150° dell’Unità. Ma l’Italia s’è desta?

Umberto Bianchi

Certo, festeggiamenti come questi, qui in Italia non se ne vedevano da un pezzo. Forse per il cinquantenario dell’Unità d’ Italia sotto i Savoia o durante il Ventennio l’idea di Patria conobbe sicuramente fasti che nel grigio e lungo dopoguerra catto-comunista non conobbe più. Anzi. Sino a pochi anni fa a parlare di Patria venivi preso per scemo o nostalgico e se poi insistevi, senza tante storie, ti veniva appiccicata addosso l’etichetta di “fascista” con la quale ti venivano automaticamente chiuse le porte della società, grazie ad un meccanismo di ostracismo che rendeva l’inquisito in oggetto un vero e proprio appestato sia dal punto di vista politico e culturale che da quello umano.

Erano anni in cui si preferiva parlare di “paese” e se qualcuno provava a rammentare tragedie come le foibe, l’orrendo episodio di Kindu, etc., ti rispondevano facendo spallucce e la vita andava avanti senza tante storie. Oggi d’improvviso, sembra esser cambiato il clima, tricolori ovunque, inni cantati a squarciagola anche alle feste dell’immarcescente PD, discorsi pieni di pathos e di consensi bipartisan, Benigni a cavallo in veste di nuovo condottiero degli italici destini, lì a rammentarci l’orgoglio delle nostre radici profonde attraverso singolari rivisitazioni dantesche….

Dobbiamo dunque aspettarci un nuovo e virulento revival risorgimentale? L’Italia nelle vesti di nuovo Giappone del Mediterraneo? Andiamoci piano. La crisi con cui la Postmodernità esordisce sul proscenio è, anzitutto, una crisi ideologica che travolge tutto e tutti, senza eccezioni di sorta. Sinistra, Destra, Centro non riescono più a dare quelle risposte, quelle certezze esistenziali in grado di tenere testa alla crescente insicurezza di un Divenire Tecno Economico sempre più fuori controllo. Crisi economiche repentine, terremoti, tsunami, eventi meteorologici fuori controllo, attentati catastrofici, tutte le tranquille certezze che il modello occidentale sembrava garantire sembrano essere d’improvviso vanificate.

Ecco allora, rifare la loro comparsa istanze che sino a quel momento sembravano rappresentare obsolete, come quella rappresentata dalla religione o, ancor più, dall’appartenenza ad una comunità di sangue, di destino, accomunate dal radicamento in un determinato territorio, la Patria per l’appunto. Un’istanza questa che oggidì si presenta nel nostro beneamato paese in modo talmente confuso ed incoerente, da farci dire che non di un vero patriottismo trattasi, ma di una sua quanto mai rabberciata e virtuale versione, come tutto ciò che oggidì ci circonda totalmente imperniato sul culto di un’apparenza e di una superficialità asfissianti.

A definire ed indirizzare quei parametri di pensiero che determinano la cultura, ossia la visione del mondo (e quindi le azioni, sic!) di un popolo e delle sue generazioni a venire, sta oggidì un modello puramente mediatico e virtuale, totalmente decrebrato e privato di contenuti fondanti che non siano quelli legati all’economicismo ed alla più totale mercificazione dell’uomo e di tutti gli aspetti della sua vita.

Una volta esistevano le attrici, misterioso oggetto di apprezzamento e desiderio per noi comuni mortali, dispensatrici di capricci o enigmatici sorrisi, in grado di scatenare in noi i più  inconfessabili desideri. Oggi invece ci sono le “veline”, una specie di surrogato postmoderno dell’antica attrice, tutte forme e sorriso, frutto della spersonalizzante catena di montaggio mass mediatica, prodotte in serie per accontentare un pubblico lobotomizzato. Aspirazione delle giovani nostrane è oggi divenire “veline” o partecipare a miss Italia, mentre maschi e femmine sgomitano per ottenere un posto a quel  concentrato di banalità, idiozia, e vuoto totale rappresentato dal “grande fratello” o dall’ “isola dei famosi”, magari con la benedizione di mamma e papà.

Di cultura poi non si parla più se non attraverso una continua spettacolarizzazione e cartoonizzazione, che fa della storia, dell’arte, del pensiero, una serie di immagini grandiose con sottofondi di musiche da film, prive di qualsiasi contenuto. E se poi si è un po’ più irrequieti, esiste sempre lo stadio, ove sfogare i propri istinti, prestando magari inconsapevolmente il fianco agli interessi occulti di qualche gruppo “sportivo” quotato in borsa.

La verità è che da noi ci si attarda ancora a considerare i Berlusconi, i Bersani e compagnia bella alla stregua di protagonisti della vita politica del paese quando, in verità, a farla da padrone sono loro, i Lele Mora, i Fede, i Corona, le Belèn e le loro coorti di veline e pettegolezzi da strapazzo. A primeggiare qui sono questioni di interesse strategico primario, quali le presunte “fellatio” stoicamente subite da un Berlusconi, vittima della giovanile irruenza di aspiranti veline o le cronache delle avventure galanti dei vari Marrazzo o altre amenità del genere.

Ma, se si parla di interessi nazionali strategici, allora la musica cambia, ci si accoda subito ai desiderata della cosiddetta “comunità internazionale”, autorizzando, per esempio, l’uso delle basi in territorio nostrano per bombardare o minacciare il legittimo governo libico, guidato dal Colonnello Muammar Gheddafi, intento a tentare di porre fine al tentativo di golpe reazionario foraggiato dai soliti noti. O come, nel caso della guerra in Kosovo, per far bombardare la Serbia, un paese europeo, con le micidiali bombe all’uranio arricchito, alla faccia dei desiderata anti nuclearisti e simil pacifisti a tutt’oggi manifestati da personaggi alla Massimo D’Alema che, di quella vergognosa stagione furono protagonisti di prim’ordine. Per non parlare dell’invasione. Già, perché se non ve ne foste accorti, l’Italia è oggi fatta oggetto di una vera e propria invasione dalle coste del Nordafrica, magari mascherata da “arrivi umanitari”, determinata dalla volontà dei poteri forti di farla finita una volta per tutte con l’Italia e l’Europa.

Quella delle crisi in Nordafrica è parsa l’occasione d’oro per organizzare, programmare e cercare di portare a compimento il criminale progetto di cancellare definitivamente l’identità dei popoli europei. Di fronte a questa emergenza la nostrana le forze politiche nostrane hanno nuovamente mostrato il proprio vero volto. Una tra tutti, la Lega. Di fronte a tanto atteggiarsi, a tanto fanfaroneggiare, hanno solo mostrato di essere interessati alla realizzazione di una ridicola “repubblica delle polente”, antistorica ed in totale contraddizione con una storia risorgimentale di saccheggio delle risorse del sud da parte di un nord interessato ad espandere i propri domini, giocando sulla rivoluzionaria buona fede dei Garibaldi e dei Mazzini vari.

Ma tant’è. Fatta l’Italia, non si può tornare indietro, tocca fare gli Italiani. Ma di quali italiani andiamo parlando? Di gente disposta a battersi solo allo stadio?  O a morire in macchina a causa delle droghe o degli alcoolici ingeriti durante qualche serata da sballo?Se veramente esistesse un senso di amor patrio, ci si batterebbe per far chiudere senza esitazioni le basi Nato e USA ancora presenti sul nostro sacro suolo. Gli invasori provenienti dal Nordafrica, anziché una forma di ipocrita e pelosa carità, troverebbero la strada sbarrata dalle cannoniere o i nostri giovani ad aspettarli davanti ai porti per dar loro il definitivo benservito. L’infamia dell’Euro verrebbe abolita per lasciare nuovamente spazio ad una monetazione nazionale, simbolo dell’ irrinunciabile principio dell’autonomia finanziaria di ogni popolo. L’Italia sarebbe sconvolta da una serie di insurrezioni tale da far costringere il governo attuale alle dimissioni e da trascinare tutta la classe politica davanti ad un tribunale per alto tradimento. E già.

Quando si parla di Patria bisognerebbe ricordare che tale concetto implica anche la fedeltà, l’inviolabilità delle frontiere garantita dalla costituzione e cose simili, dagli attuali festeggiamenti opportunamente omesse. Per questo le celebrazioni per il 150° dell’unità di “questa” Italia mi lasciano sostanzialmente indifferente. E, a questo punto, permettetemi di dire che, al vecchio e caro tricolore di massonica memoria, comincio a preferire la bandiera nera. Quella Anarchica e Nichilista, però.

UMBERTO BIANCHI

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