Libia. Corsi e ricorsi storici

miro renzaglia

L’articolo che segue è stato pubblicato sabato scorso, 19 marzo, sul Secolo d’Italia.

La redazione

LIBIA, IERI E OGGI
MA DOVE SONO I MUSSOLINI E I NENNI?
miro renzaglia

Non c’è niente da fare, aveva ragione Vico: la storia si ripete. Accordi di amicizia (o di alleanza) che vengono strappati dall’oggi al domani e fronti che si rovesciano. E’ la storia scritta da re Sciaboletta a Seconda guerra mondiale in corso. Ma è cronaca pure di questi giorni. Meno di due anni fa, con mano ferma dell’attuale capo di Governo, Silvio Berlusconi, fu sottoscritto un trattato di amicizia con la Libia. Tale era la forza di questo vincolante accordo che fu consentito a Gheddafi di venire a far visita per due volte a Roma, accettando i suoi sputi in faccia all’Italia e agli italiani. Peggio: riservandogli gli onori che il nostro premier ha inteso suggellare con un fervido baciamano. A distanza di pochi mesi, l’inossidabile novello “patto d’acciaio” Roma-Tripoli è andato in frantumi. Ai primi scricchiolii del regime libico, infatti, il nostro ministro della Difesa Ignazio La Russa, il 25 febbraio, dichiarava: «Di fatto il trattato Italia-Libia non c’è già più, è inoperante, è sospeso». E fin qui, per similitudine, siamo al 25 luglio. Ma volevate che non si arrivasse anche all’8 settembre? E quando mai ci lasciamo scappare queste incredibili occasioni per confermarci, fedeli nei secoli, i formidabili voltagabbana che la storia ci riconosce essere? L’Onu ha appena votato la risoluzione “No Fly Zone” che di fatto consente l’occupazione militare del cielo di un Paese fino a prova contraria “sovrano”, e sempre l’iperattivo La Russa si affretta a dichiarare la completa disponibilità dell’Italia alla nuova impresa: «Possiamo intervenire – dice – in ogni modo con la sola tassativa esclusione di interventi via terra». Tant’è che la nostra portaerei “Garibaldi” è già in viaggio per il Golfo della Sirte e le nostre basi aeree, a disposizione delle forze Nato.

Ma la storia mica ha dei limiti nel suo ripetersi. Così, tanto per giocare con la memoria, la cronaca attuale ci ricorda pure qualcos’altro. Fatalità vuole che proprio quest’anno ricorra il centenario della nostra occupazione coloniale della Libia, avvenuta nel 1911. La volle, fortissimamente volle, quel capo di Governo al suo IV mandato (guarda un po’ i casi) Giovanni Giolitti. Ma sì, proprio lui, quel Giolitti uscito indenne, benché pesantemente coinvolto, da uno dei primi scandali finanziari della storia unitaria: il crack della Banca Romana (una specie di tangentopoli, più di un secolo prima di quella a noi più fresca). E, come se non bastasse, noto e riconosciuto compratore di voti parlamentari, qualora il caso gliene incorresse, per sostenere la sua maggioranza di governo. Il grande (?) statista liberale non badò né a spese né al dispendio di uomini: oltre mezzo milione di italiani furono richiamati alle armi pur di raggiungere l’obiettivo della conquista cirenaica  e tripolitana. A poco valsero le obiezioni di coscienza e di piazza intraprese dagli oppositori socialisti e repubblicani che non ne volevano sapere, da poco compiuta la propria indipendenza nazionale, di andarsi a fottere quella altrui. Ci rimisero soprattutto i massimalisti,  come quel tal Mussolini Benito (che definì l’impresa «un atto di brigantaggio internazionale») e tal Nenni Pietro, pagando con la galera, la loro ostinata opposizione. La Libia fu comunque conquistata. Ma mal gliene incolse al Giolitti: nelle successive elezioni politiche del 1913, la maggioranza governativa scese da 370 deputati a 307, i socialisti raddoppiarono la loro rappresentanza parlamentare e il Governo giolittiano, da lì a poco, fu costretto alle dimissioni. E – guarda sempre un po’ il caso – a farlo cadere furono proprio i suoi più fedeli alleati di governo: i radicali.

Ora, non è che noi si pretenda che la storia si ripeta tale e quale, per filo e per segno ogni volta che le rassomiglianze fra vicende di ieri e di oggi ci appaiono in evidenza. Eppure, ad appuntare le coincidenze con i suoi corsi e ricorsi, un sorrisino di incerta speranza non possiamo non farcelo spuntare a fior di labbra. Non fosse altro che all’entusiastica adesione dei pidiellini alla nuova impresa, risponde la frenata  del carroccio leghista che per bocca del suo leader, Umberto Bossi, dichiara: «La Lega Nord si sente vicina alla posizione della Germania, per quanto riguarda il problema della Libia». Gioverà ricordare che il Cancelliere tedesco, Angela Mekel, ha detto che la risoluzione Onu che ha dato il via libera alla No fly zone e a eventuali raid aerei «non è stata ponderata al 100%». Tant’è che la Germania non partecipa alle operazioni militari. Lega Nord oggi, come radicali ieri? L’equazione è affascinante, anche se improbabile. Piuttosto, dove sono i Mussolini e i Nenni di allora? Certo, non nel Partito democratico, visto che Pier Luigi Bersani ha così salutato la notizia: «Alla buon’ora la comunità internazionale ha detto una cosa chiara, cioè che a una persona che riteniamo criminale e che vogliamo mandare al Tribunale dell’Aja non possiamo permettere di bombardare Bengasi. Ci sono gli strumenti – ha aggiunto – per applicare la risoluzione dell’Onu. Io mi auguro che Gheddafi ora blocchi l’operazione».

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