietante che illumina, dandole senso, la vita che troppo spesso ci scorre tra le mani in modo inconsapevole.

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

Frascati, 20 marzo 2011

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