Pink Floyd, EMI, Citicorp. Chi compra chi?

Federico Zamboni

.Abbiamo un’etichetta discografica celeberrima, la EMI. Abbiamo una grande banca statunitense, la Citicorp. Abbiamo una band fondamentale nella storia del rock, i Pink Floyd, che proprio con la EMI ha pubblicato tutti i suoi album, dall’esordio di The Piper at the Gates of Dawn del 1967 all’epilogo di The Division Bell del 1994. E infine, e più in particolare, abbiamo il batterista del gruppo, Nick Mason.

Succede che la Citicorp compra la Emi: una di quelle operazioni che si spiegano solo con una visione economicistica in cui l’acquisto di un’azienda si riduce a essere un investimento finanziario, che prescinde da un interesse specifico per lo specifico ambito in cui l’azienda opera. I soldi non hanno odore. Le holding non hanno preferenze, a parte i profitti. Qualcuno ipotizza un’acquisizione e qualcun altro la analizza in chiave prettamente, esclusivamente contabile. Che dite, ce la compriamo questa… questa EMI? Ma sì. Ma no. Ma sì. La EMI passa di mano. La Citicorp, una banca, si ritrova padrona di un’etichetta discografica. I Pink Floyd, che appena un mesetto fa avevano rinnovato il contratto di distribuzione con la EMI, si ritrovano ad avere come editore una banca. Succede che a Nick Mason la cosa non piace. Succede che la commenta pubblicamente, ai microfoni della BBC.

«C’è qualcosa di triste, in tutto questo», dice. E aggiunge: «Ricordo quando, nel 1967, i Beatles erano le grandi stelle dell’etichetta ed era fantastico essere parte di quella famiglia. (…) Attendo con interesse di sapere cosa succederà. Ma mi sembra improbabile che Citigroup affidi a un gruppetto dei suoi uomini più svegli il compito di gestire una casa discografica. Quasi inevitabilmente, la EMI verrà venduta a qualcun altro: magari le edizioni andranno da una parte e gli studi di registrazione da un’altra».

Spin off, come si dice in gergo. Ogni società commerciale è un’impresa e ogni impresa è un insieme di beni in perenne mutamento. Si vendono gli stabilimenti, si vendono i capannoni, si vendono gli automezzi che non servono più. Si vendono i diversi rami d’azienda, a maggior ragione. Agli occhi di Nick Mason (milionario sì, ma anche artista) la EMI è un tutto indivisibile. A quelli dei manager (milionari forse no, ma ansiosi di diventarlo) è un agglomerato di cose eterogenee, quand’anche affini, che se è vantaggioso si gestiscono in modo unitario, e se invece non lo è si smembrano a piacimento.

C’è da sorprendersi? No. C’è da rammaricarsene? Sì. Qualcuno dirà che sono cose normali, nell’industria culturale. Ma il punto è proprio questo: “industria culturale” è un’espressione di uso corrente, mentre invece dovrebbe essere un ossimoro. Il concetto di industria implica l’idea di prodotto. E il prodotto quella di progetto. Ovvero di pianificazione. Ci si dà un obiettivo – che so, costruire una padella antiaderente – e ci si impegna per conseguirlo nel modo migliore. Nonché, in via preliminare, per accertarsi che sia realizzabile. Si valuta la situazione del mercato, il costo dei materiali, il rapporto qualità-prezzo, le mille questioni tecniche e finanziarie che vanno sotto il nome di “studio di fattibilità”, e alla fine decide per il sì o per il no. Sì, ci conviene, lo facciamo. No, non ci conviene, lasciamo perdere. Sì: ed ecco un’altra padella antiaderente a disposizione dei consumatori. No: si continuano a usare quelle che erano già in commercio.

Il concetto di cultura va in direzione diametralmente opposta. Poggia sull’idea di creazione, che è un’attività impossibile da ridurre al mero aspetto tecnico. Non che non vi siano anche delle componenti tecniche, ma non sono mai tali da poter supplire alla mancanza di una vera e propria ispirazione. E, ancora prima, di una limpida e incorrotta sensibilità per il valore intrinseco dell’espressione intellettuale o artistica alla quale ci si dedica; nella quale ci si cimenta.

In ambito culturale il requisito imprescindibile è il valore dell’opera. Il suo slancio. La sua originalità. E qualsiasi domanda sull’accoglienza che riceverà in seguito può sopravvenire solo in un secondo tempo, dopo che essa è venuta alla luce nella piena autonomia della più assoluta libertà di elaborazione. E quindi nel più completo disinteresse per gli esiti commerciali del suo sfruttamento. Il Signore degli Anelli, per dire: Tolkien che lo scrive come sente di dover fare, e se alla fine sono più di mille pagine è solo una sua caratteristica, nulla di più che una circostanza come un’altra; non è che prima si fa un sondaggio (anzi, una ricerca di marketing) per scoprire se il “lettore medio” è interessato a un libro tanto lungo, ancorché diviso in più volumi. Vi piace Aragorn, come nome? Che ne dite di un popolo sconosciuto, e fantastico, e di bassissima statura, che si chiama Hobbit? Vi dà noia una geografia totalmente inventata, ed eventualmente una mappa allegata al volume?

Oppure, in ambito musicale (musicale, non discografico), la suite di Tubular Bells. Mike Oldfield la compone per come la immagina. E la incide per come l’ha composta. Uno svolgimento sinfonico che esige un ascolto senza interruzioni. Una presenza ingombrante, per chi ha un cervello e un cuore in formato monolocale. Uno spettacolo maestoso, per chi ha dentro di sé tutto lo spazio che serve e non vede l’ora di vederlo attraversato da qualcosa di adeguato a quella vastità, troppo spesso delusa dall’andirivieni di stupidi pigmei. Stupidi pigmei, non bravi hobbit.

Vale per i libri, vale per i dischi, vale per i film. Vale in ogni ambito in cui la comunicazione non sia semplice intrattenimento e si innalzi a qualcosa di più significativo dello scambio affrettato tra un desiderio di svago e una smania di profitto. Un editore vero è innanzitutto un appassionato di quello che pubblica. Uno che di fronte a un’opera che lo affascina non si frega le mani al pensiero di tutti quelli che saranno disposti a pagare, pur di poterne fruire, ma pregusta il momento in cui riuscirà a farla incontrare anche ad altri. Ad altri che, come lui, conoscono il piacere di una frase sorprendente, di una melodia strana, di una diversità che magari disorienta, all’inizio, ma che a poco a poco si svela fino a diventare un pegno di comunanza tra l’artista e chi lo comprende. Un punto d’arrivo. Un premio. Una gioia.

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