La religione romana

Alberto B. Mariantoni

“Religione del fare” piuttosto che del “dire” o del “credere”, la Religione romana – che per antonomasia era politeista, comunitaria e ritualista, nonché inseparabile dal tessuto sociale e politico della sua Civitas – era soprattutto un cultus (l’onore reso agli “Dei dei Patres” o “Indigetes” ed agli Dei “Novensiles”, attraverso una serie di riti e di gesti scrupolosamente ripetuti ed invariabilmente tramandati) e, contemporaneamente, una divinatio (l’arte di prevedere il futuro a partire dai “signa” degli Dei), una devotio (lo spontaneo attaccamento verso certe divinità) ed una pietas (il rispetto e la venerazione degli antenati).

Come conferma il Cardinale Paul Poupard nel suo libro Les Religions (PUF, Paris, 1987, pag. 48), la Religio, per i Romani, «molto più che un sistema obiettivo di esseri, di oggetti, di credenze che si imporrebbero all’uomo per decisione e rivelazione divina, definiva un comportamento umano nei confronti di forze di cui l’uomo doveva comprendere la volontà per meglio riuscire le azioni che voleva intraprendere».

La Religione romana, insomma, era un comportamento spirituale globale che non implicava assolutamente nessuna manifestazione di fede, né un’osservanza dottrinaria, né una qualsiasi sottomissione nei confronti di un dogma religioso.

Se si escludono i Libri Sibillini (che altro non erano che una raccolta di oracoli precedentemente consultati), si può senz’altro aggiungere che la religione romana non possedeva né un testo sacro, né una teologia specifica. Ignorava, inoltre, le nozioni di eresia e di scomunica, in quanto, l’esegesi religiosa (la spiegazione e l’esposizione degli argomenti ideologici concernenti la deità) poteva essere liberamente esercitata da ognuno, senza per questo rischiare di incorrere nel blasfemo o nella contraddizione dottrinaria.

Anti-ateista e religiosa (dal latino relego, is, relegi, relectum, relegere – come precisa Cicerone, in De natura deorum II, 72 – il cui significato è ‘cogliere’, ‘raccogliere’ “rileggere”, “scorrere di nuovo”, “rivedere con cura”, ‘ricominciare una scelta già fatta’ e, per estensione, “osservare scrupolosamente un rito o le gestualità di un culto”) per essenza, la società romana nutriva un sacro e deferente rispetto nei confronti della natura e dei fenomeni che direttamente o indirettamente l’animavano o la concernevano. Assimilava, pertanto, le leggi dell’Universo a delle potenze divine che, organizzate in un ordine superiore e soprannaturale, regolavano l’ordine umano e terreno.

Tra i Numi di quella società, primeggiavano innanzitutto gli “Di Indigetes” (tradizionali) che erano le antiche divinità pubbliche del popolo romano, come Iuppiter, Mars e Quirinus (l’originaria triade Capitolina) o come Giove, Giunone e Minerva (la triade adottata dopo il -V secolo).

Figuravano, inoltre, il Dio Ianus (Giano bifronte) e gli Dei del fuoco, Vesta (figlia di Saturno e di Ops, guardiana del focolare e del fuoco che vi si accendeva) e Vulcanus (Dio del fuoco). Seguivano gli Dei dell’acqua, Neptunus (Dio del Mare) e Volturnus (Dio delle acque dolci) e quelli della fecondità, Terra Mater (la madre Terra), Venus (Dea dell’amore e della bellezza), Bona Dea (Dea della castità e della fecondità), Ceres (Dea delle biade, del frumento, del grano, del pane, ecc.), Saturnus (Dio delle sementi e delle vigne) e Consus (Dio dell’agricoltura).

Lo stesso Pantheon, inoltre, comprendeva tutta una serie di altre Divinità, come Lucina (Dea della luce), Matuta Mater (Dea del sorgere del giorno), Fides (Dea della fedeltà), Victoria (Dea del trionfo militare), Libertas (Dea delle libertà civili), Memoria (Dea della coscienza e del tempo), Concordia (Dea dell’armonia e della conformità familiare), Pax (Dea della pace), Misericordia (Dea della compassione), etc.

Venivano, poi, gli Dei Novensili o “Novensiles” (più tardi integrati al Pantheon romano) che erano, in principio, la quasi totalità delle Divinità adorate dai differenti popoli (amici o nemici) con cui Roma era entrata in contatto o aveva stabilito un qualunque rapporto nel corso della sua storia.

Tra quegli Dei, primeggiavano i Dioscuri – figli gemelli di Zeus (Dio supremo di tutti gli Dei greci) e di Leda (una pincipessa leggendaria dell’Etolia) – Castor (Dio dei domatori di cavalli) e Pollux (Dio dei guerrieri) e figuravano altresì, Aesculapius (Dio greco della medicina), Apollon o Phebus (Dio greco della luce e del Sole), Dionysos o Bacchus (Dio greco della vigna, del vino e del delirio estatico), Herakles o Hercules (il più celebre degli eroi greci, ascritto in seguito tra gli Dei dell’Olimpo greco), Hermes o Mercurius (messaggero degli Dei e Dio dei commercianti), nonché Esi o Isis (Divinità egiziana protettrice della vita e Dea della resurrezione), Serapis (Dio egiziano della guarigione e, contemporaneamente, della fertilità, dei marinai e dei morti), Kubele o Cybele (Divinità della Frigia e dell’Anatolia che personificava la forza riproduttrice della natura) e Mithra (antico Dio solare dell’Iran e dell’india, salvatore dell’umanità e protettore degli armenti).

Nella sfera del “privato”, in fine, figuravano una serie di Divinità familiari, come i Lares (Divinità tutelari incaricate di proteggere il nucleo familiare, la casa, il raccolto e le attività domestiche), i Penates (Divinità protettrici del ceppo familiare ricevute in eredità dalle generazioni precedenti), i Manes (le anime degli antenati defunti della famiglia) ed i Genii (le Divinità tutelari di una persona o di un luogo).

Tutti quegli Dei, però, contrariamente a quelli greci, pur possedendo delle prerogative e delle attribuzioni specifiche ed agendo arbitrariamente nei confronti della natura e degli uomini, non prendevano mai parte alle passioni umane, ma si limitavano ad inspirare indirettamente le azioni degli esseri umani.

Per riassumere, dunque, il religioso ed il sacro, per i Romani, erano dappertutto: nel cielo, sulla terra, nei boschi, sulle montagne, nelle vallate, nei fiumi, nei ruscelli, nelle sorgenti, sulle rive dei laghi e sulle sponde dei mari. Erano in un prato fiorito, in un cielo stellato, nelle messi o nelle frutta, negli animali domestici e nella fauna selvatica, nell’aria che respiravano e nel vino che bevevano. Erano nella famiglia, nella prole, negli amici e nei nemici, nella vita e nella morte, nei sogni e negli oracoli. Erano nella pioggia, nel sole, nella neve, nei fiori della primavera e nelle foglie morte dell’autunno. Erano nell’istinto e nella ragione degli uomini, nella scienza e nell’arte, nella poesia e nella prosa, nei colori e nei sapori.

Fu, dunque, quella dispersione ideologica e quell’atomizzazione sacrale che rese debole e fragile la Religione romana di fronte all’attacco concentrico ed egocentrico che le veniva sferrato dalla Religione cristiana.

Contrariamente al Politeismo romano, infatti, la Religione cristiana era una visione astratta ed una riduzione ortogonale della realtà e della sacralità. Era un’esemplificazione ideologico/teologica della complessità del sacro e del divino. Ed era un’appropriazione indebita del significato e del senso della vita e della Storia.

Ideologia semplice e fanatica, la Religione cristiana possedeva, inoltre, una dottrina totalitaria, irta di dogmi e di tabù, che si presentava come la sola ed unica detentrice della “verità” assoluta ed indiscutibile.

Quell’ideologia e quella dottrina, in fine, riducevano la religiosità della vita alla sola materia contenuta e contemplata nei libri sacri della tradizione giudeo-cristiana. Condensavano i misteri della vita e della natura, all’interno di un’unica spiegazione soggettiva ed arbitraria. Semplificavano i problemi e le soluzioni. Ed avevano delle risposte ad ogni perché.

Garantivano la “vita eterna” e la “resurrezione della carne”. Promettevano il Paradiso. Minacciavano le Tenebre. E senza mai sentirsi obbligate di dimostrare alcunché, indicavano nella fede assoluta e nella conversione incondizionata dei futuri adepti, la sola possibilità di salvezza per l’uomo.

Di fronte all’attacco ideologico e dottrinario cristiano, il Politeismo romano non poteva fare nulla per difendersi: nemmeno tentare, al limite, di raggruppare i suoi fedeli per dare una risposta ideologica unitaria ai suoi agguerriti detrattori religiosi.

Organizzate e dirette da un pugno di magistrati dello Stato eletti, e frazionate in un’infinità di singoli poteri specifici, le religioni del Pantheon romano non possedevano affatto un’autorità spirituale centrale o un’istituzione ecclesiale unica che avrebbe potuto in qualche modo orientare e dirigere l’eventuale controffensiva del mondo pagano – il sostantivo paganus (da pagus = ‘distretto rurale’, che a sua volta deriva dalla radice verbale pag– che vuol dire ‘piantare’, ‘conficcare’; presente nel verbo latino pango, indicante il ‘cippo’ o il ‘pilastro’ che veniva conficcato in terra per fissare la giusta linea di demarcazione tra poderi agricoli contigui o adiacenti) sta ad indicare il ‘contadino’ o ‘l’abitante del villaggio’ (per distinguerlo dal cives, il ‘cittadino’ o ‘l’abitante della civitas’, la ‘città’) e l’aggettivo paganus, a, um, (identica derivazione del sostantivo) rende conto di tutto ciò che riguarda un ‘distretto rurale’ per distinguerlo da tutto ciò che concerne ‘l’urbano’ (in latino, urbanus: da Urbs = la ‘città di Roma’) – nei confronti del Cristianesimo.

Inutile, quindi, sbalordirsi se nel II e III secolo, le prime comunità cristiane dell’Occidente, coadiuvate da numerosi missionari che nel frattempo erano espressamente affluiti dal Vicino Oriente, mieteranno masse sempre più importanti di adepti tra le popolazioni non italiche residenti o mantenute in schiavitù nella Penisola e riusciranno ugualmente a convertire un sostanziale numero di cittadini romani della media ed alta aristocrazia e del funzionariato centrale dell’Impero.

Dobbiamo meravigliarci, allora, della successiva e conseguente deliquescenza dell’antica societas romana?

«Roma più non trionfa…», ricorderà, più tardi, Giosuè Carducci (nella sua Ode intitolata “Alle Fonti del Clitunno”). «Più non trionfa, poi che un galileo di rosse chiome il Campidoglio ascese, gittolle in braccio una sua croce, e disse portala, e servi».

Alberto B. Mariantoni

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